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Full text of “Rime de Francesco Petrarca : Rerum vulgarium fragmenta”

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Info: Finanziamenti e Agevolazioni

University of Toronto

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Mia Immagine

Info: Finanziamenti e Agevolazioni

RIME
DI
FRANCESCO PETRARCA

RERUM VULGARIUM
FRAGMENTA

Strasburgo
J. H. Ed. Heitz (Heitz & Mundel)

Mia Immagine

Info: Finanziamenti e Agevolazioni

■^ r/)Ì-voeta ch’egli aveva scritte li per averli presenti
ognora allo spirito, e dice questo di Laura :

– 9 —

«Laura, per sue virtù chiara e ne’ miei versi
celebrata a lungo, la prima volta agli occhi miei
apparve sul principio della mia adolescem^a, nel-
Vanno del Signore i32j, il di sesto del mese di
aprile, tiella Chiesa di Santa Chiara ad Avignone,
in una mattina ; in quella stessa città, nello stesso
mese di aprile, nello stesso giorno sesto, nella
stessa ora mattutina, ma nell anno 1848, la luce
di quella stella tramontò. Allora mi trovavo per
caso a Verona, ignaro, ahimè ! del mio fato. La
triste nuova, comunicatami da una lettera del mio
caro Lodovico, mi raggiunse a Parma l’anno stesso,
ai diciannove di maggio, nella mattina. Quel corpo
di lei, si casto e bello, fu deposto in luogo sacro,
presso i Frati Minori, nello stesso giorno della
morte, in sulla sera. Ma l’anima di lei, che sia
tornata (come di Africano dice Seneca) in cielo,
onde era venuta, sono convinto. Questa memoria
dolorosa, amara e dolce insieme, avvisai di scrivere
su queste carte appunto, che ho spesso sotto a miei
occhi, perche niente piìi mi debba piacere in questa
vita e per la frequente vista di queste parole e la
giusta estimatone della fugacità della vita mi
ricordi che, infranto coni’ e il vincolo che piii
tenacemente mi vi teneva, è giunta l’ora di fuggire
di Babilonia, il che sarà facile, colf aiuto di Dio,
a chi acutamente e virilmente medita le cure super-
flue, le sperante vane e le delusioni del passato. y)

— IO —

Questa nota che, come s’è provato,^ e di mano
del Petrarca, contiene tanti particolari di tempo
e di luogo, tali notizie riguardanti solo persone
reali, che non si può dubitare dell’ esistenza di una
Laura, veduta dal Petrarca in Avignone. Eppure
ancor oggi pili d’uno s’attiene all’ opinione, già
espressa nel secolo XIV, che Laura valesse per
il Petrarca solo quale figura allegorica, quale
simbolo del suo amore, am^i del suo amare in
generale o del suo desiderio e delle lotte per l’alloro
della gloria : per il lauro.

Certo, il Petrarca non parla mai, ne’ suoi versi
a Laura, di abboccamenti colla persona amata o
di una corrisponden^^a di lei al suo amore o di
una buona accoglienza fattagli da lei : ella è per
lui inacessibile. Padre di due figli illegittimi
prima del 1848, ei si limita ad esprimere il desi-
derio di veder Laura, il dolore se la vista di lei
gli e tolta il piacere se gli fu concessa. Ma
questo amore ideale non fa meraviglia se rifiet-
tiamo ai tempi del poeta, ai quali era famigliare
la concezione mistica dell’ amore, già nota ai poeti
predanteschi, e se consideriamo il temperamento
del Petrarca e la sua aspirazione ai piii alti fini

1 V. G ro ber, Von Petrarcas Laura, in «Miscel-
lanea di studi critici edita in onore di Arturo
Graf», Bergamo igo3.

— II —

spirituali. Laura d’Avignone era la sua amata
e anche la sua Musa, la sintesi del suo ideale di
belle:{^a di corpo e d’anima, di queir ideale che
gli fu rivelato quando vide Laura la prima volta,
nelV anno i32’j, all’ età di 28 anni, un ideale
che gli parve incorporato in Laura, ch’egli tentò
riprodurre dentro di se, che lo fece diventar poeta
creatore del Bello, poeta e scrittore idealistico:
la sua Laura è Madonna Laura e anche il lauro;
è la Belle!!fja corporale e spirituale, ruinite nella
persona amata; e la corona della vita che spetta solo
al creatore di spirituali belle:{:{e. In piìi luoghi del
Can’^oniere la figura corporale di Laura si affaccia
al lettore, p. e. nel No. 126 (cannone). No. iSy (so-
netto) e in altri, che non possono interpretarsi pura-
mente in senso allegorico, sebbene il Petrarca pur
qui siasi accontentato di un disegno a lievi tocchi.

Quale fosse il casato dell’ Avignonese si e cercato
fin dallo scorcio del secolo XIV, ma invano. Quelli
che pretesero d’averne fatto la scoperta avevano
tutti un secondo fine e molti tendevano a provare
che Laura appartenesse al loro proprio casato.
Sennonché, strana cosa, i documenti che parle-
rebbero della parentela di Laura, si sarebbero
verduti tutte le volte e sarebbero stati veduti solo
dagli autori che gli avrebbero scoperti.^ Su cotali

1 V. Grober, l. e.

— 12 —

autorità unicamente si basano le ricerche che ancor
^gg^ s[ f^nno sulla famiglia di Laura e però non
è possibile che su basi cosi mal ferme si fondi
un giudizio definitivo. Dobbiamo rinunciare a
sapere sul conto di Laura piìi di quanto il Petrarca
stesso ci disse di lei.

Sebbene le poesie del Petrarca sieno soltanto
una scelta e non contengano tutto quanto egli
componeva dominato continuamente dalla melan-
conia e dall’istinto creatore dell’artista vi si ri-
petono tuttavia i motivi e l’ordine dei pensieri,
figure ed espressioni, più volte, cosicché il suo
cannoniere non è rivolto allo scopo di rappresen-
tare la varietà dell’ arte del poeta, ma piuttosto
di far rilevare quanto egli pregiava special-
mente e specialmente teneva caro, in tutta l’opera
sua di poeta italiano. Ripetutamente e con
accenti simili l anima di lui ci parla delle sue
angoscie, delle sue lotte e del suo affanno a ricer-
carne le cause e conoscerle; ci passano innanzi
più volte le stesse figure retoriche: antitesi, com-
parazioni dei vari stati dell’ animo con scene
della natura o con avvenimenti e situazioni nella
vita di uomini illustri dell’ antichità; certe locu-
zioni e parole che gli parevano di senso profondo
di special efficacia sul lettore. Perchè i lettori
ch’egli si riprometteva non erano spiriti critici,
che avrebbe dovuto appagare con arte molte-

– i3 –

plice, ma cuori unisoni al suo, che perciò poteva
supporre atti a comprendere le sensaponi della
sua anima travagliata. Ecco perchè sarebbe critica
insensata rimproverargli la ripeti:^ione di un tema,
di una frase, tanto piii perchè il movente di tali
ripetÌ!^ioni non è in lui la vanità di farne mostra,
mentre tanti altri poeti, p. e. nel Rinascimento,
più di lui, loro antesignano, si compiacciono della
pompa di loro dottrine e di lor retorici artifìci.
Coscienza del proprio valore e dignità, ma non
vanità, spirano nei versi del Petrarca. Ed e pur
vero che sono non di rado oscuri, ma più per
obbedire alla discre!{ione che per fìngere profon-
dità, finzione di cui l’Evo Medio non era per anco
colpevole. An^i è evidente che il Petrarca si studia
d’essere inteso da tutti in virtù della proprietà
dell’ espressione e della plasticità della figura ;
anche il lungo lavorio di coì’re^ioni^ che possiamo
vedere in due codici, in parte autografi, tende di
solito a quello scopo: la chiare^^a.

Il titolo ordinario «Rime» o ((Can:^oniere)) non
hanno le poesie del Petrarca in quei manoscritti,
che s’intitolano invece «Francisci Petrarche,
laureati poete. Rerum vulgarium fragmenta».

1 V. A ppe l, Zur Entwickelung ital. Dichtungen
Petrarcas ; Abdruck des Cod.Vat. lat. 3ig6,
Halle i8gi.

— 14 —

cioè parte degli scritti in volgare di F, P., poeta
laureato; vi si accenna dunque alla esistenza di
altre poesie italiane del Petrarca, di che ei volle
privare la posterità. Il numero di quei ^frammenti»
ammonta a 366. Il principio fondamentale del-
lordine in cui sono disposti, non fu trovato. Fu
supposto un principio cronologico,^ che ad ogni
modo non è seguito costantemente. Il primo sonetto,
che serve di prologo ai «frammenti», fu composto
necessariamente dopo le altre poesie della raccolta.
Che sieno 366 di numero, cioè quanti i giorni
dell’ anno bisestile, non sarà un caso fortuito,
probabilmente. Delle 366 poesie 31-/ sono sonetti,
g sestine, 7 ballate, 4 madrigali e 2g cam^oni.
Per i sonetti il Petrarca adopera nelle quartine
soltanto lo schema a rima baciata : abba abba ;
nelle tendine invece, vari schemi: cdc dcd, cdd
dcc> cdc cdc 0, con tre rime, cde cde, cde dee,
cde dee. Le tenjfine hanno quesf ordine di rime :
1.2.3, 4. 5. 6, 6. 1.5. 2.4. 3., cioè le rime d’una
strofa si ripetono nella strofa seguente per modo
che l’ultima (6.) rima della strofa precedente

* Vedine il tentativo di A. P aks cher. Die
Chronologie der Gedichte Petrarcas( Berlino i88y);
cfr. H. Co eh in. La chronologie du Cannoniere
de Petrarque (Partii i8g8); L. Mascetta , Il
cannoniere di F. P. cronologicamente riordinato
(Lanciano i8g5).

– ,5 –

diventi prima nella seguente, la prima diventi
seconda ecc. Le ballate, con una o due stampe e
ripresa di tre o quattro versi, si chiudono colla
rima a o colla b della ripresa. 1 madrigali hanno
da 8 fino aio versi e da 3 a 5 rime. Nella
maggior parte delle cannoni la fronte ha 6 versi;
quattro nei NN. jo, 206, 355, nei quali la sirima
ha da 5 a j versi e da i a 3 nuove rime ; nel No. 2g
le rime della prima strofa corrispondono alle rime
delle altre, ripetendosi nello stesso ordine. Nelle
altre cam^oni, colla fronte di 6 versi, la sirima
ha da 5 a 14 versi con 2 — 6 rime nuove. La
sirima del No. 323 ha lo stesso schema che nel
No. 33 j, con 6 versi; cosi nei 126 e i2g, a j v.;
yi, y2 e j3, a g v.; 2jo e 324, a g v. Inno-
vazioni della forma metrica non ne ha cercate il
Petrarca nelle sue poesie.

La presente ediijfione contiene le liriche del
Petrarca secondo l’unico testo che si ristampa di
solito dopo la revisione del Marsand ( 1816), coi
sommari delle poesie del P. scritti dal Leopardi
(1826), ma sen^a commento e invece colle le:{iom
e le varianti grafiche del celebre Codice 3ig5
del fondo latino della Biblioteca Vaticana, curato
dal Petrarca stesso, che in parte lo scrisse di sua
mano e interamente lo rivide e corresse. Le poesie
No. ijg, ig 1—263^ 321 — 366, scritte nel codice

iG

dal Petrarca stesso, sono contrassegnate qui sotto
da un asterisco. Non si puòjtener conto, nelle
note, dell’ interpunzione del ms. È riprodotta
esattamente nella ristampa letterale del Codice
3i g5, che fu curata da Ettore M od igli an i,
nelle Pubblicazioni della if. Società filologica romana’»
igo4, e ci serve di base dandoci le varie legioni e
varianti grafiche del Petrarca. Il ms. 3i(j5 sta
a fondamento della} presente edizione anche per
l’ordine delle poesie, che invece in altre edizioni
delle liriche del [Petrarca sono di solito ordinate
secondo il sistema di chi curò la stampa dell’ anno
i5oi (edizione aldina del Cardinal Bembo), cioè
in tre parti: ^Sonetti e cannoni in vita di madonna
Laura’ì, «Sonetti e cannoni in morte di madonna
Laura», e ((Sonetti e cannoni sopra varj argomenti)).
Il posto dato alle singole poesie dagli editori che se-
guono queir ordine, e indicato ai singoli numeri qui
sotto. Il Petrarca voleva cambiare lordine prima
adottato, come appare dalle cifre i -3 1 segnate da lui,
nello stesso Cod. 3i g5, in margineai NN. 336-366.
Secondo questa seconda disposizione i NN. :

336. 337. 338. 339-51. 352-61. 362-3. 364. 365. 366.

avrebbero preso il posto dei NN,

I. i5. 20. 2-14. 2i-3o. 16-17. 19. 18. 3i.

La grafia del ms., quando importi conoscerla
per sapere l’ortografia del Petrarca e lo stadio

— 17 —

della lingua scrìtta di quei tempi, è riportata
sempre esattamente nelle note, meno i casi seguenti,
che sarebbe superfluo ripetere di volta in volta.

Non occorse tener conto :

Io del modo usato nell’Evo Medio nelV unire e
nel separare le sillabe, che talora rompe l’unità
della parola ; poi dell’uso di i ed u per j e v ; dello
scam’no fra minuscola e maiuscola.

JI<^ di quelle divergente dalla grafia odierna che
si possono riassumere in singole norme, i) e al
posto di f, che il Petrarca non usa mai: speranca
(-an^a), belle99e (-e^^e) ecc. 2) ^ oppure et per
e ed ; basta avvertire in nota i pochi casi in cui
anche nel codice sta e ed, come nelV uso moderno,
p. e. nel No. 23 E dicea, ed ella ecc., ed e super-
fluo di notare che ex e (f (quest’ultimo non si trova
mai al principio del verso), si trova in tutti gli
altri casi: Et punire, et nude, et l’otiose, et del
— ijL tempo, et non, (2: de la et altro — (C i, ^ al ecc. ■— Solo fino al No. 100
si notano 3) i casi in cui nel codice sta a la, de
la, da la (alla, della, dalla), ne 1 (nelV) e sim. ;
e ancora le consonanti scempie in già mai (giam-
mai), si come (siccome), la giù, qua giù (laggiù,
quaggiù) ; camino (cammino). Invece si avvertono
t casi in cui anche nei codice si abbia la grafia
moderna, come nel No. io ali ombra (di fronte
al solito al ombra No. 22 ecc.).

Bibl, rom. 12/15. 2

– i8 —

Ilio delle divergente costanti dall’ odierna grafia
e pronuncia, come oblio (obblio), meraviglia (mar-),
fusse (fosse); anchor (ancor).

Alla riprodupone della punteggiatura, che ser-
viva, come pare, all’ accentuatone e alla decla-
mazione, dobbiamo rinunciare per ragione tipogra-
fica e perchè le note possono dare solo le varianti,
non tutto il testo del ms. 3ig5. Basta rimandare,
per r interpunzione del ms., alla esatta riproduzione
del testo nella edizione del Modigliani.

Un’ altra riproduzione del testo del ms. 3ig5
e data nella edizione ((Rime di Fr. Petrarca secondo
la revisione ultima del poeta», Firenze igo4 (Bi-
blioteca di opere inedite o rare di ogni secolo della
letter. ital.), per cura di Salvo Cozz^y che, a
facilitare la lettura del testo, segua Vuso moderno
nella divisione e neìV unione delle sillabe e dà
le varianti delle due altre edizioni basate sul ms.
3ig5 e provviste di note dichiarative, cioè dell’
ediz. di G. Mestica, «Le rime di F. P., restituite
nelV ordine e nella lezione del testo originario»,
yj^iren-^e /8g6 e dell’ ediz- di G. Carducci e

/[ È. Ferrari, «Le rime del P. commentate»,

l Firenze i8gg.

w Fra le altre edizioni moderne con commento si
notino quella di C. Antona-T r ave rsi e G.
Zannoni (Milano i8go); di E. Camerini
(ibid. 1876) e G. Rigutini (ibid. r8g6).

— 19 –

Degli scritti sulla lirica del Petrarca basti ricor-
lare qui: A. Cesareo, aSu la poesia lirica del
(/8g8) e E. Si e ardi, «Gli amori di F. P.»
rgoo). — Altre pubblicasfioni intorno al Petrarca

le edizioni delle sue opere ecc. sono citate nella
Bibliografia Petrarchesca» di G. Ferra^^i
Bassano i^jj) e in quella di E. Calvi, uBiblio-
rafia analitica Petrarchesca», rSjj — igo4 (Roma

904)’

Tradu!(ioni di tutto il Cannoniere o di singole
arti si hanno in quasi tutte le lingue europee.

ra le traduzioni tedesche sono da ricordare quelle

‘ K. Foerster (ultima ristampa nelle Biblioteche

ieclam i8jj,Spemann iS83)eW. Krigar( i883);

francesi di J. Poulenc (18^^), Philibert

e Due ((877-7g), F. Reynard (i883), H.

odefroy (igoo), E. Cabadé ( Tgo2}, F. Br ossei
igo3); le sp a gnu ole di Gutierre de Celina
iSg5): le inglesi di C. B. Cayley (i8yg),
Th. Campbell (i8yg), A. Crompton (i8g8); le

vede si di A. Kallberg (1880} e V ungherese
ìi P. A. Antal (1887).

G. G.

RERUM
^ULGARIUM FRAGMENTA

FRANCISCI PETRARCHE LAUREA-
TI POETE RERUM VULGARIUM
FRAGMENTA.

SONETTO I. 1

Chiede compassione del suo stato, e confessa, pentito, la vanità del

suo amore.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Di quei sospiri ond’ io nudriva il ^ core
In sul mio primo giovenile errore,
Quand’era in parte altr’uom da quel eh’ i’sono;

Del vario stile, in eh’ io piango e ragiono,
Fra le vane speranze e ‘1 van dolore.
Ove sia chi per prova intenda amore.
Spero trovar pietà, non che perdono.

Ma ben veggi’- or, sì come al popol tutto
Favola fui gran tempo; onde sovente
Di me medesmo meco mi vergogno:

E del mio vaneggiar vergogna è ‘1 frutto,
E ‘1 pentirsi,” e ‘1 conoscer chiaramente
Che quanto piace al mondo è breve sogno.

* 1 ■■’ veggio ^ pentersi

SONETTO II. 2

Dopo essersi difeso da tanti assalti d’ Amore, è vinto per insidia di lui.

Per far^ una leggiadra sua vendetta
E punir 2 in un dì ben mille offese,
Colatamente Amor l’arco riprese,
Com’ uom eh’ a nuocer’^ luogo e tempo aspetta^

Era la mia virtute al cor ristretta.
Per far ivi e”* negli occhi sue difese,
Quando ‘1 colpo mortai laggiù-‘» discese,
Ove solea spuntarsi ogni saetta.

24 Petrarca.

Però turbata nel primiero assalto,
Non ebbe tanto né vigor, né spazio,
Che potesse al bisogno prender l’arme;

Ovvero*^ al poggio faticoso ed alto
Ritrarmi accortamente dallo’ strazio;
Dal quaP oggi vorrebbe, e non può*^ aitarme.

* fare “^ punire ^ Come huom cha nocer * ivi (?) et ‘la giù

■^ O vero ‘ da lo ^ Dsl quale ” pò

SONETTO III. 3

Giudica vile Amore che io feri in un giorno da non dovactie sospettare.

Era ‘1^ giorno oh’ al Sol si scolorar©
Per la pietà del suo Fattore- i rai;
Quand’^ i’ fui preso, e non me ne guardai.
Che i be’ vostr’ occhi, Donna, mi legare.

Tempo non mi parea da far riparo
Centra colpi d’Amor; però n’andai^
Secur,^ senza sospetto: onde i miei guai
Nel comune*^ dolor s’ incominciare.

Trovommi Amor del tutto disarmato,
Ed aperta la via per gli occhi al core.
Che di lagrime son fatti uscio e varco.

Però, al mio parer, non gli’ fu onore^
Ferir me di*^ saetta in quello stato,
E a^^ voi armata non mostrar pur l’arco.

1 il ‘^ factore ^ Quando * mandai * Securo * commune ‘ li
•^honore «de ^^ A

SONETTO IV. 4

Trae argomento di lodar Laura dal luogo dov’ ella nacque.

Quel^ eh’ infinita provvidenza- ed arte
Mostrò nel suo mirabii magistero,
Che criò questo e quell’ altro emispero’^
E mansueto più Giove che Marte,

■ ‘^’-v

Rime. 25

Venendo* in terra a illuminar^ le carte
Ch’ avean molt’ anni già celato il vero,
Tolse Giovanni dalla® rete, e Piero,
E nel regno del Ciel fece lor parte.

Di se, nascendo, a Roma non fé grazia,’
A Giudea sì ; tanto sovr’ ogni stato
Umiltate esaltar® sempre gli piacque.

Ed or di picciol borgo un Sol n’ ha» dato,
Tal che Natura e ‘1 luogo si ringrazia ^”^
Onde sì bella donna al mondo nacque.

‘ Que ^ providentia ^ hemispero * Vegnendo ^ alluminar
^ da la ‘ grafia ^ Humilitate exaltar ® na *° ringratia

SONETTO V. 5

Col nome sfesso di Laura forma Felogìo dì lei.

Quand’^io movo i sospiri a chiamar voi
E ‘1 nome che nel cor mi scrisse Amore,
LAUdando s’ incomincia udir di fore
Il suon de’ primi dolci accenti suoi.

Vostro stato REal, che ‘ncontro poi,

Raddoppia all’ “alta impresa il mio valore;
Ma TAci, grida il fin, che farle onore*
È d’ altri omeri * soma, che da’ tuoi.

Così LAUdare e REverire insegna

La voce stessa, pur eh’ altri vi chiami,
O d’ ogni reverenza e d’ onor degna:

Se non che forse Apollo si disdegna
Ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami
Lingua mortai presuntuosa^ vegna.
‘ Quando ‘al ‘ honore * homeri ° presumptuosa

SONETTO VI. 6

Vtva immagine del suo amore ardente, e della onestà costante di Laura.
Sì traviato è ‘1 folle mio ^ desio

A seguitar costei che ‘n fuga è volta,
E de’ lacci d’Amor leggiera e sciolta
Vola dinanzi al lento correr mio,

26 Petrarca.

Che quanto richiamando più l’invio”
Per la secura strada, men m’ ascolta;
Né mi vale spronarlo o dargli volta,
Ch’ Amor per sua natura il fa restio.

E poi che ‘1 fren per forza a se raccoglie,
r mi rimango in signoria di lui,
Che mal mio grado a morte mi trasporta,

Sol per venir al Lauro onde si coglie
Acerbo frutto, che le piaghe altrui,
Gustando, affligge più che non conforta.
^ mi ^ envio

SONETTO VII (Var. arg. I). 7

Rincora un amico allo studio delle lettere e air amore della jilosotia.
La gola e ‘1 sonno ^ e l’oziose- piume

Hanno ^ del mondo ogni vertù sbandita;

Ond’ è dal corso suo quasi smarrita

Nostra natura, vinta dal costume;
Ed è sì spento ogni benigno lume

Del ciel, per cui s’informa umana* vita,

Che per cosa mirabile s’addita

Chi vuol** far d’Elicona nascer fiume,
pual vaghezza di lauro? qual di mirto?

Povera e nuda vai, filosofia.**

Dice la turba al vii guadagno intesa.
Pochi compagni avrai per l’altra via:

Tanto ti prego più, gentile spirto,

Non lassar la magnanima tua impresa.
» somno ^ otiose ^ Anno * humana ^ voi ‘* philosophia

SONETTO Vili. 8

introduce a variare certe bestioline prese nei contorni della Terra di
Laura, e che, con significazione del suo stato, manda in dono a un amico.

A pie de’ colli ove la bella vesta
Prese delle ^ terrene membra pria
j La Donna, che colui eh’ a te ne ‘nvia

Spesso dal sonno- lagrimando desta:

Rime. 27

Libere in pace passavam per questa

Vita mortai, eh’ ogni animai desia,

Senza sospetto di trovar fra via

Cosa oh’ al nostr’ andar fosse molesta.
Ma del misero stato ove noi semo

Condotte dalla ^ vita altra serena,

Un sol conforto, e della* morte, avemo:
Che vendetta è di lui, eh’ a ciò ne mena;

Lo qual in forza altrui, presso all’ ^estremo,

Riman legato con maggior catena.

* de le “^ somno ‘ da la * de la ^ a 1’ extremo

SONETTO IX. 9

Manda un presente pel quale significa lo sfato suo, assomigliando la
cagione delfuno alTaltro.

Quando ‘1 pianeta che distingue l’ore,
Ad albergar col Tauro si ritorna,
Cade virtù dall’^ infiammate corna
Che veste il mondo di novel colore;

E non pur quel che s’apre a noi di fere,
Le rive e i colli di fioretti adorna,
Ma dentro, dove giammai ^ non s’aggiorna.
Gravido fa di se il terrestre umore, **

Onde tal frutto* e simile si colga.

Così costei, eh’ è tra le donne un Sole,
In me, movendo de’ begli occhi i rai,

Cria d’amor pensieri,^ atti e parole.
Ma come eh’ ella gli governi o volga.
Primavera per me pur non è mai.

* vertù da 1 ^ già mai ^ humore * fructo ^ penseri

SONETTO X (Var. arg. II). 10

A Stefano Colonna il vecchio, ch’era già siato in Avignone, e si dipartiva.
Gloriosa Colonna,* in cui s’appoggia
Nostra speranza e ‘1 gran nome latino,
Ch’ancor non torse dal’-^ vero cammino”
L’ira di Giove per ventosa pioggia;

28

Petrarca.

Qui non palazzi, non teatro* o loggia,

Ma’n lor vece un abete, un faggio, un pino
Tra l’erba verde e ‘1 bel monte vicino,
Onde si scende poetando e poggia,
Levan di terra al ciel nostr’ intelletto ; ‘^
E ‘1 rosigniuol, che dolcemente all’ombra
Tutte le notti si lamenta e piagne,
D’amorosi pensieri « il cor ne ‘ngombra:
Ma tanto ben sol tronchi e fa’ imperfetto ^
Tu che da noi, signor mio, ti scompagne.
» Columna ^ del ‘ camino * theatro ^ intellecto ^ penseri
fai imperfecto

BALLATA I. 11

Accortasi Laura deir amore di lui, gli si mostra severa.
Lassare il velo o per Sole o per ombra,
Donna, non vi vid’ io.
Poi che’n^ me conosceste il gran desio
Ch’ ogni altra voglia d’ entr’ al cor mi sgombra;
Mentr’ io portava i be’ pensier celati
C hanno ^ la mente desiando morta,
Vidivi di pietate ornare il volto:
Ma poi eh’ Amor di me vi fece accorta,
Fur» i biondi capelli allor velati.
E r amoroso sguardo in se raccolto.
Quel eh’ i’ più desiava in voi, m’ è tolto;
Sì mi governa il velo,

Che per mia morte, ed al caldo ed al gelo,*
De’ be’ vostr’ occhi il dolce lume adombra.
Mn ^Channo ‘Fuor * gielo

SONETTO XI. 12

Spera, se egli non muore prima che Laura invecchi, di poterle dire i

suoi affanni, e ch’ella n’ abbia a sentire pietà.

Se la mia vita dall’ ‘ aspro tormento

Si può tanto schermire, e dagli affanni,

Ch’i’ veggia per virtù- degli ultim’» anni,

Donna de’ be’ vostr occhi il lume spento;

Rime. 2ì

E i cape’ d’ oro fin farsi d’argento,
E lassar le ghirlande e ì verdi panni,
E ‘1 viso scolorir, che ne’ miei danni
A lamentar* mi fa pauroso e lento;

Pur mi darà tanta baldanza Amore,
Ch’ i’ vi discovrirò, de’ miei^ martiri
Qua’ sono stati gli anni e i giorni e 1′ ore.

E se ‘1 tempo è contrario ai be’ desiri.

Non fia eh’ almen non giunga al mio dolore
Alcun soccorso di tardi sospiri.
^ da 1 ‘ vertu ‘ ultimi * Aliamentar ^ mei

SONETTO XII. 13

È lieto che F amore di Laura il sollevi al Bene sommo.

Quando fra 1’ altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
Quanto ciascuna è men bella di lei.
Tanto cresce il^ desio che m’ innamora.

r benedico il loco e ‘1 tempo e 1’ ora
Che sì alto miraron gli occhi miei,^
E dico: Anima, assai ringraziar ^ dei.
Che fosti a tanto onor* degnata allora.

Da lei ti vien ^ 1′ amoroso pensiero, *

Che, mentre ‘1 segui, al sommo Ben t’ invia,
Poco prezzando’ quel ch’ogni uom® desia:

Da lei vien l’animosa leggiadria

Ch’ al Ciel ti scorge per destro sentiero ; ^
Sì eh’ i’ vo già della ^^^ speranza altiero. ^^

^ 1 * mei ‘ ringratiar * honor ^ ven * penserò ‘ Pocho
pregando * huom ^ sentero ^^ de la ^^ altero

BALLATA II. 14

Convenendogli partire da Laura, per una lontana parte, conforta gii
occhi a prendere una piena vista di lei.

Occhi miei lassi, mentre eh’ io vi giro

Nel bel viso di quella che v’ha^ morti,

Pregovi, siate accorti:

Che già vi sfida Amore; ond’ io sospiro.

30 Petrarca.

Morte può- chiuder sola a’ miei pensieri -“*
L’amoroso cammin* che li^ conduce
Al dolce porto della ^ lor salute:
Ma puossi a voi celar la vostra luce
Per meno obbietto;’ perchè meno interi
Siete formati e di minor virtute.
Però dolenti, anzi che sian venute
L’ore del pianto, che son già vicine,
Prendete or alla^ fine
Breve conforto a sì lungo martire.
^ a ^ pò ^ penseri * c?.min ^ gli ^’ de la ” obgetto ^ a la

SONETTO XIII. 15

Descrive gli affetti che prova nel!’ allontanarsi di Laura.

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Col corpo stanco,^ eh’ a gran pena porto;
E prendo allor del vostr’ aere conforto,
Che ‘1 fa gir oltra, dicendo: Oimè lasso I

Poi ripensando al dolce ben eh’ io lasso.
Al cammin- lungo ed al mio viver corto,
Fermo le piante sbigottito e smorto,
E gli occhi in terra lagrimando abbasso. ^

Talor m’ assale in mezzo a’ tristi pianti

Un dubbio, come posson queste membra

Dallo* spirito lor viver lontane?
Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra

Che questo è privilegio degli amanti,

Sciolti da tutte qualitati umane? ^
^ stanche ^ camin ^ abasso * Da lo ^ humane

SONETTO XIV. 16

Come il pellegrino va a Roma a vedere il Sudario, cosi egli va cercando
Donna che simigli la sua.

Movesi ‘P vecchierel canuto e bianco-
Del dolce loco ov’ha* sua età fornita,
E dalla* famigliuola sbigottita,
Che vede il caro padre venir manco;

Rim-:. 3 1

Indi traendo^’ poi 1′ antico^’ fianco
Per r estreme’ giornate di sua vita,
Quanto più può® col buon voler s’ aita,
Rotto dagli anni^ e dal cammino ‘^^ stanco;

E viene a Roma, seguendo ‘1 desio,

Per mirar la sembianza dì colui

Ch’ ancor lassù nel Cie! vedere spera.
Così, lasso, talor vo cercand’ io,^'”

Donna quant’^^è possibile, in altrui

La desiata ^’^ vostra forma vera.

• il – bianche ^ a ^ da la ^ trahendo *” antiquo ‘ extrerrie
pò ” ani ‘° camino ^’ csrchandio ^^ quanto *^ disiata

SONETTO XV. 17

Che pycvi in presenza di Laura o nel partirsi da lei.

Piovonmi amare lagrime dal viso.
Con un vento angoscioso di sospiri,
Quando in voi adivien^ che gli occhi giri,
Per cui sola dal mondo i’ son diviso.

Vero è che ‘1 dolce mansueto riso
Pur acqueta gli ardenti miei desiri,
E mi sottragga al foco de’ martiri,
Mentr’ io son a mirarvi intento e fiso:

Ma gli spiriti miei s’ agghiaccian ‘^ poi

Ch’ i’ veggio, al dipartir,’^ gU atti soavi

Torcer da me le mie fatali stelle.
Largata al fin con*^ l’amorose chiavi

L’anima esce del cor per seguir voi;

E con molto pensiero indi si svelle.
1 adiven ^ saghiaccian ^ departir * co

SONETTO XVI. 18

Per poter meno amarla, fugge, ma invano dalla vista di lei.
Quand’ io son tutto volto in quella parte
Ove ‘1 bel viso di Madonna luce,
E m’ è rimasta^ nel pensier la luce
Che m’arde e strugge dentro a parte a parte;

32 Petrarca.

r, che temo del cor che mi si parte,
E veggio presso il fin della^ mia luce,
Vommene in guisa d’ orbo senza luce,
Che non sa’ve^ si vada, e pur si parte.

Così davanti ai colpi della’* Morte
Fuggo ; ma non sì ratto che ‘1 desio
Meco non venga, come venir sole.
Tacito vo; che le parole morte

Farian pianger la gente; ed i’ desio
Che le lagrime mie si spargan sole.
‘ rimasa ^ de la ^ ove * de la

SONETTO XVII. 19

Rassomiglia sé alla farfalla, che cerca il lume che fa/de.
Son animali al mondo di^ sì altera

Vista, che ‘ncontr’ al^ sol pur si difende;

Altri, però che ‘1 gran lume gli offende.

Non escon fuor se non verso la sera;
Ed altri, col desio folle, che spera

Gioir forse nel foco perchè splende,

Provan l’altra virtù, ^ quella che ‘ncende.

Lasso! ìH mio loco è ‘n questa ultima schiera.^
Ch’ i’ non son forte ad aspettar*^ la luce

Di questa Donna, e non so fare schermì

Di luoghi tenebrosi o d’ ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ‘nfermi

Mio destino a vederla mi conduce:

E so ben eh’ i’ vo dietro a quel che m’ arde.
‘ de * chencontral ^ vertu * el * schera ® aspectar

SONETTO XVIII. 20

Tentò più volte, ma indarno, di lodar le bellezze di’ Laura.

Vergognando talor eh’ ancor si taccia.
Donna, per me vostra bellezza in rima.
Ricorro al tempo eh’ i’ vi vidi prima,
Tal che null’altra fia mai che mi piaccia.

Rime. 33

Ma trovo peso non dalle ^ mie braccia.
Né ovra da polir con la’-^ mia lima:
Però r ingegno, che sua forza estima, ^
Nell’operazione tutto s’ agghiaccia.

Più volte già per dir le labbra apersi;

Poi rimase la voce in mezzo ‘1 petto. -^

Ma qual suon*’ poria mai salir tant’alto?
Più volte incominciai di scriver versi;

Ma la penna e la mano e l’intelletto’

Rimaser vinti nel primier assalto.

^ da le – colla ” extima * nel operation •” pecto ® son
‘ intellecto

SONETTO XIX. 21

Dimostra fi pencolo del suo cuore se Laura noi soccorre.

Mille fiate, o dolce mia guerrera,
Per aver co’ begli occhi vostri pace,
V’aggio profferte^ il cor; m’ a voi non piace
Mirar sì basso con la- mente altera.

E se di lui fors’ altra donna spera.
Vive in speranza debile e fallace:
Mio. perchè sdegno ciò eh’ a voi dispiace,
Esser non può giammai^ così com’ era.

Or s’io lo scaccio, ed e’ non trova in voi
Neil’ esilio”* infelice alcun soccorso.
Né sa star sol, né gire ov’ altri ‘1’* chiama,
Poria smarrire il suo naturai corso;
Che grave colpa fia d’ambeduo noi,
E’ tanto più di” voi, quanto più v’ ama.
1 proferto ” colla ^ già mai ‘ Nel exilio ^ il *^ de

SESTINA I. 22

Espone la miseria del suo stalo. Ne accusa Laura. La brama Dieia-a,
e ne dispera.

A qualunque animale alberga in terra,

Se non se alquanti c’hanno in odio il sole.

Tempo da travagliare é quanto è ‘1 oiorno;
Ma poi eh’ il ‘ ciel accende le sue stelle,
Bibl. rem. 12/15. 3

34 Petrarca.

Qual torna a casa, e qual s’annida^ in selva,
Per aver posa almeno infin all’ ‘^ alba.
Ed io, da che comincia la beli’ • alba
A scuoter l’ombra intorno della ‘^ terra
Svegliando gli animali in ogni selva,
Non hochel •-■anida »al ^bella Mela «o J^isiando Sfanno ^«annc
facto »«huom – nocte «Malombra ^«stancha ” f^a e nel ^^^J’
“enanzi ‘«a richir >« nocte -” se transformasse «i Ch qua t.iu

Rime. 35

CANZONE I. 23

Narra lo stato suo, dacché Amore gli cominciò a dar battaglia.

Nel dolce tempo della ^ prima etade,

Che nascer vide ed ancor ‘^ quasi in erba*

La fera voglia che per mio mal crebbe;

Perchè cantando il duol si disacerba,

Canterò com’io vissi in libertade,

Mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ ebbe; 6

Poi seguirò siccome* a lui ne ‘ncrebbe

Troppo altamente, e che di ciò m’ avvenne;

Di eh’ io son fatto ^ a molta gente esempio : *

Benché ‘1 mio duro scempio

Sia scritto’ altrove sì che mille penne

Ne son già stanche, e quasi in ogni valle

Rimbombi ‘1^ suon de’ miei gravi sospiri,

Ch’ acquistan fede alla® penosa vita.

E se qui la memoria non m’ aita,

Come suol fare, iscusinla^^ i martiri,

Ed un pensier, ^^ che solo angoscia dàlie

Tal, eh’ ad ogni altro fa voltar le spalle,

E mi face obliar me stesso a forza;

Che tien^2 di me quel d’entro, ed io la scorza.

^ de la * anchor ‘ herba * sicome ^ facto * exempio ‘ scripto
* il ® a la ^^ iscusilla *^ penser ^* ten

r dico che dal dì che ‘1 primo assalto
Mi diede Amor, molt’anni eran passati.
Sì eh’ io cangiava il giovenile^ aspetto;
E dintorno al mio cor pensier gelati
Fatto ‘^ avean quasi adamantino smalto
Ch’ allentar non lassava il duro affetto: 6

Lagrima ancor* non mi bagnava il petto
Né rompea il sonno; e quel eh’* in me non era,
Mi parea* un miracolo in altrui.
Lasso, che son! che fuil
La vita al^ fin, e ‘1 dì loda la sera.
Che, sentendo il crudel di eh’ io ragiono,

36 Petrarca.

Infin allor percossa di suo strale
Non essermi passato oltra la gonna,
Prese in sua scorta una possente donna,
Ver cui poco giammai’ mi valse o vale
Ingegno o forza o dimandar perdono.
Ei duo mi trasformare in quel eh’ i’ sono
Facendomi d’uom vivo un lauro verde,
Che per fredda stagion foglia non perde.
^ giovenil ■*’ Facto ^ anchor * che ^ pareva ® al ‘ già mal

Qual mi fec’ io quando primiera m’ accorsi
Della^ trasfigurata mia persona,
E i capei vidi far di quella fronde
Di che sperato avea già lor corona,
E i piedi in eh’ io mi stetti e mossi e corsi,
(Com’ ogni membro all’ ^ anima risponde) 6

Diventar due radici sovra 1′ onde.
Non di Peneo, ma d’ un più altero fiume,
E ‘n duo rami mutarsi ambe le braccia!
Né meno ancor* m’ agghiaccia
L’ esser coverto poi di bianche piume,
Allor che fulminato”‘ e morto giacque
Il mio sperar, che troppo^ alto montava.
Che, perch’ io non sapea dove né quando
Mei ritrovassi, ^ solo, lagrimando,
Là ‘ve tolto mi fu, dì e notte ^ andava
Ricercando dal lato e dentro all’ ^ acque,
E giammai ‘^ poi la mia lingua non tacque,
Mentre poteo, del suo cader maligno;
Ond’ io presi col suon color d’ un cigno.

‘ primer – De la ‘ al ^ anchor ^ folminato ” tropp
‘ritrovasse *^ nocte ^ al ‘”già mai

Così lungo r amate rive andai,

Che volendo parlar, cantava sempre,
Mercé chiamando con estrania voce:
Né mai in sì dolci o in sì soavi tempre
Risonar seppi gli amorosi guai,

Rime. 37

Che ‘1 cor s’ umiliasse aspro e feroce.- 6

Qual fu a sentir, che ‘1 ricordar mi coce?

Ma molto più di quel eh’ è per innanzi, ^

Della ^ dolce ed acerba mia nemica

È bisogno eh’ io dica ;

Benché sia tal, eh’ ogni parlare avanzi.

Questa, che col mirar gli animi fura,

M’ aperse il petto, e ‘1 cor prese con mano.

Dicendo a me: di ciò non far parola.

Poi la rividi in altro abito ^ sola.

Tal eh’ i’ non la conobbi (o senso umano 1)^

Anzi le dissi ‘1 ver, pien di paura;

Ed ella nell’^ usata sua figura

Tosto tornando, fecemi, oimè lasso,

D’uom,^ quasi vivo e sbigottito sasso.

* inanzi ^ De la ^ habito * humano ^ nel ® un
Ella parlava sì turbata in vista,

Che tremar mi fea dentro a quella petra,

Udendo: I’ non son forse ehi tu credi.

E dicea meco: se costei mi spetra

Nulla vita mi fia noiosa e^ trista:

A farmi lagrimar, signor mio, riedi. 6

Come, non so; pur io mossi indi i piedi,

Non altrui incolpando, che me stesso.

Mezzo, tutto quel dì, tra vivo e morto.

Ma perchè ‘1 tempo è corto,

La penna al buon voler non può^ gir presso;

Onde più cose nella ^ mente scritte

Ve trapassando, e sol d’ alcune parlo.

Che maraviglia^ fanno a ehi 1′ ascolta.

Morte mi s’ era intorno al core avvolta;*

Ne tacendo potea di sua man trarlo,

O dar soccorso alle virtuti^ afflitte.

Le vive voci m’ eran ‘ interdi tte ;

Ond’ io gridai con carta e con inchiostro : •

Non son mio, no ; s’ io moro, il danno è vostro.

* o ‘^ pò ^ ne la ■* meraviglia ^ avolta ® a le vertuti ‘ erano
*incostro

36 Petrarca.

Ben mi credes. dinanzi agli occhi suoi
D’indegno far così di mercè degno;
E questa spene m’ avea fatto ardito.
Ma talor umiltà^ spegne disdegno,
Talor l’enfiamma; e ciò sepp’io dappoi, **
Lunga stagion di tenebre vestito; 6

Ch’ a quei preghi il mio lume era sparito.
Ed io non ritrovando intorno intorno
Ombra di lei, né pur de’ suoi piedi orma;
Com’uom’ che tra via dorma,
Gittaimi stanco sopra* l’erba un giorno.
Ivi, accusando il fuggitivo^ raggio,
Alle” lagrime triste allargai ‘1 freno,
E lasciaile cader come a lor parve:
Né giammai ‘ neve sott’ ^ al sol disparve,
Com’ io sentii® me tutto venir meno,
E farmi una fontana a pie d’un faggio.
Gran tempo umido ^*^ tenni quel viaggio.
Chi udì mai d’uom vero nascer fonte?
E parlo cose manifeste e conte.

‘ talora humilta ^ da poi ^ Come huom * stanche sovra ^ fugi*
tivo ® Aie ‘ giamai ** sotto ® senti ^” humido

L’alma, eh’ è sol da Dio fatta ^ gentile,

(Che già d’altrui non può- venir tal grazia)^

Simile al suo Fattor* stato ritene;

Però di perdonar mai non è sazia ^

A chi col core e col sembiante umile,®

Dopo quantunque offese a mercè vene. 6

E se centra suo stile ella sostene

D’esser molto pregata, in lui si specchia»

E fai, perchè ‘1 peccar più si pavente;

Che non ben si ripente

Dell’ ‘ un mal chi dell’ ‘ altro s’ apparecchia.

Poi che Madonna, da pietà commossa.

Degnò mirarmi,^ • riconobbe e vide

Rime. 39

Gir di pari la pena col peccato,

Benigna mi ridusse*^ al primo stato.

Ma nulla è aP^ mondo in ch’uom saggio si fide:

Ch’ ancor poi, ripregando, i nervi e l’ossa

Mi volse in dura selce; e così scossa

Voce rimasi dell’ ^^ antiche some,

Chiamando Morte e lei sola per nome.

‘ facta ^ pò ^ gratia * factor ^ sacia ^ humile ‘^ de 1 * mi-
rarme ” redusse ^^a’I “de 1

Spirto doglioso, errante (mi rimembra),
Per spelunche deserte e pellegrine.
Piansi molt’anni il mio sfrenato ardire;
Ed ancor ^ poi trovai di quel mal fine,
E ritornai nelle’ terrene membra,
Credo, per più dolor ^ ivi sentire. 6

r seguii* tanto avanti il mio desire,
Ch’ un dì, cacciando, siccom’io-^ solea,
Mi mossi; e quella fera bella e cruda
In una fonte ignuda
Si stava, quando ‘1 sol più forte ardea.
Io, perchè d’altra vista non m’appago,
Stetti a mirarla, ond’ella ebbe vergogna;
E per farne vendetta, o per celarse.
L’acqua nel viso con*^ le man mi sparse.
Vero dirò (forse e’ parrà menzogna):
Ch’i’ sentii” trarmi della propria immago;*
Ed in un cervo solitario e vago
Di selva in selva, ratto mi trasformo;
Ed ancor ‘^ de’ miei can fuggo lo stormo.

^ anchor “‘ ne le ^ dolore * segui ^ si comio ^ co ‘ senti
‘^ de la pr. imago ** anchor

Canzon, i’ non fu mai quel nuvol d’oro
Che poi discese in preziosa’ pioggia.
Sì ch’I foco di Giove in parte spense;
Ma fui ben fiamma, eh’ un bel guardo accense,
E fui l’uccel che più per l’aere poggia,

40 Petrarca.

Alzando lei, che ne’ miei detti onoro. –
Né per nova figura il primo alloro
Seppi lassar; che pur la sua dolce ombra
Ogni men bel piacer del cor mi sgombra.

^ pretiosa ” honoro

SONETTO XX (Var. arg. III). 24

Risponde a Stramazzo da Perugia, che lo invitava a poetare.

Se l’onorata fronde che prescrive

L’ ira del ciel quando ‘1 gran Giove tona,
Non m’avesse disdetta la corona
Che suole ornar chi poetando scrive,

r era amico a queste vostre Dive,

Le qua’ vilmente il secolo abbandona:^
Ma quella ingiuria già lunge mi sprona
Dall’ – inventrice delle ‘^ prime olive;

Che non bolle la polver d’ Etiopia*

Sotto ‘1 più ardente Sol, com’ io sfavillo,
Perdendo tanto amata cosa propia.^

Cercate dunque fonte più tranquillo;
Che ‘1 mio d’ogni liquor sostene inopia,
Salvo di quel che lagrimando stillo.

* abandona ‘^ Dal ” de le * Ethiopia ^ propria

SONETTO XXI (Var. arg. IV). 25

Si consola con F amico Boccaccio di vederlo sciolto dagl’ intrighi amorosi.

Amor piangeva, ed io con lui talvolta
(Dal qual miei passi non fur mai lontani)
Mirando, per gli effetti ^ acerbi e strani,
L’anima vostra de’ suoi nodi sciolta.

Or ch’ai dritto cammin l’ha’^ Dio rivolta,
Col cor levando al cielo ambe le mani
Ringrazio ‘^ lui, eh’ e’ giusti preghi umani*
Benignamente, sua mercede, ascolta.

Rime. 41

E se tornando all’ ^amorosa vita,

Per farvi al bel desio volger le spalle,
Trovaste per la via fossati o poggi,

Fu per mostrar quant’ ^ è spinoso calle,
E quanto alpestra e dura la salita,
Onde al vero valor conven ch’uom poggi.

* effecti – camin la ^ Ringratio * humani ^ al •* quanto

SONETTO XXII (Var. arg. V). 26

Rallegrasi che il Boccaccio siasi ravveduto della sua vita licenziosa.

Più di me lieta non si vede a terra
Nave dall’ ^ onde combattuta e vinta.
Quando la gente di pietà dipinta,^
Su per la riva a ringraziar^ s’atterra;

Né lieto più del career si disserra^

Chi ‘ntorno al collo ebbe la corda avvinta,^
Di me, veggendo quella spada scinta
Che fece al Signor^ mio sì lunga guerra.

E tutti voi ch’Amor laudate in rima,

Al buon tester degli amorosi detti

Rendete onor, ‘ ch’era smarrito in prima:
Che più gloria è nel regno degli eletti^

D’un spirito converso, e più s’estima,

Che di novantanove altri perfetti.’**

^ da 1 – depinta * ringratiar * diserra ‘^ avinta ^ segnor ‘ honor
• electi ^ perfecti

SONETTO XXIII (Var. arg. VI). 27

Ai signori d’ Italia, onde prendano parte nella crociata di papa
Giovanni XXII.

Il successor di Carlo, ^ che la chioma
Con 2 la corona del suo antico^ adorna.
Prese ha* già l’arme per fiaccar^ le corna
A Babilonia, e chi da lei si noma;

42 r-tr.n;-c^.

E M vicario di’^ Cristo, con” la soma

Delle*’ chiavi e del manto, al nido torna;
Sì che, s’altro accidente noi distorna,
Vedrà Bologna, e poi la nobil Roma.

La mansueta vostra e gentil agna

Abbatte i fieri lupi: e così vada

Chiunque amor legittimo^ scompagna.
Consolate lei dunque, ch’ancor^*^ bada,

E Roma, che del suo sposo si lagna;

E per Gesù^^ cingete ornai la spada.

‘ Kario ^ Co ‘ antiquo * a * fiacchar ^ de ‘ colla * De le
” legitimo 1″ chanchor ^’ Ihesu

CANZONE II (Var. arg. Canz. I). 28

A Giacomo Colonna, perchè secondi P impresa del re di Francia
contro gr infedeli.

O aspettata^ in ciel, beata e bella
Anima, che di nostra umanitade^
Vestita vai, non come l’altre carca;
Perchè ti sian men dure omai le strade,
A Dio diletta,”‘ obediente ancella,
Onde al suo regno di quaggiù* si varca, 6

Ecco novellamente alla’*^ tua barca,
Ch’ai cieco mondo ha” già volte le spalle
Per gir a miglior porto.
D’un vento occidental dolce conforto;
Lo qual per mezzo questa oscura valle.
Ove piangiamo il nostro e l’altrui torto,
La condurrà de’ lacci antichi sciolta
Per drittissimo’ calle
Al verace oriente, ov’ella è volta.

‘ aspectata •’ humanitade ‘ dilecta * qua giù •■’ a la * a ^ dri-
tissimo.

Forse i devoti e gli amorosi preghi
E le lagrime sante’ de’ mortali

Rime. 43

Son giunte innanzi alla® pietà superna;

E forse non fur mai tante né tali,

Che per merito lor punto si pieghi

Fuor di^ suo corso la giustizia* eterna. 6

Ma quel benigno Re che ‘1 ciel governa,

Al sacro loco ove fu^ posto in croce,

Gli occhi per grazia^ gira;

Onde nel petto al novo Carlo’ spira

La vendetta, ch’a noi tardata noce.

Sì che molt’anni Europa ne sospira.

Così soccorre alla*^ sua amata sposa;

Tal che sol della ^ voce

Fa tremar babilonia e star pensosa.

^ sancte ” inanzi a la ^ de * giustitia * f o “^ gratia ‘ Karlo
a la ‘ de la

Chiunque alberga tra Garonna^ e ‘1 monte
E ‘ntra ‘1 Rodano e ‘1 Reno e l’onde salse,
Le ‘nsegne Cristianissime accompagna;
Ed a cui mai di vero pregio calse
Dal Pireneo all’^ ultimo orizzonte,’*
Con Aragon lassarà vota Ispagna:* 6

Inghilterra con V isole che bagna
L’Oceano^ intra ‘1 Carro e le Colonne
Infin là dove sona
Dottrina^ del santissimo’ Elicona,
Varie di lingue e d’arme e delle ^ gonne,
All’ ^ alta impresa cantate sprona.
Deh^*^ qual amor sì licito o sì degno,
Qua’ figli mai, quai^’ donne
Furon materia a sì giusto disdegno?

* Garona * a 1 ^ orizonte * Hispagna ^ Locceano ® Doctrinr
‘ sanctissimo ” de le ® A 1 ^^ De ” qua

Una parte del mondo è che si giace

Mai sempre in ghiaccio ed in gelate nevi.
Tutta lontana dal cammin^ del sole.
Là, sotto i giorni nubilosi e brevi.

44 Petrarca.

Nemica naturalmente di pace,
Nasce una gente a cui T^ morir non dola. 6

Questa se più devota che non sole,
Col tedesco furor la spada cigne,
Turchi, Arabi e Caldei,
Con tutti quei che speran nelli Dei
Di qua dal mar che fa l’onde sanguigne,
Quanto sian da prezzar, conoscer dei:
Popolo ignudo, paventoso e lento.
Che ferro mai no strigne.
Ma tutt’ i colpi suoi commette al vento.
^ camin ^ il

Dunque ora è ‘1 tempo da ritrarre^ il collo
Dal giogo antico, e da squarciar^ il velo
Ch’è stato avvolto’^ intorno agli occhi nostri;
E che’l nobile ingegno che dal Cielo
Per grazia tien dell’^ immortale Apollo,
E l’eloquenza^ sua vertù qui mostri 6

Or con la lingua, or con*^ laudati inchiostri:’
Perchè d’Orfeo^ leggendo e d’Anfione,^
Se non ti maravigli, ^^
Assai men fia ch’Italia co’ suoi figli
Si desti al suon del tuo chiaro sermone,
Tanto che per Gesù^^ la lancia pigH:
Che, s’al ver mira questa antica ^^ madre,
In nulla sua tenzone^^
Pur mai cagion sì belle e^* sì leggiadre.

^ ritrare – squarciare •” avolto * gratia tieni de 1 ^ eloquentia
^ co ‘ incostri ** Orpheo ^ Amphione ‘” meravigli ^^ Jhesu ^” an-
ticha *^ tentione ^* o

Tu, e’ hai, per arricchir d’un bel tesauro,^
Volte l’antiche e le moderne carte.
Volando al ciel con la^ terrena soma;
Sai, dall’ ‘^ imperio del figliuol di”^ Marte
Al grande Augusto, che di verde Lauro
Tre v»lte trionfando” ornò la chioma, 6

Rime. 45

Neil’ ^altrui ingiurie del suo sangue Roma

Spesse fiate quanto fu cortese;

Ed or perchè non fia,

Cortese no, ma conoscente e pia

A vendicar le dispietate offese

Col figliuol glorioso di Maria?

Che dunque la nemica parte spera

Neil” umane difese,

Se Cristo sta dalla ^ contraria schiera?

^ thesauro ^ colla ^ dal * de ^ triumphando ” Nel ‘ Ne !

«da la

Pon mente al temerario ardir di Serse, ^
Che fece, per calcar^ i nostri liti.
Di novi ponti oltraggio alla” marina:
E vedrai nella’* morte de’ mariti
Tutte vestite a brun le donne Perse,
E tinto in rosso il mar di Salamina. 6

E non pur questa misera ruina
Del popolo infelice d’oriente
Vittoria ten”* prom.ette,
Ma Maratona,*^ e le mortali strette
Che difese il Leon con poca gente,
Ed altre mille e’ hai scoltate’ e lette.
Perchè inchinar’^ a Dio molto convene
Le ginocchia e la mente,
Che gli anni tuoi riserva a tanto bene.

^ Xerse “•’ calcare ‘ a la * ne la ^ Victoria tem •”• Marathona
‘ ohai ascoltate ‘^ inchinare

Tu vedrà’ ^ Italia e l’onorata riva,

Canzon, ch’agli occhi miei cela e contende.
Non mar, non poggio o fiume,
Ma solo Amor, che del suo altero lume
Più m’invaghisce dove più m’incende:
Né natura può star contra ‘l costume.

46 Petrarca.

Or movi; non smarrir l’altre compagne;

Che non pur sotto bende

Alberga Amor, per cui si ride e piagne.

^ vedrai

CANZONE III.

Dìsputa se debba lasciare ramare di Laura o no.

Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi
Non vestì donna unquanco,^
Ne d’or capelli in bionda treccia attorse.
Sì bella come questa che mi spoglia
D’arbitrio, e dal cammin di^ libertade
Seco mi tira sì, eh’ io non sostegno
Alcun gio^o men grave.

^ unquancho ^ camin de

E se pur s’ arma talor a dolersi
L’ anima, a cui vien manco ^
Consiglio, ove ‘1 martir l’adduce in forse;
Rappella lei dalla ‘^ sfrenata voglia
Subito^ vista; che del cor mi rade
Ogni delira impresa, ed ogni sdegno
Fa ‘1 veder lei soave.

* mancho ‘ da la ^ Subita

Di quanto per amor giammai^ soffersi,
Ed aggio a soffrir anco^
Fin che mi sani ‘1 cor colei che ‘1 morse,
Rubella di mercè, che pur 1′ envoglia,
Vendetta fia; sol che centra umiltade’*
Orgoglio ed ira il bel passo ond’io vegno
Non chiuda e non inchiave.

* giamai * ancho * humiltade

Ma r ora e ‘1 giorno eh’ io le luci apersi
Nel bel nero e nel bianco*
Che mi scacciar di là dov”-^ Amor corse.

Rime. 47

Novella d’està vita che m’addoglia
Furon radice, e quella in cui l’etade
Nostra si mira, la qual piombo o legno
Vedendo è chi non pavé.

* biancho ” dove

Lagrime adunque^ che dagli occhi versi
Per quelle che nel manco ^
Lato mi bagna chi primier s’ accorse,
Quadrella, del^ voler mio non mi svoglia;
Che ‘n giusta parte la sentenzia^ cade:
Per lei sospira 1’ alma; ed ella è degno
Che le sue piaghe lave.

^ Lagrima dunque ^ mancho ‘ dal * sententia

Da me son fatti i miei pensier diversi,
Tal già, qual io mi stanco,^
L’amata spada in sé stessa contorse.
Ne quella prego che però mi scioglia:
Che men son dritte al ciel tutt’altre strade,
E non s’ aspira al glorioso regno
Certo in più salda nave.

* stanche

Benigne stelle che compagne fersi
Al fortunato fianco,^

Quando ‘1 bel parto giù nel mondo scorse!
Ch’è stella in terra, e come in lauro foglia.
Conserva verde il pregio d’onestade;
Ove non spira folgore, né indegno
Vento mai che 1′ aggravo.

* fiancho

So io ben oh’ a voler chiuder in versi
Sue* laudi, fora stanco^
Chi più degna la mano a scriver porse.

48 Petrarca.

Qual cella è di memoria in cui s’ accoglia
Quanta vede vertù. quanta beltade:
Chi gli occhi mira d’ ogni valor segno,
Dolce del mio cor chiave.

* Suo – stanche

Quanto ‘1^ Sol gira, Amor più caro pegno,
Donna, di voi non ave.

MI

SESTINA II. 30

Propone di volere sempre amare Laura, ancorché non ne speri nulla.

Giovane^ donna sott’un^ verde lauro
Vidi, più bianca” e più fredda che neve
Non percossa dal Sol molti e molt’ anni;
E ‘1 suo parlar* e ‘1 bel viso e le chiome
Mi piacquen sì, eh’ i’ 1′ ho-” dinanzi agli occhi
Ed avrò sempre, ov’io sia, in poggio o ‘n riva.

Allor saranno i miei pensieri a riva,
Che foglia verde non si trovi in lauro:
Quand’avrò queto il cor,** asciutti gli occhi,
Vedrem ghiacciar’ il foco, arder la neve.
Non ho^ tanti capelli in queste chiome,
Quanti vorrei quel giorno attender anni.

Ma perchè vola il tempo e fuggon gli anni.
Sì ch’alia’-‘ morte in un punto s’arriva,
O con le^^ brune o con le bianche chiome;
Seguirò r ombra di quel dolce lauro
Per lo più ardente sole e per la neve,
Fin che 1′ ultimo dì chiuda quest’ occhi.

Non fur giammai veduti sì begli occhi
O nella ‘^ nostra etade o ne’ prim’ anni,
Che mi struggon cosi come ‘1 Sol neve:

«o

Rime. 49

Onde procede lagrimosa riva,
Ch’amor conduce a pie del duro lauro,
C’ha 1 rami di diamante, e d’or le chiome.

r temo di cangiar pria volto e chiome,
Che con vera pietà mi mostri gli occhi
L’idolo mio scolpito in vivo lauro;
Che, s’al contar non erro, oggi ha^- sett’anni
Che sospirando vo di riva in riva
La notte e ‘1 giorno, al caldo ed alla’-‘ neve.

Dentro pur foco, e for candida neve.
Sol con questi pensier, con altre chiome,
Sempre piangendo andrò per ogni riva.
Per far forse pietà venir negli occhi
Di tal che nascerà dopo mill’anni;
Se tanto viver può ^* ben culto ^” Lauro

L’auro e i topazj^’^ al Sol sopra la neve
Vincon le bionde chiome presso agli occhi
Che menan gli anni miei sì tosto a riva.

Giovene ~ sotto un “‘ biancha * parlare ^ o *”‘ core ‘ ghiacciare
^ala Incoile ” ne la ‘-a ‘^ a la ^’^ pò >« colto “= topacij

SONETTO XXIV. ” 31

Essendo Laura pericolosamente inferma, egli si consola considerando il
felice sialo di lei dopo la morte.

Quest’^ anima gentil, che si diparte,
Anzi tempo chiamata all’- altra vita.
Se lassuso è, quant’^’ esser de’, gradita.,
Terrà del ciel la più beata parte.

S’ella riman fra ‘1 terzo lume e Marte,
Fia la vista del Sole scolorita;
Poich’ a mirar sua bellezza infinita
L’anime degne intorno a lei fien sparte.
Bibl. rom. 12,15. 4

50 Petrarca.

Se si posasse sotto ‘1* quarto nido,
Ciascuna delle ^ tre saria men bella,
Ed essa sola avria la fama e ‘1 grido.

Nel quinto giro non abitrebb’” ella;
Ma se vola più alto, assai mi fido,
Che con Giove sia vinta ogni altra stella.
‘ Questa ‘^ a 1 •’ quanto * al ■” de le *’ habitarebbe

SONETTO XXV. 32

•fon attende pace, ne disinganno dei suo amore, se non che dalla morte.

Quanto più m’ avvicino^ al giorno estremo, –
Che r umana miseria suol far breve,
Più veggio ‘P tempo andar veloce e leve,
E ‘1 mio di lui sperar fallace e scemo.

r dico a’ miei pensieri* non molto andremo
D’amor parlando omai, che ‘1 duro e greve
Terreno incarco, come fresca^ neve,
Si va struggendo; onde noi pace avremo:

Perchè con^ lui cadrà quella speranza
Che ne fé vaneggiar sì lungamente,
E ‘1 riso e ‘1 pianto e la paura e V ira.

Sì vedrem chiaro poi come sovente
Per le cose dubbiose altri s’ avanza,
E come spesso indarno si sospira.
^ avicino ^. extremo * il ■* pensieri ^ frescha ” col

SONETTO XXVI. 33

Laura inferma gli apparisce in sogno, e lo assicura ch’ella ancor vive.[

Già fiammeggiava 1′ amorosa stella
Per r oriente, e 1′ altra, che Giunone
Suol far gelosa, nel settentrione^
Rotava i raggi suoi lucente e bella:

Levata era a filar la vecchierella, *

Discinta e scalza, e desto avea ‘1 carbone;
E gli amanti pungea quella stagione
Che per usanza a lagrimar gli appella:

Rime. 51

Quando mia speme, già condotta^ al verde,
Giunse nel cor, non per 1’ usata via,
Che ‘1 sonno tenea chiusa, e ‘1 dolor molle;

Quanto cangiata, oimè, da quel di pria!
E parea dir: perchè tuo valor perde?
Veder questi* occhi ancor^ non ti si tolle.

‘ septentrione * vecchiarella ^ condutta * quest ^ anchor

SONETTO XXVII. 34

Prega Apollo di sovvenire Laura, come Dio della medicina, come Sole
e come amante dell’albero consacrato a lui ed al Sole.

Apollo, s’ ancor ^ vive il bel desìo

Che t’infiammava alle tessaliche^ onde,
E se non hai^ l’amate chiome bionde,
Volgendo gli anni, già poste in obblio;*

Dal pigro gelo^ e dal tempo aspro e rio.
Che dura quanto ‘1 tuo viso s’asconde.
Difendi or l’onorata e sacra fronde.
Ove tu prima, e poi fu’ invescat’ io ; ^

E per virtù dell’ ‘ amorosa speme
Che ti sostenne nella* vita acerba,
Di queste impressione l’aere disgombra.

Sì vedrem poi per maraviglia insieme^**
Seder la Donna nostra sopra 1’ erba
E far delle ^^ sue braccia a se stess’^^ ombra.

^ anchor ” thesaliche ‘ai * oblio ^ gielo ‘ invescato io ‘ vertu
de 1 •* ne la • impressioni ^”^ meraviglia inseme ^* de le ^* stessa

SO TETTO XXVIII. 35

Vive nei luoghi solitari per non iscoprire l’amore portato da lui a
Laura, ma ha sempre amore in sua compagnia.

Solo e pensoso 1 più deserti campi
Vo misurando^ a passi tardi e lenti;
E gli occhi porto, per fuggir* intenti,
Dove^ vestigio uman* l’arena stampi.

52 P«1 l’arca.

Altro scliermo non trovo che mi scampi
Dal manifesto accorger delle^ genti;
Perchè negli atti d’ allegrezza** spenti
Di fuor si legge com’ io dentro avvampi. ”

Sì eh’ io mi credo ornai che monti e piagge
E fiumi e selve sappian di che tempre
Sia la mia vita, ch’è celata altrui

Ma pur sì aspre vie ne sì selvagge

Cercar non so, ch’Amor non venga sempre
Ragionando con meco, ed io con lui.^

‘ mesurando ^ fuggire ^ Ove * human ^ de le •”‘ dalegrezza
‘ avampi ** collui

SONETTO XXIX. 36

Desidera che Amore o infermità l’aggravi tanto che ne muoia, e rende
ragione, perchè egli con le sue mani non succida.

S’ io credessi^ per morte essere scarco
Del pensieri amoroso che m’atterra,
Con le^ mie mani avrei già posto in terra
Queste membra noiose e quello incarco.

Ma perch’io temo che sarebbe’^ un varco

Di pianto in pianto e d’una in altra guerra,
Di qua dal passo ancor’* che mi si serra,
Mezzo rimango, lasso, e mezzo il varco.

Tempo ben fora omai d’avere spinto
L’ultimo strai® la dispietata corda,
Neil” altrui sangue già bagnato e tinto.

Ed io ne prego Amore, e quella sorda.
Che mi lassò de’ suoi color dipinto,**
E di chiamarmi a se non le ricorda.

‘ credesse * pensiero ‘ Colle * sarrebbe “‘ anchor ” strale
‘ Ne 1 ” depinto

Rime.

I 53

CANZONE IV. 37

Si duole d’esser lontano da Laura, e dubita per la fuga degli anni
2 l’umana fragilità di’ prima morire che gli sia dato di rivederla.
Si è debile il filo a cui s’ altane
La gravosa mia vita,
Che, s’ altri non 1′ aita,
Ella fia tosto di suo corso a riva:
Però che dopo l’empia dipartita
Che dal dolce mio bene
Feci, sol una spene

È stato infin a qui cagion eh’ io viva; 8

Dicendo: Perchè priva
Sia dell’ ^ amata vista,
Mantienti, anima trista.
Che sai s’ a miglior tempo anco^ ritorni
Ed a più lieti giorni?
O se ‘1 perduto ben mai si racquista?
Questa speranza mi sostenne un tempo:
Or vien mancando, e troppo in lei rn’ attempo.
‘ de 1 – ancho
Il tempo passa, e 1′ ore son sì pronte
A fornir^ il viaggio,
Ch’ assai spazio”^ non aggio
Pur a pensar com’ io corro alla^ morte.
Appena* spunta in Oriente un raggio
Di Sol, eh’ all’ 5 altro monte
Dell’avverso orizzonte^

Giunto ‘1’ vedrai per vie lunghe e distorte. 8
Le vite son sì corte,
Sì gravi i corpi e frali
Degli uomini mortali,
Che quand’ ^ io mi ritrovo dal bel viso
Cotanto esser diviso,
Col desio non possendo mover 1′ ali,
Poco m’ avanza del conforto usato,
Né so quant’ io mi viva in questo stato.

^ fornire ^ spacio ” a la ■’a pena ^ al ^ De ladverso origonte
il* * quando

54 Petrarca.

Ogni loco m’ attrista, ‘ ov’ io non veggio
Oue”^ b^li occhi soavi
Che portaron le chiavi

De’ miei dolci pensier, mentr’ a Dio piacque.
E perchè ‘1 duro esilio”‘ più m’aggravi,
S’ io dormo o vado o seggio
Altro giammai* non chieggio,”
E ciò eh’ i’ vidi dopo lor mi spiacque 8

Quante montagne ed acque,
Quanto mar, quanti fiumi
M’ascondon que’ duo lumi.
Che quasi un bel sereno a mezzo ‘1 die
Per le tenebre mie.

Acciocché*’ ‘I rimembrar più mi consumi;
E quant” era mia vita allor gioiosa,
M’ insegni la presente aspra e noiosa.

‘ atrista ‘ Quei ‘ exilio ^ già mai ” cheggio ® A ciò chv
‘ quanto

Lasso, se ragionando si rinfresca
Queir ^ ardente desio
Che nacque il giorno eh’ io
Lassai di me la miglior parte addietro;’
E s’Amor se ne va per lungo obblìo;’”^
Chi mi conduce all’ * esca
Onde ‘1 mio dolor cresca?

E perchè pria, tacendo, non m’impetro? 8

Certo, cristallo o vetro
Non mostrò mai di fore
Nascosto altro colore.
Che r alma sconsolata assai non mostri
Più chiari i pensier nostri,
E la fera dolcezza eh’ è nel core.
Per gli occhi, che di sempre pianger vaghi
Cercan dì e notte’”* pur chi glien’^ appaghi.

‘ Quel ” a dietro * oblio •* a 1 ■”‘ nocte ” ^Ipin

Rime. 55

Novo piacer che negli umani ingegni
Spesse volte si trova,
D’ amar qual cosa nova
Più folta schiera di sospiri acccglial
Ed io son un di quei che ‘1 pianger giova;
E par ben eh’ io m’ ingegni
Che di lagrime pregni

Sien gli occhi miei, siccome^ ‘1 cor di doglia; 8
E perchè a ciò’^ m’invoglia
Ragionar de’ begli occhi,
(Ne cosa è che mi tocchi,
O sentir mi si faccia così addentro), ^
Corro spesso e rientro
Colà, donde più largo il duci trabocchi,
E sien col cor punite ambe le luci,
Ch’alia* strada d’Amor mi furon duci.

* si come ‘ accio ‘* a dentro * a la

Le trecce^ d’ or, che devrien far il Sole
D’invidia molta ir pieno;
E ‘1 bel guardo sereno.
Ove i raggi d’Amor sì caldi sono.
Che mi fanno anzi tempo venir meno,
E r accorte parole.
Rade nel mondo o sole.

Che mi fer già di se cortese dono, 8

Mi son tolte: e perdono
Più lieve ogni altra offesa,
Che l’essermi contesa
Quella benigna angelica salute,
Che’l mio cor a virtute^
Destar solea con una voglia accesa:
Tal ch’io non penso udir cosa giammai^
Che mi conforte ad altro eh’ a trar guai.

^ treccie – vertute ‘ già mai

56 Petrarca.

E per pianger ancor^ con più diletto.
Le man bianche sottili
E le braccia gentili,
E gli atti suoi soavemente alteri,
E i dolci sdegni alteramente umili, ^
E ‘1 bel giovenil petto
Torre d’ alto intelletto, ^

Mi celan questi luoghi alpestri e feri; 8

E non so s’io mi speri
Vederla anzi eh’ io mora;
Però eh’ ad ora ad ora
S’erge la speme, e poi non sa star ferma:
Ma ricadendo afferma
Di mai non veder lei che’l Ciel onora,’
Ove*^ alberga onestate^’ e cortesia,
E dov’ io prego che ‘1 mio albergo sia.
• anchor – humili ^ intellecto * honora “‘ Ov ® honestate

Canzon. s’al dolce loco
La Donna nostra vedi,
Credo ben che tu credi
Ch’ ella ti porgerà la bella mano,
Ond’io son sì lontano.
Non la toccar;^ ma reverente a’- piedi
Le di’ ch’io sarò là tosto ch’io possa,
spirto ignudo, od uom di carne e d’ossa.
‘ tocchar – ai

SONETTO XXX. 38

Scrive, ad Orso, dolendosi d’un velo, del chinar della fronte e della man
di Laura che gV impediscono la vista degli occhi di lei.

Orso, e’ non furon mai fiumi, né stagni.
Ne mare, ov’ ogni rivo si disgombra.
Né di muro o di poggio o di ramo ombra,
Né nebbia, che ‘1 ciel copra, e ‘1 mondo bagni.

Né altro impedimento, ond’io mi lagni.
Qualunque più l’umana vista ingombra,
Quanto d’ un vel che due begli occhi adombra,
E par che dica; Or ti consuma e piagni.

Rime. 57

E quel lor inchinar, ch’ogni mia gioia
Spegne, o per umiltate^ o per orgoglio,^
Cagion sarà che ‘nanzi tempo i’ moia.

E d’una bianca^ mano anco* mi dogHo,
Ch’è stata sempre accorta a farmi noia,
E centra gli occhi miei s’è fatta scoglio.

* humilitade ^ argoglio ” biancha * ancho

SONETTO XXXI. 39

Dfce che se si muove tardi a veder Laura, non procede da poco amo/e,
ma da deliberato consiglio di non incontrare gli occhi turbati di lei.

Io temo sì de’ begli occhi l’assalto,

Ne’ quali Amore e la mia morte alberga,

Ch’i’ fuggo lor come fanciul la verga;

E gran tempo è ch’io^ presi ‘P primier salto.

Da ora innanzi” faticoso od alto

Loco non fia, dove’l voler non s’erga,

Per non* scontrar chi i miei” sensi disperga,

Lassando, come suol, me freddo smalto.

Dunque, s’a veder voi tardo mi volsi.
Per non ravvicinarmi a chi mi strugge.
Fallir forse non fu di scusa indegno.

Più dico, che’l tornare a quel ch’uom fugge,
E ‘1 cor che di paura tanta sciolsi,
Pur della ^ fede mia non leggier pegno.

M * il ^ inangi * no ^ chi miei ® de la

SONETTO XXXII (Var. arg. VII). 40

Prega un amico a volergli imprestare le opere dei Padre Sanie Agostino.

S’ Amore o Morte non dà qualche stroppio
AUa^ tela novella ch’ora ordisco,
E s’io mi svolvo dal tenace visco,
Mentre che l’un con- l’altro vero accoppio;

53 Petrarca.

r farò forse un mio lavor sì doppio

Tra lo stil de’ moderni e ‘1 sermon prisco.
Che (paventosamente a dirlo ardisco)
Infin a Roma n’udirai lo scoppio.

Ma però che mi manca,” a fornir l’opra,
Alquanto delle* fila benedette.
Ch’avanzare a quel mio diletto •”* padre.
Perchè tien verso me le man sì strette

Centra tua usanza? i’ prego che tu l’opra,
E vedrai riuscir cose leggiadre.
^ A la ‘^ col ‘ mancha * de le ” dilecto

SONETTO XXXIII. 41

Quando Laura park, il cielo tosto si oscura, ed insorgono le procelle.

Quando dal proprio sitò si rimove

L’arbor ch’amò già Febo^ in corpo umano, “^
Sospira e suda all’ ^ opera Vulcano,
Per rinfrescar l’aspre saette a Giove;

Il quale or tona, or nevica’^ ed or piove,
Senza onorar^ più Cesare che Giano;
La terra piagne, ^ e ‘1 Sol ci sta lontano
Che la sua cara amica vede’^ altrove.

AUor riprende ardir Saturno e Marte,
Crudeli stelle; ed Orione armato
Spezza a’ tristi nocchier governi e sarte.

Eolo a Nettuno^ ed a Giunon turbato
Fa sentire, ed a noi, come si parte
Il bel viso dagli angeli aspettato.^

^ phebo – humano “al ^ nevicha ” honorar *^ piange ‘ ved
^ neptuno ‘* aspectato

SONETTO XXXIV. 42

Air iter Yxo di Laura, si rasserena il cielo, e si ricompone in placida calma.
Ma poi che ‘1 dolce riso umile ^ e piano
Più non asconde sue bellezze nove,
Le braccia alla- fucina indarno move
L’ antichissimo”‘ fabbro siciliano;”*

Rime. 59

Ch’ a Giove tolte son V arme di mano
Temprate in Mongibello a tutte prove:
E sua sorella par che si rinnove’»
Nel bel guardo d’ Apollo a mano a mano.

Del lito Occidental si move un fiato
Che fa securo il navigar senz’ arte
E desta i fior tra 1′ erba in ciascun prato.
Stelle noiose fuggon d’ ogni parte,
Disperse dal bel viso innamorato,^
Per cui lagrime molte son già sparte.
‘ humile – a la •’ antiquissimo * ciciliano ”’ rinove ” inamorato

SONETTO XXXV. 43

Infintantochè Laura è assente, il cielo rimane sempre torbido ed oscuro.

Il figliuol di Latona avea già nove
Volte guardato dal balcon sovrano
Per quella eh’ alcun tempo mosse in vano
I suoi sospiri, ed or gli altrui commove.

Poi che cercando stanco non seppe ove
S’ albergasse, da presso o di lontano ;
Mostrossi a noi qual uom^ per doglia insano,
Che molto amata cosa non ritrove.

E così tristo standosi in disparte,
Tornar non vide il viso che laudato
Sarà, s’ io vivo, in più di mille carte.

E pietà lui medesmo avea cangiato,
Sì che i begli- occhi lagrimavan parte:
Però r aere ritenne il primo stato.
^ huom -‘ che begli

SONETTO XXXVI. 44

Alcuni piansero i loro stessi nemici; ed ella quando ei muore di lei,
nonché lo degni di una lagrima, lo guarda con dispetto e con ir /.

Quel eh’ in Tessaglia’ ebbe le man sì pronte
A farla del civil sangue verm.iglia.
Pianse morto il marito di sua figlia.
Raffigurato alle” fattezze conte;

60 Petrarca.

E ‘1 pastor eh’ a Golia ruppe la fronte,
Pianse la ribellante sua famiglia,
E sopra ‘1 buon Saul cangiò le ciglia,
Ond’ assai può dolersi il fiero monte.

Ma voi. che mai pietà non discolora,
E eh’ avete gli schermi sempre accorti
Centra l’arco d’Amor, che ‘ndarno tira,

Mi vedete straziare a mille morti;
Né lagrima però discese ancora^
Da’ be’ vostr’ occhi; ma disdegno ed ira.
‘ Oue chentesaglia ‘ a le ‘ anchora

SONETTO XXXVII. 45

Si lamenta che ella specchiandosi, innamoratasi di sé stessa, gode senza
cuyarsi d’altro. Cerca di rimoverlane coli’esempio della fine di Narciso.

Il mio avversario,^ in cui veder solete

Gli occhi vostri, eh’ Amore e ‘1 Ciel onora, ‘^
Con ^ le non sue bellezze v’ innamora.
Più che ‘n guisa mortai soavi e liete.

Far consiglio di lui. Donna, m’ avete
Scacciato del mio dolce albergo fora;
Misero esilio! avvegnach’ io non-^ fora
D’ abitar degno ove voi sola siete.

Ma s’ io v’ era con saldi chiovi fisso,

Non devea specchio farvi per mio danno,
A voi stessa piacendo, aspra e superba.

Certo, se vi rimembra di Nareisso,

Questo e quel corso ad un termine vanno:
Benché di sì bel fior sia indegna 1′ erba.
‘ adversario ^ honora ^ Col * exilio avegna chi non

SONETTO XXXVIII. 46

L’adornarsi che Laura faceva, e massime il suo specchiarsi, innamoran-
dola sempre più di sé stessa e insuperbendola, nocevano al poeta.

L’ oro e le perle, e i fior vermigli e i bianchi.
Che ‘1 verno devria far languidi e secchi,
Son per me acerbi e velenosi stecchi,
Ch’ io provo per lo petto e per fianchi.

Rime. 61

Però i dì miei fien lagrimosi e manchi;

Che gran duol rade volte avvien ^ che ‘nvecchi :
Ma più ne’ncolpo- i micidiali specchi,
Che ‘n vagheggiar voi stessa avete stanchi.

Questi poser silenzio^ al signor mio,
Che per me vi pregava; ond’ ei si tacque
Veggendo in voi finir vostro desio.

Questi fur* fabbricati sopra 1′ acque
D’abisso, e tinti nell”^ eterno obblio;”
Onde ‘1 principio di mia morte nacque.
‘ aven * necolpo ^ silentio * fuor ^ nel ^ oblio

SONETTO XXXIX. 47

Dice di esserle passato davanti, perchè ricevendo virtù da lei vi è stato
sforzato per vivere, e che, se non vorrà morire, sarà costretto a tornarvi,

r^sentia dentr’ al cor già venir meno
Gli spirti- che da voi ricevon vita;
E, perchè naturalmente s’ aita
Centra la morte ogni animai terreno,

Largai ‘1 desio, eh’ i’ tengo”* or molto a freno.
E misil per la via quasi smarrita;
Però che dì e notte indi m’ invita.
Ed io centra sua voglia altronde ‘1 meno.

E, mi condusse vergognoso e tardo
A riveder gli occhi leggiadri, ond’ io.
Per non esser lor grave, assai mi guardo.

Vivrommi un tempo omai, eh’ al viver mio
Tanta virtù te ha* sol un vostro sguardo;
E poi morrò, s’ io non credo al desio.
* Io ^ spiriti ^ teng * a

SONETTO XL. 48

Si maraviglia il Poeta come l’amor suo, per troppa veemenza, si rimanga
quasi stupido e inetto a tentar cosa alcuna per conseguire il suo intento.

Se mai foco per foco non si spense,

Né fiume fu giammai^ secco per pioggia;

Ma sempre 1″ un per 1′ altro simil poggia,

E spesso r un contrario T altro accense;

62 Petrarca.

Amor, tu eh’ i- pensier nostri dispense,

Al qual un’ alma in duo corpi s’ appoggia.

Perchè fa’^ in lei con disusata foggia

Men, per molto voler, le voglie intense?
Forse, siccome ‘H Nil, d’alto caggendo,

Col gran suono i vicin’^ d’intorno assorda;

E ‘1 Sol*^ abbaglia chi ben fiso il’ guarda;
Così ‘1 desio, che seco non s’ accorda,

Nello ‘^ sfrenato obbietto^ vien perdendo;

E per troppo spronar la fuga è tarda.
^ già mai * che ^ fai * sì cornei * vicini •* sole ‘1 ^ Ne lo
obiecto

SONETTO XLI. 49

Alla presenza di Laura non può più parlare, né piangere, né sospirare.

Perch’ io t’ abbia guardato di menzogna
A mio podere, ed onorato^ assai.
Ingrata lingua, già però non m’ hai*
Renduto onor, ^ ma fatto’* ira e vergogna:

Che quando più ‘1 tuo aiuto mi bisogna
Per dimandar mercede, allor ti stai
Sempre più fredda; e se parole fai.
Sono imperfette,^ e quasi d’ uom che sogna.

Lagrime triste, e voi tutte le notti

M’accompagnate, ov’ io vorrei star solo;
Poi fuggite dinanzi alla*^ mia pace.

E voi sì pronti a darmi angoscia e duolo,

Sospiri, allor traete lenti e rotti.

Sola la vista mia del cor non tace.

^ honorato *” mai ^ Rendduto honor * facto ‘ Son imperfecte
« a la

CANZONE V. 50

Per comparazione d’una vecchia peregrina, d’un zappatore, d’un pastore, ds*
naviganti e de’ buoi, mostra il suo stato essere oltremodo misero, quando
essi, almeno di notte, si riposano, laddove egli né di né notte trova quiete.

Nella ^ stagion che ‘1 ciel rapido inchina

Verso occidente, e che ‘1 dì nostro vola

A gente che di là forse 1′ aspetta;

Veggendosi in lontan paese sola,

Rime. 63

La stanca vecchierella’^ pellegrina

Raddoppia i passi, e più e più s’ affretta; 6

E poi così soletta,

Al fin di sua giornata

Talora è consolata

D’ alcun breve riposo, ov’ ella obblia^

La noia e ‘1 mal della ‘^ passata via.

Ma, lasso, ogni dolor che ‘1 dì m’ adduce.

Cresce, qualor s’ invia

Per partirsi da noi 1′ eterna luce.

Ne la ‘^ stancha vecchiarella ^ oblia ^ de la

Come ‘1 Sol volge le ‘nfiammate rote

Per dar luogo allrJ notte, onde discende

Dagli altissimi monti maggior l’ombra,

L’ avaro zappador V arme riprende,

E con parole e con alpestri note

Ogni gravezza^ del suo petto sgombra; 6

E poi la mensa ingombra

Di povere vivande,

Simili a quelle ghiande

Le qua’ fuggendo tutto ‘1 mondo onora. *

Ma chi vuol, si rallegri ad ora ad ora;

Ch’ i’ pur non ebbi ancor, ^ non dirò lieta,

Ma riposata un’ ora’^

Ne per volger di ciel né di pianeta.

a la ^ gravega * honora * anchor * bora

Quando vede ‘1 pastor calare i raggi
Del gran pianeta al nido ov’egli alberga,
E’mbrunir^ le contrade d’oriente,
Drizzasi in piedi, e con^ l’usata verga,
Lassando l’erba e le fontane e i faggi,
Move la schiera sua soavemente; 6

Poi^ lontan dalla “^ gente,
O casetta o spelonco^
Di verdi frondi ingiunca:*

– ‘^■.

64 Petrarca.

Ivi senza pensier s’adagia e donne.
Ahi,’ crudo Amor, ma tu allor più m’ informe
A seguir d’ una fera che mi strugge
La voce e i passi e l’orme,
E lei non stringi, che s’appiatta e fugge.
‘ Enbrunir ” co “‘ Più ‘* da la ‘* spelunca ” ingiuncha ‘ Ai

E i naviganti in qualche chiusa valle

Gettan le membra poi che ‘1 Sol s’asconde,

Sul duro legno e sotto 1’ ‘ aspre gonne.

Ma io, perchè s’attuffi in mezzo l’onde,

E lassi Ispagna- dietro alle’*^ sue spalle,

E Granata e Marocco^ e le Colonne, 6

E gli uomini e le donne

E ‘1 mondo e gli animali

Acquetino^ i lor mali;

Fine non pongo al mio ostinato’^ affanno:

E ducimi ch’ogni giorno arroge al danno:

Oh’ i’ son già, pur crescendo in questa voglia,

Ben presso al decim’anno.

Né posso ^ indovinar chi me ne scioglia.

‘ ai ‘ lasci hispagna ^ a le * Marroccho ^ Aquetino * obstinato
poss

E, perchè un poco nel parlar mi sfogo.

Veggio la sera i buoi tornare sciolti

Dalle ^ campagne e da’ solcati colli.

I miei sospiri a me perchè non tolti

Quando che sia? perchè no ‘1 grave giogo?

Perchè dì e notte gli occhi miei son molli?

Misero me! che volli,

Quando primier sì fiso

Gli tenni nel bel viso,

Per iscolpirlo, immaginando,’-‘ in parte

Onde mai né per forza né per arte

Mosso sarà, fin eh’ i’ sia dato in preda

A chi tutto diparte?

Né so ben anco^ che di lei mi creda.

‘ Da le ‘^ imaginando ” ancho

Rime. 65

Canzon, se 1′ esser meco
Dal mattino alla^ sera
T’ ha^ fatto di mia schiera,
Tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;
E d’ altrui loda curerai sì poco,
Ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio
Come m’ha’^ concio ‘1 foco
Di questa viva petra ov’io m’appoggio.

^ matino a la ‘•’ Ta ^ a

SONETTO XLII. 51

Dice che se Laura sdegnata gli si avvicinava un poco, egli diveniva un
sasso, e si duole che ciò non sia avvenuto, perchè sarebbe fuori d’affanno.

Poco era ad appressarsi agli occhi miei
La luce che da lunge gli abbarbaglia.
Che, come vide lei cangiar Tessaglia,^
Così cangiato ogni mia forma avrei.

E s’io non posso trasformarmi’-^* in lei

Più ch’i’ mi sia (non ch’a mercè mi vaglia),
Di qual pietra-” più rigida s’ intaglia,
Pensoso nella ^ vista oggi sarei;

Ó di diamante, o d’un bel marmo bianco-”
Per la paura forse, o d’ un diaspro,
Pregiato poi dal vulgo avaro e sciocco.*’

E saria ^ fuor del grave giogo ed aspro;

Per cu’i’ ho^ invidia di quel vecchio stanco^

Che fa con^*^ le sue spalle ombra a Marrocco.^^

^ Thesaglia – transformarmi ” petra ‘^ ne la ^ bianche ^ sciocche
”sarei ** cui io “stanche “^ co ‘^ marroccho

MADRIGALE I. 52

Solo al vederla bagnare un velo spasimava d’ amore.

Non al suo amante più Diana piacque,
Quando per tal ventura tutta ignuda
La vide in mezzo delle’ gelid’ acque;
Ch’a me la pastorella alpestre^ e cruda,
Bibl. rom. 12/15 5

66 Petrarca.

Posta a bagnar un leggiadretto velo,
Ch’a l’aura il vago e biondo capei chiuda;
Tal che mi fece or, quand’ egli arde il^ cielo,
Tutto tremar d’ un amoroso gelo.*

‘ de le •* alpestra * 1 * gielo

CANZONE VI (Var. arg. II). 53

A cola da Rienzo, pregandolo di’ restituire a Roma Fantica sua libertà.

Spirto gentil che quelle membra reggi
Dentro alle^ qua’ peregrinando alberga
Un signor valoroso, accorto e saggio;
Poi che se’ giunto all’- onorata verga
Con la” qual Roma e suoi erranti correggi,
E la richiami al suo antico ‘^ viaggio;
Io parlo a te, però ch’altrove un raggio
Non veggio di vertù, ch’ai mondo è spenta,
Ne trovo chi di mal far si vergogni.
Che s’aspetti non so, né che s’agogni
Italia, che suoi guai non par che senta,
Vecchia, oziosa^ e lenta.
Dormirà sempre e non fia chi la svegli?
Le man l’avess’io avvolte** entro capegli,

‘ a le ■■* a 1 ‘ Colla * antiquo ‘ otiosa • avolto

Non spero che giammai^ dal pigro sonno
Mova la testa, per chiamar ch’uom faccia;
Sì gravemente è oppressa e di tal soma.
Ma non senza destino alle^ tue braccia,
Che scuoter forte e sollevarla ponno,
È or commesso il nostro capo Roma.
Pon man in quella venerabil chioma
Securamente e nelle ^ trecce^ sparte.
Sì che la neghittosa esca del fango,
r, che dì e notte del suo strazio piango.
Di mia speranza ho^ in te la maggior parte:
Che se ‘1 popol di Marte

Rime. 67

Dovesse® al proprio onor’ alzar mai gli occhi,
Farmi pur eh’ a’ tuoi dì la grazia*^ tocchi.

^ giamai ^ a la ^ ne la * treccia ^ o * Devesse ‘ honore
‘ gratia

L’antiche mura ch’ancor^ teme ed ama,
E trema ‘1 mondo, quando si rimembra
Del tempo andato e ‘ndietro si rivolve;
E i sassi dove fur chiuse le membra
Di ta’ che non saranno senza fama,
Se l’universo pria non si dissolve; 6

E tutto quel ch’una ruina involve,
Per te spera saldar ogni suo vizio. ^
O grandi Scipioni, o fedel Bruto,
Quanto v’aggrada, se gli è ancor ‘^ venuto
Romor laggiù* del ben locato offizio!”
Come ere’ che Fabbrizio^
Si faccia lieto udendo la novella,
E dice: Roma mia sarà ancor’ bella.

1 anchor ^ vitto * anchor * la giù ‘ officio ” fabritio ‘ anchor

E se cosa di qua nel ciel si cura,
L’anime che lassù son cittadine,^
Ed hanno ^ i corpi abbandonati ‘^ in terra,
Del lungo odio civil ti pregan fine,
Per cui la gente ben non s’assecura.
Onde ‘1 cammin* a’ lor tetti ^ si serra; 6

Che fur già sì devoti, ed ora in guerra
Quasi spelunca di ladron son fatti,
Tal eh’ a’ buon solamente uscio si chiude;
E tra gli altari, e tra le statue ignude
Ogn’ ® impresa crudel par che si tratti.
Deh’ quanto diversi atti!
Ne senza squille s’incomincia’^ assalto,
Che per Dio ringraziar^ fur poste in alto.

1 citadine – anno * abandonatì * camin •* tecti ® Ogni ‘ De
* incommincia ** ringraciar

Petrarca.

Le donne lagrimose, e M vulgo inerme
Della ^ tenera etate, e i vecchi stanchi,
C hanno se in odio e la soverchia vita,
E i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,
Con 2 l’altre schiere travagliate e ‘nferme,
Gridan: o signor nostro, aita, aita;
E la povera gente sbigottita
Ti scopre le sue piaghe a mille a mille,
Ch’Annibale,^ non ch’altri, farian pio.
E se ben guardi alla’* magion di Dio.
Ch’arde oggi tutta, assai poche faville
Spegnendo, fien tranquille
Le voglie, che si mostran sì ‘nfiammate,
Onde fien l’opre tue nel ciel laudate.

‘ De la * Col » anibale * a la

Orsi, lupi, leoni, aquile e serpi
Ad una gran marmorea colonna^
Fanno noia sovente, ed a se danno.
Di costor piagne^ quella gentil donna,
Che t’ha’^ chiamato, acciocché* di lei sterpi
Le male piante, che fiorir non sanno.
Passato è già più che ‘1 millesim’ ^ anno
Che ‘n lei mancar quell’anime leggiadre
Che locata l’avean là dov’ell’era.
Ahi^ nova gente oltra misura altera,
Irreverente a tanta ed a tal madre I
Tu marito, tu padre;
Ogni soccorso di tua man s’attende;
Che ‘1 maggior padre ad altr’opera intende.

‘ colonna “^ piange ‘ ta * acio che ^ nnillesimo •* Ai

Rade volte adivien ch’ali’ ^ alte imprese
Fortuna ingiuriosa non contrasti.
Ch’agli animosi fatti mal s’accorda.
Ora sgombrando ‘1 passo onde tu intrasti,
Fammisi- perdonar molt’altre offese.

Rime. 59

Ch’almen qui da se stessa si discorda: 6

Però che, quanto ‘1 mondo sì ricorda,

Ad uom^ mortai non fu aperta la via

Per farsi, come a te, di fama eterno;

Che puoi drizzar, s’i’non falso discerno.

In stato la più nobil monarchia.

Quanta gloria ti fia

E3ir: gli altri l’aitar giovine”* e forte;

Questi in vecchiezza la scampò da morte!

* adiven chal ^ Famisi ^ huom * giovene

Sopra ‘1 monte Tarpeo, ^ Canzon, vedrai
Un cavalier ch’ItaUa tutta onora,”
Pensoso più d’altrui che di se stesso.
Digh: un che non ti vide ancor ^ da presso,
Se non come per fama uom^ s’innamora.
Dice che Roma ogni ora,
Con gli occhi di dolor bagnati e molli.
Ti chier mercè da tutti sette i colli.

1 Tarpeio ^ honora ^ anchor * huom

MADRIGALE II. 54

Vede i pericoli del suo amore e pel momento se ne ritrae.

^erch’ al viso d’ Amor portava insegna,
Mosse una pellegrina il mio cor vano;
Ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.

E lei seguendo su per 1′ erbe verdi,
Udii^ dir alta voce di lontano:
Ahi”’ quanti passi per la selva perdi 1

Allor mi strinsi all’ombra” d’un bel faggio.
Tutto pensoso; e rimirando intorno.
Vidi assai periglioso il mio viaggio;
E tornai ‘ndietro”* quasi a mezzo il^ giorno.

, * Vdi – Ai * a lombra ■* in dietro ^ 1

70 Petrarca.

BALLATA III. 55

gyedeua d’esser libero d’amore, e conosce d’esservisi sempre più rinvescaio.

Quel foco ch’io^ pensai che fosse spento
Dal freddo tempo e dall’ ^ età men fresca,
Fiamma e martir nell’^ anima rinfresca.

Non fur mai tutte spente, a quel ch’i’ veggio,
Ma ricoperte alquanto le faville;
E temo no ‘1 secondo error sia peggio.
Per lagrime, eh’ io^ spargo a mille a mille,
Conven che ‘1 duol per gli occhi si distille
Dal cor, c’ha seco le faville e l’esca;
Non pur qual fu, ma pare a me che cresca.

Qual foco non avrian già spento e morto
L’onde che gli occhi tristi versan sempre?
Amor (avvegna* mi sia tardi accorto)
Vuol^ che tra duo contrari mi distempre;
E tende lacci in sì diverse tempre^
Che quand’ho’ più speranza che’l cor n’esca,
Allor più nel bel viso mi rinvesca.

1 chi ‘-^ da 1 3 nel * chi ” avegna ® Voi ‘ quando

SONETTO XLIII. 56

Si duole di non veder Laura ad una certa ora, secondo ch’ella gli
avea promesso.

Se col cieco desir, che’l cor distrugge,
Contando 1′ ore non m’ ingann’ ^ io stesso,
Ora, mentre eh’ io parlo, il tempo fugge
Ch’ a me fu insieme’ ed a mercè promesso.

Qual ombra è sì crudel che ‘1 seme adugge
Ch’ai desiato’^ frutto era sì presso?
E dentro dal mio ovil qual fera rugge?
Tra la spiga e la man qual muro è messo?

Lasso, noi so; ma sì conosco io bene
Che per far più dogliosa la mia vita.
Amor m’addusse in sì gioiosa spene.

Rime 71

Ed or di quel eh’ i’ ho letto* mi sovvene;*
Che innanzi® al dì dell” ultinna partita
Uom^ beato chiamar non si convene.

^ inganno ^ inseme ^ disiato * chio lecto ^ sovene ® nanzi
de la * huom

SONETTO XLIV. 57

ispera d’esser mai trattato bene da Laura; le sue grazie o non vengono
ai, tardi; presto si dileguano; e dopo tanto amaro non riescono
pili grate.

Mie venture al venir son tarde e pigre,

La speme incerta, e ‘1 desir monta e cresce,
Onde ‘1 lassar e Taspettar^ m’incresce;
E poi al partir son più levi che tigre.

Lasso, le nevi fien tepide e nigre,

E ‘1 mar senz’ onda, e per 1′ alpe ogni pesce ;
E corcherassi ‘1^ Sol là oltre ond’ esce
D’un medesimo fonte Eufrate e Tigre;

Prima eh’ i’ trovi in ciò pace né tregua, ^

O Amor’^ o Madonna altr’uso impari;

Che m’hanno^ congiurato a torto incontra:
E s’ i’ ho® alcun dolce, è dopo tanti amari,

Che per disdegno il gusto si dilegua.

Altro mai di lor grazie’ non m’incontra.

* el lassare et laspectar ^ il ^ triegua * amore ^ manne * sic
gratie

SONETTO XLV (Var. arg. Vili). 58

l messer Agapito, pregandolo di ricevere in sua memoria alcuni piccoli

doni.

La guancia, che fu già piangendo stanca,^
Riposate su l’un, Signor mio caro;
E siate omai’-^ di voi stesso più avaro
A quel crudel che suoi seguaci imbianca.**

Con^ r altro richiudete da man manca ^
La strada a’ messi suoi, ch’indi passare,
Mostrandovi un d’agosto e di gennaro;**
Perch’ alla’ lunga via tempo ne manca.*

72

Petrarca.

E col terzo bevete un suco d’erba

Che purghe ogni pensier che ‘1 cor afflige,
Dolce alla^ fine e nel principio acerba.
Me riponete ove’l piacer si serba

Tal eh’ i’ non tema del nocchier di Stige;
Se la preghiera mia non è superba.
‘ stancha ^ ormai ^ imbiancha * Col ■* mancha « genaro ‘ a la
** mancha ^ a la

BALLATA IV. 59

La ama sempre sebbene ella gli neghi la vista delle chiome e degli occhi,
origine del suo amore.

Perchè quel che mi trasse ad amar prima,

Altrui colpa mi teglia.

Del mio fermo voler già non mi svoglia
Tra le chiome dell’^ or nascose il laccio

Al qual mi strinse, Amore;

E da’ begli occhi mosse il freddo ghiaccio

Che mi passò nel core

Con la virtù – d’ un subito splendore,

Che d’ ogni altra sua voglia,

Sol rimembrando, ancor^ l’anima spoglia.
Tolta m’ è poi di que’ biondi capelli,

Lasso, la dolce vista;

E ‘1 volger di* duo lumi onesti^ e belli

Col suo fuggir m’attrista:

Ma perchè ben morendo onor” s’ acquista,

Per morte né per doglia

Non vo’ che da tal nodo Amor mi scioglia.
‘ del “^ vertu ^ anchor * de * honesti ^ honor

SONETTO XLVI. 60

Non abbia più privilegi quel Lauro, che di dolce e gentile gli si fece

spietato.

L’arbor gentil che forte amai molt’ anni.
Mentre i bei rami non m’ ebber a sdegno.
Fiorir faceva il mio debile ingegno
Alla^ sua ombra, e crescer negli affanni.

Rime. 73

Poi che, securo me di tali inganni.’
Fece di dolce se spietato legno,
r rivolsi i pensier tutti ad un segno,
Che parlan sempre de’ lor tristi danni.

Che porà dir chi per Amor sospira,
S’altra speranza le mie rime nove
Gli avessero data, e per costei la perde?

Ne poeta ne colga mai, né Giove
La privilegi; ed al Sol venga in ira
Tal che si secchi ogni sua foglia verde.
^ A la – avessir

SONETTO XLVII. 61

Benedice tutto ciò che fu cagione od effetto del suo amore verso di lei.

Benedetto sia ‘1 giorno e ‘1 mese e l’anno
E la stagione e ‘1 tempo e 1’ ora e ‘1 punto
E ‘1 bel paese e ‘1 loco ov’ io fui giunto
Da duo begli occhi, che legato m’hanno:^

E benedetto il primo dolce affanno

Ch’ i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
E r arco e le saette ond’ io’^ fui punto
E le piaghe ch’infin^ al cor mi vanno.

Benedette le voci tante eh’ io,

Chiamando il nome di^ mia Donna, ho’^ sparte,

E 1 sospiri e le lagrime e ‘1 desio;
E benedette sien tutte le carte

Ov’io fama le^ acquisto, e ‘1 pensier mio,

Ch’ è sol di lei, sì ch’altra non v’ha*^ parte.

^ manno ^ ondi ^ chenfln * de ^ o “1 ‘va

SONETTO XLVIII. 62

Avvedutosi delle sue follie, prega Dio che lo torni ad una vita migliore.

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
Dopo le notti vaneggiando spese
Con quel fero desìo eh’ al cor s’ accese
Mirando gli atti per mio mal si adorni;

74

Petrarca.

Piacciati ornai, col tuo lume, ch’io torni ,

Ad altra vita ed a più belle imprese; (

Sì ch’avendo le reti indarno tese,

11 mio duro avversario^ se ne scorni.
Or volge. Signor mio, 1′ undecima anno

Ch’ i’ fui sommesso al dispietato giogo,

Che sopra i più soggetti è più feroce.
Miserere del mio non degno affanno;

Riduci-^ i pensier vaghi a miglior luogo;

Rammenta-^ lor com’ oggi fosti ^ in croce.
> adversario ‘ undecimo ‘ Reduci ‘ Ramenta ‘ come oggi fusti

BALLATA V. 63

Pyova che la sua vita è nelle mani di Laura, da che potè dargliela
con un saluto.
Volgendo gli occhi al mio novo colore,
Che fa di morte rimembrar la gente.
Pietà vi mosse; onde, benignamente
Salutando, teneste in vita il core.
La frale ^ vita eh’ ancor meco alberga.
Fu de’ begli occhi vostri aperto dono
E della”^ voce angelica soave.
Da lor conosco l’esser ov’ io sono;
Che, come suol pigro animai per verga,
Così destaro in me 1′ anima grave.
Del mio cor, Donna, 1′ una e 1′ altra chiave
Avete in mano; e di ciò son contento.
Presto di navigar =^ a ciascun vento;
Ch’ogni cosa da voi m’ è dolce onore.
‘ fraile – de la ‘ navigare ‘ honore

SONETTO XLIX. .64

Consiilia Laura a non voler odiare Quel cuore, dond’ ella non può più

uscire.

Se voi poteste per turbati segni.

Per chinar gli occhi o per piegar ^ la testa,
O per esser più d’ altra al fuggir presta.
Torcendo ‘l viso a’ preghi onesti* e degni.

Rimo. 75

Uscir giammai, ovver^ per altri ingegni,
Del petto, ove dal primo lauro innesta
Amor più rami; i’ direi ben che questa
Fosse giusta cagione a’ vostri sdegni ;

Che gentil pianta in arido terreno
Par che si disconvenga; e però lieta
Naturalmente quindi si diparte.

Ma poi vostro destino a voi pur vieta
L’esser altrove, provvedete* almeno
Di non star sempre in odiosa parte.

* pieghar ” honesti ” giamai over * provedete

SONETTO L. 65

Dispera di poter lasciar mai l’amore di Laura o di sminuirlo ma dice
esser da tentare che Laura ami.

Lasso, che mal accorto fui da prima
Nel giorno eh’ a ferir mi venne Amore,
Ch’ a passo a passo è poi fatto signore
Della^ mia vita, e posto in suUa^ cima!

Io non credea, per forza di sua lima,
Che punto di fermezza o di valore
Mancasse mai nell’” indurato core:
Ma così va chi sopra ‘1 ver s’ estima.

Da ora innanzi’^ ogni difesa è tarda
Altra, che di provar s’ assai o poco,
Questi preghi mortali Amore sguarda.

Non prego già, né puote aver più loco,
Che misuratamente”’ il mio cor arda;
Ma che sua parte abbia ^ costei del foco.

1 De la ^ su la ” ne 1 * inangi ^ mesuratamente ** abbi

SESTINA IIL 66

Rassomiglia Laura all’inverno, e prevede che così cruda gli sarà sempre.

L’aere gravato, e l’importuna nebbia
Compressa intorno da rabbiosi venti.
Tosto conven che si converta in pioggia;

76 P©trarca

E già son quasi di cristallo i fiumi;
E ‘n vece dell’ ^ erbetta, per le valli
Non si^ ved’ altro che pruine e ghiaccio.

Ed io nel cor via più freddo che ghiaccio,
Ho^ di gravi pensier tal una nebbia.
Qual si leva talor di queste valli
Serrate incontr’^ a gli amorosi venti
E circondate^ di stagnanti fiumi,
Quando cade dal ciel più lenta pioggia.

In picciol tempo passa ogni gran pioggia;
E ‘1 caldo fa sparir le nevi e ‘1 ghiaccio.
Di che vanno superbi in vista i fiumi;
Né mai nascose il ciel sì folta nebbia,
Che sopraggiunta dal furor de’® venti
Non fuggisse dai poggi e dalle’ valli.

Ma, lasso, a me non vai fiorir di^ valli;
Anzi piango al sereno ed alla* pioggia,
Ed a’ gelati ed ai^^’ soavi venti;
Ch’ allor fia un dì Madonna senza ‘1 ghiaccio
Dentro e di for senza l’usata nebbia,
Ch’ i’ vedrò secco il mare e laghi e^^ fiumi.

Mentre ch’ai mar discenderanno^’^ i fiumi,
E le fere^** ameranno ombrose valli,
Fia dinanzi a’ begli occhi quella nebbia,
Che fa nascer de’^^ miei continua pioggia;
E nel bel petto l’indurato ghiaccio,
Che trae^* del mio sì dolorosi venti.

Ben debb’^^ io perdonare a tutt’ i venti
Per amor d’un che ‘n mezzo di duo fiumi
Mi chiuse tra ‘1 bel verde e ‘1 dolce ghiaccio;
Tai^’ eh’ i’ dipinsi ^^ poi per mille valli
L’^® ombra, ov’ io fui ; che né caler né pioggia,
Né suon curava di spezzata nebbia.

Rime. 77

Ma non fuggìo giammai^ nebbia per venti
Come quel dì, né mai fiume^^ per pioggia,
Né ghiaccio, quando ‘1 Sol apre le valli.

^ de 1 2 se 3 * incontra ^ circundate ^ di ‘ da le ^ de
9 a la 1» a ” ei ^^ descenderanno ^^ fiere ^* di ^^ ij-a i» debbo
17 Xal 1* depensi ^’ Le ^o gjamai 21 fiumi

SONETTO LI. 67

Essendo in Toscana ai Ilio del mare, volendo veder da presso un alloro,

cadde in un rio; e prega che se si bagnarono i piedi, gli si asciughino

gli occhi dal pianto.

Del mar tirreno alla^ sinistra riva,
Dove rotte dal vento piangon l’onde,
Subito vidi queir^ altera fronde
Di cui conven che ‘n tante carte scriva.

Amor, che dentro all’^ anima bolliva,
Per rimembranza delle trecce^ bionde
Mi spinse; onde in un rio che l’erba asconde
Caddi, non già come persona viva.

Solo, ov’ io era tra boschetti e colli,
Vergogna ebbi di me; eh’ al cor gentile
Basta ben tanto, ed altro spron non volli.
Piacemi almen d’ aver cangiato stile

Dagli occhi a’ pie ; se del lor esser molli
Gli altri asciugasse un più cortese aprile.
1 a la ‘ quella * a 1 * de le treccie

SONETTO LII. 68

B combattuto in Roma da due pensieri, di ritornarsene e Dio, alla

sua donna.

L’ aspetto sacro della ^ terra vostra
Mi fa del mal passato tragger guai.
Gridando: sta su, misero: che fai?
E la via di”‘^ salir al Ciel mi mostra.

Ma con questo pensier un altro giostra,
E dice a me: perchè fuggendo vai?
Se ti rimembra, il tempo passa ornai
Di tornar a veder la Donna nostra.

78

Petrarca.

r che’l SUO ragionar intendo allora, ^

‘M’agghiaccio dentro in guisa d’uom eh ascolta
Novella che di subito l’accora.

Poi torna il primo, e questo dà la volta.
Qual vincerà, non so; ma infino ^ ad ora
Combattut’hanno,* e non pur una volta.

1 de la = de ^ manfino * Combattuto anno

SONETTO LUI. ^9

amore.
Ben sapev’i ìq che naturai consiglio,

Amor, centra di te giammai’^ non valse;
Tanti lacciuol, tante impromesse false,
Tanto provato avea ‘1 tuo fero^ artigho.
Ma novamente (ond’ io mi meraviglio;
Dirci, come persona a cui ne calse,
E ch’e’l notai là sopra l’acque salse,
Tra la riva Toscana e l’Elba e ‘1 Giglio).*
r fuggia le tue mani, e per cammino,^
Agitandom’i venti e ‘1 cielo ‘^ e 1′ onde
M’ andava sconosciuto e pellegrino ;
Quand’ ecco i tuoi ministri (i’ non so donde).
Per darmi a diveder eh’ al suo destino
Mal chi contrasta e mal chi si nasconde.

^ sapeva » giamai ‘ fiero * e Giglio >* camino « del

CANZONE VII. 70^

Voryebbe consolarsi col canto, ma per propria colpa è costretto a piangere. !
Lasso me, eh’ i’ non so in qual parte pieghi
La speme, ch’è tradita omai più volte.
Che se non è chi con pietà m’ aseolte
Perchè sparger al Ciel sì spessi preghi? ^

Rim«. 79

Ma s’egli avvien ch’ancor^ non mi si nieghi

Finir anzi ‘1 mio fine

Queste voci meschine,

Non gravi al mio Signor perch’ io ‘1 ripreghi

Di dir libero un dì tra l’erba e i fiori:

»Drez et razon* es qu’ieu chan e m’^ demori. e

^ aven chanchor * rayson • ciant em

Ragion è ben eh’ alcuna volta i’^ canti ;
Però c’ho sospirato sì gran tempo,
Che mai non incomincio assai per tempo
Per adeguar* col riso i dolor tanti. 4

E s’ io potessi^ far ch’agli occhi santi
Porgesse alcun diletto^
Qualche dolce mio detto,
O me beato sopra gli altri amanti!
Ma più, quand’ io dirò senza mentire:
» Donna mi prega ;^ perch’io voglio dire.«

1 io • adeguar ‘ potesse * dilecto ^ priegha

Vaghi pensier, che così passo passo
Scorto m’avete a ragionar tant’ alto.
Vedete che Madonna ha ‘1^ cor di smalto
Sì forte, ch’io per me dentro noi passo. 4

Ella non degna di mirar sì basso,
Che di nostre parole
Curi; che ‘1 Ciel non vole;
Al qual pur contrastando i’ son già lasso:
Onde, come nel cor m’induro e’nnaspro,*
»Così nel mio parlar voglio esser aspro.*

1 al ^ enaspro

Che parlo? o dove sono? e chi m’inganna
Altri eh’ io stesso e ‘l desiar soverchio?
Già, s’ i’ trascorro il ciel di cerchio in cerchio,

Nessun pianeta a pianger mi condanna. 4

80 Petrarca.

Se mortai velo il mio veder appanna,

Che colpa è delle ^ stelle

O delle’ cose belle?

Meco si sta chi dì e notte m’affanna,

Poi che del suo piacer mi fé gir grave

s-La dolce vista e ‘1 bel guardo soave. «

* de le – de le
Tutte le cose, di che ‘1 mondo è adorno,
Uscir buone di’ man del Mastro eterno:
Ma me, che così addentro’^ non discerno.
Abbaglia il bel che mi si mostra intorno; 4

E s* al vero splendor giammai ^ ritorno.
L’occhio non può^ star fermo;
Così r ha^ fatto infermo
Pur la sua propria colpa, e non quel giorno
Ch’ i’ volsi inver l’angelica beltade
»Nel dolce tempo della® prima etade.t

1 de ^ Sl dentro ” giamai * pò ^ la “de la

CANZONE Vili. 71

Lode degli occhi di Laura – Vedono i pensieri del Poeta -Creati di sé in
lui desiderio smisurato, gioia smisurata e lodevole spirito di poesia.
Perchè la vita è breve,

E l’ingegno paventa all’ alta impresa,
Né di lui né di lei molto mi fido;
Ma spero che sia intesa
Là dov’ io bramo e là dov’ ^ esser deve
La doglia mia, la qual tacendo i’ grido. 6

Occhi leggiadri, dov’- Amor fa nido,
A voi rivolgo il mio debile stile.
Pigro da sé, ma ‘1 gran piacer lo sprona;
E chi di voi ragiona,
Tien dal suggetto^^ un abito ^ gentile.
Che con V ale amorose
Levando, il parte d’ ogni pensier vile.
Con queste alzato vengo a dire or cose,
C ho portate nel cor gran tempo ascose,
1 dove – dove ■’ soggetto * habito

Rime. 81

Non perch’io non m’avveggia^

Quanto mia laude è ingiuriosa^ a voi;

Ma contrastar non posso al gran desio,

Lo quale è in^ me dappoi^

Ch’i’ vidi quel che pensier non pareggia,

Non che l’agguagli^ altrui parlar o mio. 6

Principio del mio dolce stato rio,

Altri che voi so ben che non m’ intende.

Quando agli ardenti rai neve divegno,

Vostro gentile sdegno

Forse ch’allor mia indegnitate offende.

O, se questa temenza

Non temprasse 1′ arsura che m’incende,

Beato venir menl^ che ‘n lor presenza

M’ è più caro il morir, che ‘1 viver senza.

‘ aveggia * engiuriosa ‘ en * da poi * lavagli * meno

Dunque ch’i’ non mi sfaccia.
Sì frale oggetto^ a sì possente foco.
Non è proprio valor che me ne scampi;
Ma la paura un poco,

Che’l sangue vago per le vene agghiaccia,?
Risalda ‘1 cor, perchè più tempo avvampi.’- 6
O poggi, valli, fiumi, o selve, o campi,
O testimon della ^ mia grave vita.
Quante volte m’udiste chiamar Morte!
Ahi* dolorosa sorte!

Lo star mi strugge, e ‘1 fuggir non m’aita.
Ma, se maggior paura
Non m’affrenasse, via corta e spedita
Trarrebbe a fin quest’^ aspra pena e dura;
E la colpa è di tal che non ha^ cura.

1 obgetto ~ avampi ‘ de la * Ai * questa ” a

Dolor, perchè mi meni

Fuor di cammin^ a dir quel ch’i’ non vogUo?
Sostien eh’ io vada ove ‘1 piacer mi spigne.
Bibl rom. 12/15. 6

g2 Petrarca.

n

Già di voi non mi doglio,

Occhi sopra ‘1 mortai corso sereni,

Né di lui eh’ a tal nodo mi distrigne.

Vedete ben quanti color dipigne “^

Amor sovente in mezzo del mio volto,

E potrete pensar qual dentro fammi,

Là ‘ve dì e notte stammi

Addosso^ col poder c’ha in voi raccolto,

Luci beate e liete,

Se non che ‘1 veder voi stesse v’è tolto:

Ma quante volte a me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel che voi siete.

* camin * depigne ‘ Adesso

S’ a voi fosse sì nota

La divina incredibile bellezza

Di eh’ io ragiono, come a chi la mira,

Misurata allegrezza

Non avria ‘1 cor; però forse è remota

Dal vigor naturai che v’apre e gira.

Felice l’alma che per voi sospira,

Lumi del ciel; per li quali io ringrazio ^

La vita, che per altro non m’è a grado.

Oimè, perchè sì rado

Mi date quel, dond’ io mai non son sazio? ^

Perchè non più sovente

Mirate qual Amor di me fa strazio?’^

E perchè mi spogliate immantenente ‘^

Del ben che^ ad ora ad or l’anima sente?

1 ringratio ” satio ^ stracio * immantanente ^ eh

Dico eh’ ad ora ad ora,

Vostra mercede, i’ sento in mezzo 1′ alma

Una dolcezza inusitata e nova.

La qual ogni altra salma

Di noiosi pensier disgombra allora,

Sì che di mille un sol vi si ritrova.

Rime.

Quel tanto a me, non più, del viver giova.
E se questo mio ben durasse alquanto.
Nullo stato agguagliarse 1 al mio potrebbe-

Ma forse altrui farebbe ^

Invido e me superbo l’onor tanto:

Però, lasso, conviensi’^

Che l’estremo* del riso assaglia il pianto;

E ‘nterrompendo quelli spirti accensi,

A me ritorni, e di me stesso pensi.
1 aguagliarse ^ farrebbe ^ conversi * extremo
L’ amoroso pensiero^

Ch’alberga dentro, in voi mi si discopre

Tal, che mi trae^ del cor ogni altra gioia:

Onde parole ed opre

Escon di me sì fatte allor. ch’i’ spero

Farmi immortai, perchè la carne moia. 6

Fugge al vostro apparire angoscia e noia,

E nel vostro partir tornano insieme;

Ma perchè la memoria innamorata

Chiude lor poi l’entrata,

Di là non vanno dalle ^ parti estreme.*

Onde s’alcun bel frutto

Nasce dì me, da voi vien prima il seme.

Io per me son quasi un terreno asciutto,

Cólto da voi ; e ‘1 pregio è vostro in tutto.
» penserò « tra ^ da le * extreme

Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi
A dir di quel eh’ a me stesso m’invola:
Però sia certa di^ non esser sola

CANZONE IX. 72

Dagli 0. hi di Laura viene innalzato a contemplare le vie del Cielo.
Gt ntil mia Donna, i’ veggio

Nel mover de’ vostr’ occhi un dolce lume
Che mi mostra la via ch’ai Ciel conduce;
E per lungo costume,

83

34 Petrarca.

Dentro là dove sol con Amor seggio.
Quasi visibilmente il cor traluce. 6

Quest’ ^ è la vista eh’ a ben far m’ induce,
E che mi scorge al glorioso fine;
Questa sola dal vulgo m’allontana.
Né giammai- lingua umana*^
Contar porla quel che le sue’ divine
Luci sentir mi fanno,
E quando il”^ verno sparge le pruine,
E quando poi ringiovanisce*^ l’anno,
Qual era al tempo del mio primo affanno.
1 Questa ^ giamai ^ humana * due ° Quandol « ringiovenisce

Io penso: se lassuso^

Onde’l Motor eterno delle- stelle

Degnò mostrar del suo lavoro in terra.

Son r altr’ opre sì belle,

Aprasi la prigione ov’io son chiuso,

E che’l cammino* a tal vita mi serra. 6

Poi mi rivolgo alla-‘^ mia usata guerra,

Ringraziando^ Natura e ‘1 dì ch’io nacqui.

Che reservato m’hanno’ a tanto bene,

E lei, eh’ a tanta spene

Alzò’l^ mio cor; che ‘nrin allor io giacqui

A me noioso e grave:

Da quel dì innanzi^ a me medesmo piacqui,

Empiendo d’ un pensier alto e soave

Quel core, ond’ hanno i” i begli occhi la chiave.

1 la suso Me le ^ pregione * camino ^ a la « ringratiando
‘ manno ** il ® inangi ^^ anno

Né mai stato gioioso

Amor o la volubile Fortuna

Dieder a chi più fur nel mondo amici,

Ch’i’ noi cangiassi ad una

Rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo

Vien, com’ ^ ogni arbor vien da sue radici. 6

Rime, 85

Vaghe faville, angeliche, beatrici
Della ‘^ mia vita ove ‘1 piacer s’ accende
Che dolcemente mi consuma e strugge;
Come sparisce e fugge
Ogni altro lume dove ‘1 vostro splende.
Così dello ^ mio core,
Quando tanta dolcezza in lui discende,
Ogni altra cosa, ogni pensieri va fore,
E sol ivi con voi rimansi’* Amore.
1 come – De la * de lo * penser ° rimanse

Quanta dolcezza unquanco^

Fu in cor d’avventurosi’^ amanti, accolta

Tutta in un loco, a quel eh’ i’ sento, è nulla,

Quando voi alcuna volta

Soavemente tra ‘1 bel nero e ‘1 bianco^

Volgete il lume in cui Amor si trastulla: 6

E credo, dalle* fasce e dalla”’ culla

Al mio imperfetto, alla^ fortuna avversa’

Questo rimedio provvedesse* il Cielo.

Torto mi face il velo

E la man che sì spesso s’attraversa^

Fra ‘1 mio sommo diletto’^

E gli occhi, onde dì e notte si rin versa

Il gran desio, per isfogar^^ il petto,

Che forma tien dal variato aspetto.

^ unquancho – aventurosi ” bianche * da le ” da la ** imper-
fecto a la ‘ adversa ^ provedesse ® atraversa ^^ dilecto ” isfogare

Perch’io veggio, e mi spiace.

Che naturai mia dote a me non vale.

Né mi fa degno d’un sì caro sguardo,

Sforzomi d’esser tale,

Qual all’ ^ alta speranza si con face.

Ed al foco gentil ond’io tutt’ – ardo. 6

S’al ben veloce, ed al contrario tardo,

Dispregiator di quanto ‘1 mondo brama,

Per soUicito^ studio posso farme;

86 Petrarca.

Potrebbe’* forse aitarme

Nel benigno giudicio^ una tal fama.

Certo il fin de’ miei pianti,

Che non altronde il cor doglioso chiama,

Vien*^ da’ begli occhi al fin dolce tremanti.

Ultima speme de’ cortesi amanti.

^ al ‘ tutto ” solicito * Porrebbe ^ iudicio ” Ven

Canzon, l’una sorella^ è poco innanzi.’
E l’altra sento in quel medesmo albergo
Apparecchiarsi;^ ond’ io più carta vergo.
‘ sorrella ^ inanci ” Apparechiarsi

CANZONE X. 73

Trova ogni bene negli occhi di Laura, e protesta che non finirà mai di

lodarli.

Poi che per mio destino

A dir mi sforza quell’accesa voglia

Che m’ha^ sforzato a sospirar mai sempre.

Amor, oh’ a ciò m’invoglia.

Sia la mia scorta e ‘nsegnimi ‘1 cammino,^

E col desio le mie rime contempre; 6

Ma non in guisa che lo cor si stempre

Di soverchia dolcezza, com’io temo

Per quel eh’ i’ sento ov’ occhio altrui non giugne ;

Che ‘1 dir m’infiamma e pugne,

Né per mio ingegno,’^ ond’ io pavento e tremo.

Siccome’* talor sole,

Trovo ‘1 gran foco della ^ mente scemo;

Anzi mi struggo al suon delle ^ parole,

Pur com’io fossi’ un uom^ di ghiaccio al Sole.

‘ ma ^ camino ^ mingegno * Si come ^ de la ^ de le “‘ ii^s,e

” huom

Nel cominciar credia

Trovar, parlando, al mio ardente desire
Qualche breve riposo e qualche tregua.*

Rime. 87

Questa speranza ardire

Mi porse a ragionar quel ch’i’sentia;

Or m’ abbandona al tempo, e si dilegua. 6

Ma pur conven che 1′ alta impresa segua,

Continuando l’amorose note;

Sì possente è il^ voler che mi trasporta;

E la ragione è morta,

Che tenea ‘1 freno, e contrastar noi potè.

Mostrimi almen ch’io dica

Amor in guisa, che se mai percote

Gli orecchi della ‘^ dolce mia nemica,

Non mia, ma di pietà la faccia amica.

* triegua ^1 ^ de la

Dico : se ‘n quella etate

Ch’ al ver onor^ fur gli animi sì accesi,

L’industria d’alquanti uomini s’avvolse*

Per diversi paesi.

Poggi ed onde passando, e l’onorate

Cose cercando, iP più bel fior ne colse; 6

Poi che Dio e Natura ed Amor volse

Locar compitamente ogni virtute

* In quei be’ lumi, ond’ io gioioso vivo.
Questo e quell’altro rivo

Non conven ch’i’ trapasse e terra mute.

A lor”^ sempre ricorro,

Come^ fontana d’ogni mia salute;

E quando a morte desiando^ corro,

Sol di lor vista al mio stato soccorro.

^ vero honor ^ huomini savolse ^ al * AUor ^ Come a ** disiando

Come a forza di venti

Stanco nocchier di notte alza la testa

A’ duo lumi e’ ha sempre il nostro polo ;

Così nella ^ tempesta

Ch’ i’ sostengo d’ amor, gli occhi lucenti

Sono il mio segno e ‘1 mio conforto solo. 6

gg Petrarca.

Lasso, ma troppo è più quel eh’ io ne ‘nvolo
Or quinci, or quindi, com’ ^ Amor m’ informa
Che quel che vien’^ da grazioso”* dono;
E quel poco ch’i’ sono
Mi fa di loro una perpetua norma.
Poi eh’ io li vidi in prima,
Senza lor a ben far non mossi un’orma:
Così gli ho^ di me posti in su la cima;
Che ‘1 mio valor per se falso s’estima.
‘ ne la ^ come ‘ ven * gratioso ^ o

r non poria giammai^

Immaginar,- non che narrar, gli effetti, ^
Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
Tutti gli altri diletti
Di questa vita ho^ per minori assai;
E tutt’^ altre bellezze indietro vanno. (.

Pace tranquilla, senz’^ alcuno affanno,
Simile a quella che nel cielo eterna.
Move dal lor innamorato’ riso.
Così vedess’ io fiso
Com’ s Amor dolcemente gli governa,
Sol un giorno da presso, *

Senza volger giammai** rota superna;
Né pensassi 1^ d’altrui né di me stesso:
E ‘1 batter gli occhi miei non fosse spesso.
1 giamai “^ I macinar •’ effecti * o ^ tutte ” senga ‘ inamorato
» Come ® giamai ‘” pensasse

Lasso, che desiando^

Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;

E vivo del desir fuor di speranza.

Solamente quel nodo

Ch’Amor circonda alla- mia lingua, quando

L’umana vista il troppo lume avanza, 6

Fosse disciolto: i’ prenderei baldanza

Di dir parole in quel punto sì nove.

Che farian lacrimar’^ chi le ‘n tendesse.

Rime 89

Ma le ferite impresse

Volgon per forza il cor piagato altrove;

Ond’ io divento smorto,

E ‘1 sangue si nasconde i’ non so dove,

Né rimango qual era; e sonmi accorto

Che questo è ‘1 colpo di che Amor m’ ha^ morto.

* disiando – cerconda a la ” lagrimar ^ a

Canzone, i’ sento già stancar la penna
Del lungo e dolce ragionar con^ lei,
Ma non di parlar meco i pensier miei.

‘ col

SONETTO LIV. 74

Sì meraviglia della moltitudine de’ suoi pensieri, de’ sospiri, delle voci,

de’ passi e degli scritti fatti per Laura e si scusa se trasandasse in

Queste cose e la offendesse.

Io son già stanco di pensar sì come
I miei pensier in voi stanchi non sono,
E come vita ancor ^ non abbandono
Per fuggir de’sospir sì gravi some;

E come a dir del viso e delle -^ chiome
E de’ begli occhi, ond’ io sempre ragiono.
Non è mancata omai la lingua e ‘1 suono,
Dì e notte chiamando il vostro nome;

E eh’ e’ pie miei non son fiaccati e lassi
A seguir l’orme vostre in ogni parte,
Perdendo inutilmente tanti passi;

Ed onde vien l’inchiostro,^ onde le carte
Ch’i’vo empiendo di voi: se ‘n ciò fallassi,
Colpa d’Amor,* non già difetto-^ d’arte.

* anchor ” de le ‘ lenchiostro * damore ^ defecto

SONETTO LV. 75

Conforta se stesso a lodare gli occhi, riprovando il timore che la sua

lingua non n’era degna; perchè non la lingua ma il pensiero n’avrà

biasimo, e si risolve in lode loro.

I begli occhi ond’ i’ fui percosso in guisa
Ch’ e’ medesmi porian saldar la piaga.

90 Petrarca.

E non già virtù* d’ erbe, o d’ arte maga,
O di pietra dal mar nostro divisa,
M’hanno’^ la via sì d’altro amor precisa,
Ch’un sol dolce pensier’^ l’anima appaga;
E se la lingua di seguirlo è vaga.
La scorta può,^ non ella, esser derisa.

Questi son qua’ begli occhi che l’imprese
Del mio signor vittoriose^ fanno
In ogni parte, e più sovra ‘1 mio fianco.

Questi son que’ begli occhi che mi stanno
Sempre nel cor con” le faville accese;
Perch’io di lor parlando non mi stanco.

* vertu ® Manno ‘ penser * pò * victoriose ® col

SONETTO LVI. 76

Sonetto composto probabilmente in occasione di qualche sdegno nato fra
il Poeta e Laura, e indirizzato ad un amico lontano.

Amor con sue promesse lusingando
Mi ricondusse alla^ prigione antica,
E die le chiavi a quella mia nemica,
Ch’ancor’-^ me di me stesso tene in bando.

Non me n’avvidi,’^ lasso, se non quando
Fui in lor forza; ed or con gran fatica
(Chi ‘1 crederà, perchè giurando il dica?)
In libertà ritorno sospirando,

E come vero prigioniero afflitto,^
Delle’ catene mie gran parte porto;
E ‘1 cor negU occhi e nella •* fronte ho’ scritto.

Quando sarai del mio colore accorto
Dirai: s’i’ guardo e giudico ben dritto,^
Questi avea poco andare ad esser morto.

‘ a la “^ anchor ^ avidi * pregionero afflicto ” De le ‘■ ne la
‘ o ” diritto

Rime. 91

SONETTO LVII. 77

Loda Simone Afemmi, pittore Senese, che ritrasse sì divinamente Laura
che dee averla veduta e ritratta in Paradiso.

Per mirar Policleto a prova fiso,

Con gli altri ch’ebber fama di quell’arte,
Mill’anni, non vedrian la minor parte
Della ^ beltà che m’ave il cor conquiso.

Ma certo il mio Simon fu in Paradiso,
Onde questa gentil donna si parte;
Ivi la vide, e la ritrasse in carte.
Per far fede quaggiù’^ del suo bel viso.

L’opra fu ben di quelle che nel Cielo
Si ponno immaginar,^ non qui fra* noi,
Ove le membra fanno all’^ alma velo.

Cortesia fé; né la potea far poi

Che fu disceso a provar caldo e gelo,*
E del mortai sentiron gli occhi suoi.

* De la ^ qua giù •’ imaginar * tra “^ a 1 ® gielo

SONETTO LVIII. 78

Si duole che Simone non abbia data voce ed intelletto alla figura e dice
d’invidiar Pigmalione acciocché non paresse dolersi di cosa impossibile.

Quando giunse a Simon l’alto concetto
Ch’ a mio nome gli pose in man lo stile,
S’avesse dato all’^ opera gentile
Con^ la figura voce ed intelletto,^

Di sospir molti mi sgombrava il petto.

Che ciò ch’altri han”* più caro, a me fan vile:
Però che in^ vista ella si mostra umile,*
Promettendomi pace nell” aspetto:

Ma poi eh’ i’ vengo a ragionar con ^ lei,
Benignamente assai par che m’ ascolte.
Se risnonder savesse a’ detti miei,

Pigmalion, quanto lodar ti dei

Dell’immagine^ tua, se mille volte
N’ avesti quel ch’io^<^ sol una vorrei 1 * a 1 ■-■ Col '^ intelleeto * a ^ chen * humlle ' nel * col
‘ De 1 imaBine ‘° chi

92 Petrarca.

SONETTO LIX. 79

Argomenta che sia vicino a morte, né possa più campare per aiuto, che

gif fosse porto; così è mai trattato dal suo desio, da Amore, da’ suoi

occhi, da Laura.

S’al principio risponde il fine e ‘1 mezzo
Del quartodecim’^ anno ch’io sospiro.
Più non mi può- scampar l’aura né ‘1 rezzo;
Sì crescer sento ‘1 mio ardente desiro.

Amor, con cu’ i pensier mai non han mezzo, ^
Sotto ‘1 cui giogo giammai”^ non respiro,
Tal mi governa, eh’ i’ non son già mezzo.
Per gli occhi, ch’ai mio mal sì spesso giro.

Così mancando vo di giorno in giorno
Sì chiusamente, eh’ i’ sol me n’accorgo,
E quella che guardando il cuor mi strugge.
Appena^ infin a qui 1′ anima scorgo,

Né so quanto fia meco il suo soggiorno;
Che la morte s’ appressa, e ‘1 viver fugge.
^ quartodecimo ^ pò ^ non ameggo * giamai ^ Apena

SESTINA IV. 80

Mal affidatosi alla fragil nane d’Amore, prega Dio che lo drizzi a
buon porto.

Chi è fermato di menar sua vita
Su per l’onde fallaci e per h scogli,
Scevro da morte con un picciol legno,
Non può^ molto lontan esser dal fine:
Però sarebbe’^ da ritrarsi in porto,
Mentre al governo ancor ^ crede la vela.

L’ aura soave, a cui governo e vela
Commisi entrando all’^ amorosa vita,
E sperando venire a miglior porto,
Poi mi condusse in più di mille scogli;
E le cagion del mio doglioso fine
Non pur d’ intorno avea, ma dentro al legno.

Rimo. 93

Chiuso gran tempo in questo cieco legno
Errai senza levar occhio alla” vela,
Ch’ anzi ‘1*^ mio dì mi trasportava al fine;
Poi piacque a Lui che mi produsse in vii a,
Chiamarmi’ tanto indietro dalli** scogli,
Ch’ almen da lunge m’ apparisse il porto.

Come lume di notte in alcun porto
Vide mai d’ alto mar nave né legno.
Se non gliel tolse o tempestate o scogli;
Così di su dalla gonfiata*^ vela
Vid’ io le ‘nsegne di quell’altra vita;
Ed allor sospirai verso ‘1 mio fine.

Non perch’io sia securo ancor ^’ del fine;
Che volendo col giorno esser a porto,
È gran viaggio in così poca vita:
Poi temo, che mi veggo in fragil^^ legno,
E. più ch’i non^'” vorrei, piena la vela
Del vento che mi pinse in questi scogli.

S’ io esca vivo dg’ dubbiosi scogli,

Ed arrive il mio esilio ^’^ ad un bel fine,
Ch’ i’ sarei vago di voltar la vela,
E l’ancore^’* gittar in qualche porto:
Se non eh’ i’ ardo come acceso legno ;
Sì m’ è duro a lassar 1′ usata vita.

Signor della ^^ mia fine e della vita.

Prima eh’ i’ fiacchi il legno tra li scogli.
Drizza a buon porto l’affannata vela.

* pò ^ sarrebbe “‘ anchor * a 1 ^ a la *• al ” Chiamarnie
” da li ^ da la gomfiata ^”^ anchor ^^ veggio in fraile ‘ che non
^^ exilio ‘* anchore ^^ de la

94 Petrarca.

SONETTO LX. 81

Imita il Salmo LIV. Là Davide prega che gli sien prestate ali per fug-
gire da’ traditori nel deserto; e qui egli per fuggire V Avversario al
Cielo dietro a Cristo.
Io son sì stanco sotto iP fascio antico
Delle^ mie colpe e dell”^ usanza ria,
Ch’ i’ temo forte di mancar tra via
E di cader in man del mio nemico.
Ben venne a dilivrarmi un grande amico,
Per somma ed ineffabil cortesia;
Poi volò fuor della* veduta mia
Sì eh’ a mirarlo indarno m’affatico.
Ma la sua voce ancor quaggiù^ rimbomba:
O voi che travagliate, ecco il cammino;**
Venite a me, se ‘1 passo altri non serra.
Qual grazia,’^ qual amore, o qual destino
Mi darà penne in guisa di colomba,
Ch’ i’ mi riposi e levimi da terra?
M ^ De le ^ de 1 *de la ° anchor qua giù ‘ i camino ‘gratia

SONETTO LXI. 82

È contento di seguire la impresa amorosa, dove Laura voglia lasciare
la crudeltà: altrimenti la minaccia d’abbandonarla.

Io non fu’ d’ amar voi lassato unquanco,^
Madonna, né sarò mentre eh’ io viva;
Ma d’ odiar me medesmo giunto a riva
E del continuo lagrimar son stanco. –

E voglio anzi un sepolcro bello e bianco, ‘^
Che ‘1 vostro nome a mio danno si scriva
In alcun marmo, ove di spirto priva
Sia la mia carne, che può^ star seco anco.*

Però, s’un cor pien d’amorosa fede
Può contentarvi** senza farne strazio,’
Piacciavi omai di questo aver mercede.

Se ‘n altro modo cerca d’esser sazio “^

Vostro sdegno, erra; e non fia quel che crede;
Di che Amor e me stesso assai rin curazie. ^
‘ unquancho -‘ so stanche ‘ bianche * pò ‘ ancho ” conten-
tarve ‘ stracio ” sacio ‘•* ringi-acio

Rime. 95

SONETTO LXII. 83

Ancorché non sia per liberarsi in tutto da Amore, massimamente tro-
vandosi in presenza di Laura, prima che non sia vecchio, nondimeno
non è più per sentirne tormento.
Se bianche non son prima ambe le tempie,
Ch’ a poco a poco par che ‘1 tempo mischi,
Securo non sarò, bench’ io m’ arrischi
Talor ov’Amor l’arco tira ed empie.
Non temo già che più mi strazii^ o scempie,
Né mi ritenga, perch’ ancor ^ m’ invischi,
Né m’ apra il cor, perchè di fuor l’ incischi
Con sue saette velenose ed empie. ‘^
Lagrime ornai dagli occhi uscir non ponno,
Ma di gir’* in fin là sanno il viaggio,
Sì eh’ appena^ fia mai chi ‘1 passo chiuda.
Ben mi può riscaldar*^ il fiero raggio,

Non sì eh’ i’ arda; e può turbarmi il sonno,
Ma romper no, l’immagine ‘ aspra e cruda.
“^ stragi ‘ anchor * impie * gire ^ a pena * pò riscaldare
‘ limagine

SONETTO LXIII. 84

Dialogo del Poeta e degli occhi suoi, a cui si debba attribuire la cagione
delFamore di lui, al cuore o agli occhi. Il P. difende il cuore.

•Occhi, piangete, accompagnate il core,
Che di vostro fallir morte sostene.Così sempre facciamo; e ne convene
Lamentar più 1′ altrui che ‘1 nostro errore.c

»Già prima ebbe per voi l’entrata Amore
Là onde ancor, ^ come in suo albergo, vene.*
)i>Noi gli aprimmo la via per quella spene
Che mosse dentro da colui che more.*

»Non son, com’^a voi par, ^ le ragion pari;
Che pur voi foste nella* prima vista
Del vostro e del suo mal cotanto avari.*

»0r questo è quel che più eh’ altro n’ attrista;^
Ch’ e’ perfetti giudicii son sì rari,
E d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista.*
* anchor ^ come (a) ^ pare * ne la * atrista

96 Petrarca.

SONETTO LXIV. 85

Nel luogo e nelF ora che s’innaynorò già, avvenne che vide Laura e di
questo accidente ne tesse questo Sonetto.

Io amai sempre, ed amo forte ancora/
E son per amar più di giorno in giorno.
Quel dolce loco ove piangendo torno
Spesse fiate, quando Amor m’accora.

E son fermo d’amare il tempo e l’ora
Ch’ ogni vii cura mi levar d’ intorno ;
E più colei lo cui bel viso adorno
Di ben far co’ suoi esempi^ m’ innamora.

Ma chi pensò veder mai tutti insieme
Per assalirmi ‘1 cor^ or quindi or quinci,
Questi dolci nemici eh’ i’ tant’ amo?

Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci 1
E, se non eh’ al desio cresce la speme,
r cadrei morto ove più viver bramo.
^ anchora ^ exempli ^ il core

SONETTO LXV. 86

Addotto il Petrarca in disperazione desidera esser morto mentre fu felice.

Io avrò sempre in odio la fenestra

Onde Amor m’ avventò già mille strali,
Perch’ alquanti di lor non fur mortali;
Ch’ è bel morir, mentre la vita è destra.^

Ma ‘1 sovrastar nella prigion’^ terrestra,
Cagion m’ è, lasso, d’infiniti mali:
E più mi duol che fien meco immortali,
Poi che r alma dal cor non si scapestra.

Misera! che dovrebbe^ esser accorta

Per lunga esperienza^ ornai, che ‘1 tempo
Non è chi ‘ndietro volga o chi l’affreni.

Più volte l’ho^ con tai*’ parole scorta:
Vattene, trista; che non va per tempo
Chi dopo lassa i suoi dì più sereni.
* dextra ” ne la pregion ” dovrebbe * experientia ‘lo * ta

Rime. 97

SONETTO LXVI. 87

5f duole della ‘criidei’à df Laura, la quale ancorché fosse cerio d’averle
piagato di mortai ferita, non si vedeva però sazia di continuamente saettarlo.

Sì tosto come avviene che l’arco scocchi,
Buon sagittario di lontan discerne
Qual colpo è da sprezzare e qual d’averne
Fede ch’ai destinato segno tocchi;

Similemente il colpo de’ vostr’ occhi,
Donna, sentiste alle- naie parti interne
Dritto passare; onde convien ch’eterne*”
Lagrime per la piaga il cor trabocchi.

E certo son che voi diceste allora:

Misero amantel a che vaghezza il mena!
Ecco Io strale ond”Amor voi eh’ e’ mora.

Ora. veggendo come ‘1 duol m’ affrena,

Quel che mi fanno i miei nemici ancora,^
Non è per morte, ma per più mia pena.
^ aven -‘ a le ■’• conven eh” enterne ‘ onde •”‘ anchora

SONETTO LXVJI. 88

Delibera di fuggire da Amore e duolsi di non esser fuggito prima. Con-
torta f^li altri a fuggire, ma prima che avvampino: che, perchè egli
scampi, non avviene però ciò ad ognuno.

Poi che mia speme è lunga a venir troppo,
E della’ vita il trapassar- sì corto,
Vorreimi a miglior tempo esser accorto.
Per fuggir dietro più che di galoppo;

E fuggo ancor”‘ così debile, e zoppo

Dair^un de’ lati, ove ‘1 desio m’ha-“* storto;
Securo omai, ma pur nel viso porto
Segni eh’ io presi all”’ amoroso intoppo.

Ond’ io consiglio voi che siete in via:

Volgete i passi; e voi ch’Amore avvampa,’
Non v’indugiate su l’estremo^ ardore.

Che, perch’ io viva, di ” mille un non ^^ scampa.
Era ben forte la nemica mia;
E lei vid’ io ferita in mezzo ‘1 core.
Me la – trappassar ” anchor ^ Da 1 ‘” ma ^ a 1 ‘ avampa
* extremo ” de *^ no

Bibl. rom. 12(15. 7

98 Petrarca.

SONETTO LXVIII. 89

Narra a •.erte donne come fuggì da Amore una volta: e poi, parte perchè
^li dispiaceva la libertà, parte perchè amore gli tese insidie, fu impri-
gionato di nuovo, e che ora con gran fatica ne può fuggire.

Fuggendo ìa prigione^ ov’ Amor m’ ebbe
Molt’ anni a far di me quel eh’ a lui parve.
Donne mie, lungo fora a ricontarve
Quanto la nova libertà m’ increbbe.

Diceami ‘1- cor, che per se non saprebbe
Viver un giorno; e poi tra via m’apparve
Quel traditor” in sì mentite larve,
Che più saggio di me ingannato^ avrebbe.

Onde più volte sospirando indietro,

Dissi: Oimè, il giogo e le catene e i ceppi
Eran più dolci che l’andare sciolto.

Misero me! che tardo il mio mal seppi:
E con quanta fatica-^ oggi mi spetro
Dell’errore ov’ io stesso m’era involto!
‘ prt’gione – il •’ traditore ^ inganato * faticha ^ Del eirore

SONETTO LXIX. 90

Dipinge guai fosse Laura la prima volta che la vide, e dice che non arde
meno perchè ora non sia tale.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi,
Che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea;^
E ‘1 vago lume oltre- misura ardea
Di quei begli occhi, eh’ or ne son sì scarsi ;

E ‘1 viso di pietosi color farsi,

Non so se vero o falso, mi parea.
r che r esca amorosa al petto avea.
Qual maraviglia” se di subit’* arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale.
Ma d’angelica forma: e le parole
Sonavan altro che pur voce umana.^

Uno spirto celeste, un vivo sole

Fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale.
Piaga*’ per allentar d’arco non sana.
‘ ^volgsa ■•’ oltra ■ meraviglia •* subito ‘•’ humana “* piagha

Rime. 99

SONETTO LXX {in mollo XC) 91

Lu morte di Laura lo consiglia a meditar seriamente su la vita avvenire.

La bella donna che cotanto amavi,
Subitamente s’ è da noi partita,
E, per qual eh’ io ne speri, al ciel salita;
Sì furon gli atti suoi dolci soavi.

Tempo è da ricovrare ambe le chiavi
Del tuo cor, ch’ella possedeva in vita,
E seguir lei per via dritta e spedita;^
Peso terren non sia più che t’aggravi.

Poi che se’ sgombro della “^ maggior salma,
L’altre puoi giuso agevolmente porre,
Salendo” quasi un pellegrino scarco.

Ben vedi omai siccome* a morte corre
Ogni cosa creata, e quanto all’^ alma
Bisogna ir leve*^ al periglioso varco.
* dritta expedita -de la •’ Sallendo * si come ” aW (sic) “lieve

I SONETTO LXXI (Var. arg. IX). 92

ìmHta le donne e gli amanti a pianger seco la morie di Cino da Pistoia.

Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
Piangete, amanti, per ciascun paese;
Poi che morto è colui ^ che tutto intese
In farvi, mentre visse al mondo, onore.”’

Io per me prego il mio acerbo dolore
Non sian da lui le lagrime contese,
E mi sia di sospir tanto cortese
Quanto bisogna a disfogare il core.

Piangan le rime ancor, ^ piangano i versi.

Perchè ‘1 nostro amoroso messer Cino

Novellamente s’ è da noi partito.
Pianga Pistoia e i cittadin* perversi.

Che perdut’ hanno ^ sì dolce vicino;

E rallegres’*^ il Cielo ov’ elio è gito.

‘ inorto collui ■ honore ‘-^ anchor ■■’ citadin ■’ p)erduto nvino
raliejerftsi

QQ Petrarca.

SONETTO LXXII. 93

Amore minaccia ii Poeta di farlo lagrimare se continua a non obbedire
al suo cenno di descrivere lo scoloramento che gli aveva mostrato di
iue amanti, siccome lode somma d’esso amore. Questo sonetto è proemio

del seguente.

Più volte Amor m’avea già detto: Scrivi,
Scrivi quel che vedesti in lettre d’oro;
3ì come i miei seguaci discoloro,
E ‘n un momento gli fo morti e vivi.

Un tempo fu che ‘n te stesso ‘1 sentivi.
Volgare esempio all’^ amoroso coro.’^
Poi di man mi ti tolse altro lavoro;
Ma già ti raggiuns’ io mentre fuggivi.

E s’ e’ begli occhi end’ io mi ti mostrai,

E là dov’^ era il mio dolce ridutto

Quando ti ruppi al cor tanta durezza.
Mi rendon l’arco eh’ ogni cosa spezza,

Forse non avrai sempre il viso asciutto;

Ch’ i’ mi pasco di lagrime, e tu ‘l sai.

‘ exemplo a 1 ^ choro ” dove

SONETTO LXXIII. 94

Rende la cagione perchè un amante alla presenza della persona amala
impallidisca come morto e goda alcuna volta di tale impallidire.

Quando giugne per gli occhi al cor profondo
L’ immagina donna, ogni altra indi si parte;
E le vertù che 1′ anima comparte,
Lascian le membra quasi immobil pondo.

E del primo miracolo il secondo
Nasce talor; che la scacciata parte.
Da se stessa fuggendo, arriva in parte
Che fa vendetta, e ‘1 suo esilio- giocondo.

Quinci in duo volti un color morto appare;
Perchè ‘1 vigor che vivi gli mostrava.
Da nessun lato è più là dove stava.

/■^3!i-«””^f’;^x

Rime. 101

E di questo in quel dì mi ricordava,
Ch’ i’ vidi duo amanti trasformare
E far qual io mi soglio in vista fare.

^ Liniagin “^ exilio

SONETTO LXXIV. 95

Si duole che la sua fedeltà non operi in Laura quello che la fedeltà di

ìlcuni ha operato nel lor Signore: siccome di Maria, e di Pietro con

Cristo, ancorché fossero indegni d’essere ricevuti per altro.

Così potess’ io ben chiuder^ in versi

I miei pensier, come nel cor li- chiudo;
Ch’animo al mondo non fu mai sì crudo:
Ch’ i’ non facessi per pietà dolersi.

Ma voi, occhi beati, ond’ io soffersi

Quel colpo ove non valse elmo né scudo,
Di for e dentro mi vedete ignudo,
Benché ‘n lamenti il duol non si riversi ;

Poi che vostro vedere in me risplende,
Come raggio di Sol traluce in vetro.
Basti dunque in desio, senza eh’ io dica.

Lasso, non a Maria, non nocque a Pietro
La fede eh’ a me sol tanto è nemica;
E so eh’ altri che voi nessun m’ intende.

chiudere – gli

SONETTO LXXV. 96

ìuaniuìique alcuna volta disperato abbia in odio la speranza ed il suo
(esiderio, nondimeno, ricordandosi della bellezza di Laura, muta mente,
che é sforzato di seguir Laura, la quale di volontà prese ad amare.

Io son dell’ aspettar^ omai sì vinto
E della ‘-^ lunga guerra de’ sospiri,
Ch’ i’ aggio in odio la speme e i desiri,
Ed ogni”^ laccio onde ‘1 mio cor è avvinto.^

Ma ‘1 bel viso leggiadro che dipinto*^

Porto nel petto, e veggio ove eh’ io miri,
Mi sforza; onde ne’ primi empi^ martiri
Pur son centra mia voglia risospinto.

1 02 Feirarca.

Allor errai, quando Tantica strada

Di libertà mi fu precisa e tolta;

Che mal sì segue ciò eh’ agli occhi aggrada. ‘
Allor corse al suo mal libera e sciolta;

Or^ a posta d’altrui conven che vada

L’anima, che peccò sol una volta.

‘ aspectar – de la ‘• dogni ‘ avinto *”‘ depinto ”’ empi} ‘ agrrda
«Ora

SONETTO LXXVI. 97

Detto che contea sua voglia era sferzato a seguire l’amore di Laura, pone

V infelicità del suo stato servo, il quale pare tanto più infelice, quanto

lo stato della libertà era più bello.

Ahi/ bella libertà, come tu m’hai,-
Partendoti da me, mostrato quale
Era ‘1 mio stato, quando ‘1″ primo strale
Fece la piaga ^ ond’ io non guarrò’^ mai!

Gli occhi invaghirò allor sì de’ lor guai,
Che ‘1 fren della ragion^’ ivi non vale.
Pere’ hanno a schifo ogni opera mortale:
Lasso, così da prima gli avvezzai, ”

Né mi lece ascoltar chi non ragiona

Della*’ mia morte; che sol^ del suo nome
Vo empiendo l’aere che sì dolce suona. ‘*’

Amor in altra parte non mi sprona.

Né i pie sanno altra via, né le man coinè
Lodar si possa in carte altra persona.

‘ Ai ” mai ‘ il ‘^ piagha ” guerro *” de la ragione ‘ ave^2ai
■^ De 1?. ^ e solo “^ sona

SONETTO LXXVII (Var. arg. X). 98

Ad Orso dcW Anguillara , che doleasi di non poter ritrovar.,” ad una

giostra.

Orso, al vostro destrier si può ^ ben porre
Un fren, che di suo corso indietro il volga.
Ma ‘1 cor chi legherà che non si sciolga.
Se brama onore.’ e ‘1 suo contrario abbovrdV

Rime. 103

Non sospirate: a lui non si può’” torre

Suo pregio, pcrch’ a voi randar si tolga;

Che, come fama pubblica^ divolga.

Egli è già là, che nuli’ altro il precorre.
Basti che si ritrove in mezzo ‘1 campo

Al destinato dì, sotto quell’arme

Che gli dà il tempo, amor, virtute’”‘ e ‘1 sangue;
Gridando: d’un gentil desire avvampo*’

Col signor mio, che non può ‘ seguitarme,

E del non esser qui si strugge e langue.
^ pò – honore ” pò ‘ publica ‘ vertute ” svampo ‘ pò

SONETTO LXXVIII. 99

‘onforta un amico a lasciare l’amore delle cose mondane e a rivolgersi
a Dio. — Confessa d’insegnare a lui la via ed egli non la sapere.

Poi che voi ed io più volte abbiam provato
Come ‘1 nostro sperar torna fallace,
Dietr’-‘^a quel sommo ben che mai non spiace
Levate ‘1- core a più felice stato.

Questa vita terrena è quasi un prato,
Che ‘1 serpente tra’ fiori e l’erba giace;
E s’ alcuna sua vista agli occhi piace,
È per lassar più 1′ animo invescato.

Voi dunque, se cerca ce aver la mente
Anzi restremo “* dì queta giammai,^
Seguite i pochi e non. la volgar gente.

Ben si può dire a me: frate, tu vai
Mostrando altrui la via dove sovente
Fosti smarrito, ed or se’ più che mai.
^ Dietro – il ”■ extremo ‘ giamai

SONETTO LXXIX. 100

Racconta moUe cose che gli sono cagione di pianto.
Quella fenestra ove l’un Sol si vede,

Quando a ìui piace, e l’altro in su la nona,
E quella dove V aere freddo suona
Ne’ brevi giorni, quando borea ‘1 fiede;

104 Petrarca.

E ‘1 sasso ove a’ gran dì pensosa sir.de
Madonna, e sola seco si ragiona;
Con quanti luoghi sua bella persona
Coprì mai d’ onìbra o disegnò col piede;

E ‘1 fiero passo ove m’ aggiunse’ Amore;
E la- nova stagion che d’anno in anno
Mi rinfresca in quel dì l’antiche piaghe;

E ‘1 volto e le parole che mi stanno
Altamente confitte in mezzo ‘1 core,
Fanno le luci rnie di pianger vaghe.
^ agiunse – Ila

SONETTO LXXX. 101

Spera dopo il quatlordiceshno anno d” aversi a liberar ‘S.

Lasso, ben so che dolorose prede

Di noi fa quella eh’ a null’uom^ perdona;
E che rapidamente n’ abbandona-
li mondo, e picciol tempo ne tien fede.

Veggio a molto languir poca mercede,
E già r ultimo dì nel cuor mi tuona:
Per tutto questo. Amor non mi sprigiona,^
Che r usato tributo agli occhi chiede.

So come i dì, come i momenti e l’ore
Ne portan gli anni e non ricevo inganno.
Ma forza assai maggior che d’arti maghe

La voglia e la ragion combattut’ hanno ‘
Sette e sett’ “* anni ; e vincerà ii migliore,
S’ anime son quaggiù del ben presaghe.

nullo huom – abandona ■’ spregiona ‘ combattuto anno ” sette

SONETTO LXXXI. 102

P-cr nascondere alla gerite le sue a>igosce aìnorose ride e finge Lilltirezctt.

Cesare, poi che ‘1 traditor d’ Egitto
Li fece il don dell’onorata testa,
Celando l’allegrezza manifesta.
Pianse per gli oixhi fuor, siccome è scritto;

Rime. 105

Ed Annibal, quand’ “^ all’ imperio afflitto
Vide farsi fortuna sì molesta,
Rise fra gente lagrimosa e mesta,
Per isfogare il suo acerbo despitto;

E così avven- che l’animo ciascuna
Sua passion sotto ‘1 contrario manto
Ricopre con ” la vista or chiara or bruna.

Però, s’ alcuna volta i’”*rido o canto.

Facciol perch’i’ non ho^’ se non quest’una
Via da celare il mio angoscioso pianto.
^ HanibaI quando ” aven ” co * io ■’ o

SONETTO LXXXII {Var. arg. XI). 103

A Stefano Colonna, perchè segua il corso di sua vittoria contro gli

Orsini.

Vinse Annibal, ^ e non seppe usar poi

Ben la vittoriosa sua ventura;

Però, Signor mio caro, aggiate cura

Che similmente non avvegna- a voi.
L’orsa, rabbiosa per gli orsacchi suoi

Che trovaron di maggio aspra pastura.

Rode se dentro, e i denti e 1′ unghie indura-‘^

Per vendicar suoi danni sopra noi.
Mentre ‘1 novo dolor dimque l’accora,

Non riponete l’onora’ca spada,

Anzi seguite là dove vi chiama
Vostra fortuna dritto per la strada

Che vi può dar, dopo la morte ancora^

Mille e miir’*anni, al mondo onore** e fama.
* hanibal – aveE:na ■’ endura * anchora ^ mille *’ honor

SONETTO LXXXIII (Var. arg. XII). 104

Alla virtù del Malatesta, cK ei vuol render i>;iyrtcrtale , scrivendo in

sua lode.

L’aspettata virtù, ^ che ‘n voi fioriva

Quando Amor cominciò darvi battaglia.’^
Produce or frutto che quel fiore agguaglia,^
E che mia speme fa venire a riva.

106 Petrarca.

Però mi dice ‘1 cor ^ eh’ io in carte scriva
Cosa onde ‘1 vostro nome in pregio saglia;
Che ‘n nulla parte sì saldo s’ intaglia,
Per far di marmo una persona viva.

Credete voi che Cesare o Marcello
O Paolo od African” fossin cotali
Per incude giammai né per martello?

Pandolfo mio, quest’ opere son frali

Al lungo andar, ma ‘1 nostro studio é quello
Che fa per fama gli uomini immortali.

‘ aspectata vertu ‘-‘ bataglia – sguaglia ■* il core •”‘ aifrican

CANZONE XI. 105

Delibera di’ volersi partire dall’amore di Laura

Mai non vo’ più cantar ^ com’ io soleva.

Ch’altri non m’intendeva; ond’ ebbi scorno:

E puossi in bel soggiorno esser molesto.

Il sempre sospirar nulla rileva. ^

Già su per 1′ alpi neva d’ ogn’ intorno :

Ed è già presso al giorno; ond’ io son desto.

Un atto” dolce onesto”^ è gentil cosa:

Ed in donna amorosa ancor” m’aggrada

Che ‘n vista vada altera e disdegnosa,

Non superba e ritrosa.

Amor regge suo imperio senza spada.

Chi smarrit ha^ la strada, torni indietro;

Chi non ha’ albergo, posisi in sul verde:

Chi non ha^ l’auro o ‘1 perde.

Spenga la sete sua con un bel vetro.

^cantare ‘^ releva •” acto * honesto ^ anchor ‘■ s’-o-irrita a
a ‘^ ‘.’.

r die’ in guardia a San Pietro; or non più. no;
Intendami chi può,’ eh’ i’ m’intend’ io.
Grave sorna f^ un rn^il fio a mantenerlo.
(j^^)ii:into’^ piJi:io ;ni iij. ■lio, <- -^^j{ mi sto. Rime. 107 Fetonte odo che 'n Po cadde, e morie; E già di là dal rio passato è '1 merlo: Deh''^ venite a vederlo: or io'* non voglio. Non è gioco uno scoglio in mezzo 1' onde, E 'ntra le fronde il visco. Assai mi doglio, Quand'"'un soverchio orgoglio Molte virtuti*^ in bella donna asconde. Alcun è che risponde a chi noi chiama; Altri chi '1 prega, si dilegua' e fugge; Altri al ghiaccio si strugge; Altri dì e notte la sua morte brama. pò ^ Quando •' De * i '' Quando ^ vertuti "' delegua Proverbio, ama chi t'ama, è fatto antico. r^so ben quel ch'io dico. Or lassa" andare; Che conven eh' altri impare alle sue spese. Un' umiF' donna gra.ma un dolce amico. Mal si conosce il fico. A me pur pare Senno a non cominciar '^ tropp'alte imprese: E per ogni paese è buona •'' stanza. L'infinita speranza occide altrui: Ed anch' io fui alcuna volta in danza. Quel poco che m'avanza, Pia chi noi schifi s' i' '1 vo' dare a lui. l'mi fido in colui che '1 mondo regge E eh' e' seguaci suoi nel bosco" alberga, Che con pietosa verga Mi meni a pasco'' omai tra le sue gregge.
!o – lass ■■ humi! * cominciare “‘ bona ^ boscho ‘ passo

Forse ch’ogni uom che legge non s’intende;
E la rete tal tende che non piglia;
E chi troppo assottiglia^ si scavezza.
Non sia zoppa la legge ov’ altri attende.
Per bene star si scende molte miglia.
Tal par gran maraviglia, ^ e poi sì spregia.
Una :-^’h<-^-^ ì.p^iu^-;, è pi,; :5oave. 108 Petrarca. Benedetta la chiave che s'avvolse Al cor, e sciolse l'alma, e scossa l'ave Di catena sì grave, E 'nfiniti sospir del mio sen tolse. Là dove più mi dolse, altri si dole; E dolendo addolcisce'^ il mio dolore; Ond'io ringrazio^ Amore Che più noi sento; ed è non men che suole. ' assotiglla – meravìglia ^ adolcisse ' ringratio In silenzio^ parole accorte e sagge, E '1 suon che mi sottragge ogni altra cura, E la prigion- oscura ov' è '1 bel lume; Le notturne^ viole per le piagge, E le fere selvagge entr' alle^ mura, E la dolce paura e M bel costume, E di duo fonti un fiume in pace volto Dov' io bramo, e raccolto ove che sia; Amor e gelosia m'hanno '1^ cor tolto; E i segni del bel volto, Che mi conducon per più piana via Alla speranza mia, al fin degli affanni. O riposto mio bene; e quel che ssgue: Or pace or guerre" or tregue,^ Mai non m' abbandonate in questi panni. 1 sileiitio -' pregione " nocturne ' entra le '' marmo il " puerra
‘ triegue

De’ passati miei danni piango e rido,
Perchè molto mi fido in quel eh’ i’ odo.
Del presente mi godo e meglio aspetto;
E vo contando gli anni; e taccio, e grido;
E’n bel ramo m’annido, ed in tal modo,
Ch’ i’ ne ringrazio ^ e lodo il gran disdetto.
Che l’indurato affetto- al fine ha’^ vinto,
E nell’alma dipinto:* i’ sare’ udito,
E mostratone a dito; ed hanne estinto.^’

Rime. 109

Tanto innanzi** son pinto,

Ch’ i’ iP pur dirò: non fostu tanto* ardito.

Chi m’ha’l^ fianco ferito e chi ‘1 risalda,

Per cui nel cor via più che ‘n carte ^^ scrivo;

Chi mi fa morto e vivo:

Chi ‘n un punto m’ agghiaccia e mi riscalda.

‘ ringratio – affecto ‘a * depinto * anne extinto * inangi ‘ 1
* tant ^ mal i° carta

MADRIGALE 111. 106

AUegoricamenti-: descrive le circostanze del suo dolce innamor amento.

Nova angeletta sovra V ale accorta
Scese dal cielo in su la fresca riva
Là ondMo^ passava sol per mio destino
Poi che senza compagna e senza scorta
Mi vide, un laccio, che di seta ordiva.
Tese fra 1′ erba ond’ è verde il cammino.
AUor fui preso; e non mi spiacque poi;
Sì dolce lume uscia degli occhi suoi.

^ Landio

SONETTO LXXXIV. 107

Si duole che gli oChe prò, se con quegli ^ occhi ella ne face
Di state un ghiaccio, un fuoco quando vernaV-^;-
>Ella non, ma colui che gli governa.*
» Questo ch’è a noi, s’ella sei vede e tace?*;

Talor tace la lingua, e ‘1 cor si lagna
Ad alta voce, e ‘n vista asciutta e lieta
Piagne^ dove mirando altri noi vede.

Per tutto ciò la mente non s’acqueta,

Rompendo ‘1* duol che ‘n lei s’accoglie e stagna;
Ch’a gran speranza uom^ misero non crede.
^ quelli ^ iverna ^ Piange * il ^ huom

SONETTO CXVIII. 151

Lode degli occhi di Laura, da’ quali é rasserenato d’ogni affanno, sic-
come il nocchiero è in porto rasserenato dall’ affanno della tempesta.

Non d’altra e tempestosa onda marina

Fuggìo in porto giammai stanco nocchiero.

Com’io dal fosco e torbido pensiero’

Fuggo ove ‘1 gran desio mi sprona e ‘nchina.

Né mortai vista mai luce divina

Vinse, come la mia quel raggio altero

Del bel dolce soave bianco e nero,

In che i suoi strali Amor dora ed affina.

Cieco non già, ma faretrato- il veggo;
Nudo, se non quanto vergogna il vela;
Garzon con l’ali, non pinto, ma vivo.

Indi mi nostra quel ch’a molti cela;

Ch’a parte a parte entr’^ a’ begli occhi leggo
Quant’ io parlo d’Amore e quant’ io scrivo.
^ penserò – pharetrato ^ entro

SONETTO CXIX. 152

Vuole indur Laura a liberar lo dal suo amore o a trattarlo bene, col mi-
nacciarla, che, tenendolo più in i stento, egli s’ucciderà. _^

Questa umil^ fera, un cor di tigre o d’orsa, ?

Che ‘n vista umana- e ‘n forma d’angel vene.

In riso e ‘n pianto, fra paura e spene

Mi rota sì, ch’ogni mio stato inforsa.

Rime. 151

Se’n breve non m’accoglie o non mi smorsa,

Ma pur, come suol far, tra due mi tene;

Per quel ch’io sento al cor gir fra le vene

Dolce veneno, Amor, mia vita è corsa.
Non può 8 più la vertù fragile e stanca

Tante varietati omai soffrire;

Che ‘n un punto arde, agghiaccia, arrossa e’ mbianca.*
Fuggendo spera i suoi dolor finire.

Come colei che d’ora in ora» manca;

Che ben può® nulla chi non può morire.
^ humil 2 humana ^ pò * enbianca ^ bora « pò

SONETTO CXX. 153

Delibera di raccontare lo staio suo a Laura ancora una volta, dopo il
guai racconto o troverà pietà a s’ucciderà. Nondimeno per alcun segno,

spera bene.

Ite, caldi sospiri, al freddo core;

Rompete il ghiaccio che pietà contende,
E se prego mortai ^ al Ciel s’intende.
Morte o mercè sia fine al mio dolore.

Ite, dolci pensier,^ parlando fore

Di quello ove ‘1 bel guardo non s’estende:
Se pur sua asprezza o mia stella n’ offende.
Sarem fuor di speranza e fuor d’errore.

Dir si può^ ben per voi, non forse appieno,^
Che ‘1 nostro stato è inquieto e fosco
Siccome ‘1 suo pacifico e sereno.

Gite securi omai, ch’Amor ven vosco;
E ria fortuna può^ ben venir meno,
S’ ai segni del mio Sol l’ aere conosco.
1 mortale ^ penser ‘ se pò * a pieno ‘ pò

SONETTO CXXI. 154

Loda gli occhi di Laura dalla cura di chi intese a formarli, dall’alle-
grezza che ne prende la Natura, e’ l Sole, dal lampeggiar divino, e
dal muovere Puomo ad onestà.
Le stelle e ‘P cielo e gli elementi a prova
Tutte lor arti ed ogni estrema “^ cura

152 Petrarca.

Poser nel vivo lume in cui Natura

Si specchia e ‘1 Sol, ch’altrove par non trova.

L’opra è sì altera, sì leggiadra e nova,
Che mortai guardo in lei non s’assicura:”
Tanta negli occhi bei for di misura
Par ch’Amor^ e dolcezza e grazia ^ piova.

L’aere percosso da’ lor dolci rai

S’infiamma d’onestate, e tal diventa,
Che’l dir nostro e ‘1 pensieri vince d’assai.

Basso desir non è eh’ ivi si senta;

Ma d’ onor, di virtute.’ Or quando mai
Fu per somma beltà vii voglia spenta?
^ stelle il 2 extrema =» sassecura * amore ^ gratia « penser
‘ vertute

SONETTO CXXII. 155

Dice che s’era trovato al pianto e ai lar^^enti di Laura, e quella pietosa
imagine essergli rimasa nell’animo, ondi sovente piange e sospira.
Non fur mai^ Giove e Cesare sì mossi
A fulminar colui,^ questo a ferire,
Che pietà non avesse spente l’ire,
E lor dell’ usat’ ^ arme ambedue scossi.
Piangea Madonna, e ‘1 mio Signor eh’ io^ fossi
Volse a vederla e i suoi lamenti a udire,
Per colmarmi di doglia e di desire
E ricercarmi le midolle”^ e gli ossi.
Quel dolce pianto mi dipinse^ Amore,
Anzi scolpio, e que’ detti soavi
Mi scrisse entr” un diamante in mezzo ‘1 core;
Ove con salde ed ingegnose chiavi
Ancor ^ torna sovente a trarne l’ore
Lagrime rare e sospir lunghi e gravi.
1 ma – folminar collui •’ usate * chi ^ medolle « depinse
‘ entro *” Anchor

SONETTO CXXIII. 156

// pianto di Laura rende attoniti gli elementi.
V vidi in terra angelici costumi
E celesti bellezze al mondo sole;

Rime. 1 53

Tal che di rimembrar mi giova e dole;

Che quant’ io miro par sogni, ombre e fumi.
E vidi lagrimar que’ duo bei lumi,

C han fatto mille volte invidia al Sole;

Ed udii ^ sospirando dir parole

Che farian gir’^ i monti e stare i fiumi.
Amor, senno, valor, pietate e doglia

Facean piangendo un più dolce concento

D’ogni altro che nel mondo udir si soglia:
Ed era ‘l’^ cielo all’armonia sì ‘utente,-^

Che non si^ vedea ‘n« ramo mover foglia;

Tanta dolcezza avea pien l’aere e ‘1 vento.
1 udì – gire ^ il ^ intento ‘^ se « in

SONETTO CXXIV. 157

Pone come sovente si ricorda del giorno che vide piangere Laura e la
cagione che sono le bellezze sue.

Quel sempre acerbo ed onorato ^ giorno
Mandò sì al cor l’immagine’^ sua viva,
Che ‘ngegno o stil non fia mai che ‘ descriva,
Ma spesso a lui con^ la memoria torno.

L’atto d’ogni gentil pietate adorno,

E ‘1 dolce amaro lamentar eh’ i’ udiva,
Facean dubbiar se mortai donna o diva
Fosse che ‘1 ciel rasserenava intorno

La testa òr fino, e calda neve il volto,
Ebeno* i cigli, e gli occhi eran due stelle,
Ond’^’Amor l’arco non tendeva in fallo;

Perle e rose vermiglie, ove l’accolto
Dolor formava ardenti voci e belle:
Fiamma i sospir,^ le lagrime cristallo.
» honorato – imagine ^ co * Hebeno ^ Onde ” sospiri

SONETTO CXXV. 158

Dice che volga gli occhi dove si voglia, sempre gli viene a memoria la
orma di Laura lagrimosa e non pur la forma, ma k parole e i sospiri.

Ove eh’ i’ posi gli occhi lassio giri

Per quetar la vaghezza olia gli spinge,

1 54 Petrarca.

Trovo chi bella donna ivi dipinge^
Per far sempre mai verdi i miei desiri.

Con leggiadro dolor par oh’ ella spiri
Alta- pietà che gentil core stringe:
Oltra la vista, agli orecchi orna e ‘nfinge
Sue voci vive e suoi santi-‘ sospiri.

Amor e ‘1 ver fur mecc^ a dir che quelle
Ch’ i’ vidi, eran bellezze al mondo sole,
Mai non vedute più sotto le stelle.

Né sì pietose e sì dolci ^ parole

S’udiron mai, né lagrime sì belle

Di sì begli» occhi uscir mai vide il- Sole.

R .j depinge – (Daliramano) » sancti * (Amor – meco d’altra mano)
* (dolci d’allya mano) « belli ‘ 1

SONETTO CXXVI. 159

Loda d volto, i capelli e le virtù di Laura: soggiunge che altri non sa
che sia divina bellezza, se non chi ha veduto gli occhi di lei, né la vita
ne la morie amorosa se non chi l’ha veduta sospirare, parlare e ridere.
In qual parte del Ciel, in quale idea^
Era l’esempio 2 onde Natura tolse
Quel bel viso leggiadro, in eh’ ella volse
Mostrar quaggiù quanto lassù potea?
Qual ninfa 3 in fonti, in selve mai qual Dea
Chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
Quand’-^ un cor tante in se virtuti” accolse?
Benché la somma è di mia morte rea.
Per divina bellezza indarno mira,

Chi gli occhi di costei giammai non vide,
Come soavemente ella gli gira.
Non sa com’*’Amor sana e come ancide,
Chi non sa come dolce ella sospira,
E come dolce parla e dolce ride.
‘ ydea ^ exempio •” nimpha ‘ Quando ^ vertuti * come

SONETTO CXXVII. 160

Parli, rida, guardi, sieda, cammini, è cosa sovrumana e maravigliosa.
Amor ed io sì pian di maraviglia^
Come ohi mai cosa incredibil vide.

Rime. 155

Miriam costei, quand’ella parla o ride,
Che sol sé stessa e nuU’altra simiglia.
Dal bel seren delle tranquille ciglia,
Sfavillar! sì le mie due stelle fide,
Ch’ ali.o lume non è eh’ infiammi o guide
Chi d’amar altamente si consiglia.

Qual miracolo^ è quel, quando fra^ l’erba
Quasi un fior siede! ovver^ quand’ella preme
Col suo candido seno un verde cespo I

Qual dolcezza è nella stagione acerba
Vederla ir sola coi pensier suoi ‘nsieme^
Tessendo un cerchio all’oro terso e crespo.
^ meraviglia ^ miracol “> tra * over * inseme

SONETTO CXXVIII. 161

Dice che il suo amoroso male è maggior di quello degli allri amanti
e chiama gV innamorati vivi e morti a farne fede.

O passi sparsi, o pensier vaghi e pronti,
tenace memoria, o fero ardore.
O possente desire, o debil core,
O^ occhi miei, occhi non già, ma fonti;

O fronde, onor^ delle famose fronti,
O sola insegna al gemino valore:
O faticosa vita, o dolce errore,
Che mi fate ir cercando piagge e monti;

bel viso, ov’^Amor insieme* pose

Gli sproni e ‘1 fren.ond’ e”^ mi punge e volve
Com’** a lui piace, e calcitrar non vale;

O anime gentili ed amorose,

S’ alcuna ha’ ‘1 mondo; e voi nude ombre e polve,
Deh, restate^ a veder qual è ‘1 mio male.
^ Oi ■’ hon: r ^ ove * inseme ^ el ^ Come ‘a ** De ristate

SONETTO CXXIX. 162

Invidia tutti quegli oggetti e que’ luoghi che la veggono o ascoltano
son toccati da lei.
Lieti fiori e felici, e ben nate erbe,^
Che Madonna, pensando, premer sole;

1 56 Petrarca.

Piaggia eh’ ascolti sue dolci parole,
E del bel piede alcun vestigio serbe;

Schietti arboscelli, e verdi frondi acerbe,
Amorosette e pallide viole;
Ombrose selve, ove percote il Sole,
Che vi fa co’suoi raggi alte e superbe;

O soave contrada, o puro fiume.

Che bagni ‘1^ suo bel viso e gli occhi chiari,
E prendi qualità dal vivo lume;

Quanto v’invidio gli atti onesti^ e cari!

Non fia in voi scoglio ornai che per costume
D’arder con la”^ mia fiamma non impari.
^ herbe “^ il ‘* honesti ‘^ cola

SONETTO CXXX. 163

Soffrirà costante le pene di Amore, purché Laura il vegga, e ne sia

conleiìta.

Amor, che vedi ogni pensiero^ aperto
E i duri passi onde tu sol mi scorgi.
Nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi,
A te palese, a tutt’altri coverto.

Sai quel che per seguirti ho- già sofferto;
E tu pur via di poggio in poggio sorgi
Di giorno in giorno, e di me non t’accorgi
Che son sì stanco e il”* sentier m’è tropp’erto.

Ben vegg’ io di lontano il dolce lume
Ove per aspre vie mi sproni e giri;
Ma non ho,’ come tu, da volar pinme.

Assai contenti lasci i miei desiri,

Pur che ben desiando i’ mi consume,
Né le dispiaccia che per lei sospiri.
* penserò ‘^ seguirle o ” el ■• o

SONETTO CXXXI. 164

Mostra il misero suo stato, prima per comparazione di tutte le cose che
di notte hanno riposo, poi per la qualità della miseria.

Or che ‘1 ciel e la terra e ‘1 vento tace,

E le fere e gli augelli il sonno afi’r ;na,

Rime. 157

Notte ‘H carro .stellato in giro mena,
E nel suo letto il mar senz’onda giace;

Veggio,’^ penso, ardo, piango; e chi mi sface
Sempre m’è innanzi’^ per mia dolce pena:
Guerra è ‘1 mio stato, d’ira e di duol piena,
E sol di lei pensando ho ^ qualche pace.

Così sol d’una chiara fonte viva

Move ‘1 dolce e l’amaro ond’ io mi pasco;
Una man sola mi risana e punge.

E perchè ‘1 mio martir non giunga a riva,
Mille volte il dì moro e mille nasco;
Tanto dalla salute mia son lunge.
* il – Vegghio ^ inangi * o

SONETTO CXXXII. 165

Loda in Laura l’andare, gli occhi, il parlare ed il portamento della
persona: quattro faville che producono il fuoco dove arde e vive.

Come ‘1 candido pie per l’erba fresca
I dolci passi onestamente^ move,
Vertù che ‘ntorno i fior’^ apra e rinnove”
Delle tenere piante sue par eh’ esca.

Amor, che solo i cor leggiadri invesca,
Né degna di provar sua forza altrove.
Da’ begli occhi un piacer sì caldo piove,
Ch’ i’ non curo altro ben né bramo al tr’ esca.

E con r^ andar e col soave sguardo
S’accordan le dolcissime parole,
E l’atto mansueto, umile” e tardo.

Di tai quattro faville, e non già sole.

Nasce ‘1 gran foco di ch’io vivo ed ardo;
Che son fatto un augel notturno al Sole.
^ honestamente – fiori ^ rinove ^ col ” humile

SONETTO CXXXIII (Var. arg. XVIII). 166

Dichiara che s’ e avesse continuato nello studio, avrebbe ora la fama
di gran poeta.

S’ io fossi ^ stato fermo alla spelunca

Là dov’- Apollo diventò profeta.

1-58 Petrarca.

Fiorenza avria fors’”” oggi il suo poeta.
Non pur Verona e Mantoa ed Arunca:

Ma perchè’! mio terren più non s’ingiunca
Dell’umor^ di quel sasso, altro pianeta
Conven eh’ i’ segua, e del mio campo mieta
Lappole e stecchi con^ la falce adunca.

L’oliva è secca, ed è rivolta altrove
L’acqua che di Parnaso si deriva,
Per cui in alcun tempo ella fioriva.

Così sventura ovver^ colpa mi priva
D’ogni buon frutto;’ se l’eterno^ Giove
Della sua grazia^ sopra me non piove.

* Si fussi ^ dove ^ forse * humor ^ co ^’ over ‘ fructo
^ etterno ^ gratia

SONETTO CXXXIV. 167

Rapito dal saluto di Laura, morrebbe se il suono della sua voce non
legasse gli spirti che st espandono per troppa allegrezza.

Quando Amor i begli ^ occhi a terra inchina
E i vaghi spirti in un sospiro accoglie
Con^ le sue mani, e poi in voce gli scioglie
Chiara, soave, angelica, divina,

Sento far del mio cor dolce rapina,
E sì dentro cangiar pensieri ^ e voglie,
Ch’ i’ dico: or fien di me l’ultime spoglie.
Se ‘1 Ciel sì onesta* morte mi destina.

Ma ‘1 suon, che di dolcezza i sensi lega,
Col gran desir d’udendo esser beata,
L’anima, al dipartir presta, raffrena.

Così mi vivo, e così avvolge’^ e spiega
Lo stame della vita che m’è data,
Questa sola fra noi del ciel sirena.

* belli * Co ^ penseri * honesta ** avolge

SONETTO CXXXV. 168

Crede, discrede di veder Laura pietosa; si duole che in queste dubbiezze

venga Veto non atta ad amare, ma se la passione non V uccide gli sarà

caro, anche all’ultimo, di essere accolto da Laura.

Amor mi manda quel dolce penserò,

Che secretarlo antico^ é fra noi due;

Rime. 159

E mi conforta, e dice che non fue
Mai, com’ ‘-^ or, presto a quel oh’ ì ^ bramo e spero.
Io, che tal or menzogna e talor vero
Ho* ritrovato le parole sue.
Non so s’ il creda, e vivomi intra due.
Ne sì né no nel cor mi sona intero.

In questa passa ‘1 tempo, e nello specchio
Mi veggio andar ver la stagion contraria
A sua impromessa ed alla mia speranza.

Or sia che può:’^ già sol io non invecchio;
Già per etate il mio desir non varia.
Ben temo il viver breve che n’ avanza.
^ antiche ^ come ‘ io ” O ° pò

SONETTO CXXXVI. 169

Va a trovar Laura e nella prima giunta, per turbata vista che gli mo-
ìtra, teme; poi, veggendola rasserenare, si delibera di palesarle i suoi
affanni, ma per la troppa copia non sa donde cominciare.

Pien d’un vago pensier,^ che mi’^ desvia

Da tutti gli altri e fammi al mondo ir solo.
Ad or ad or^ a me stesso m’involo,
Pur lei cercando che fuggir devrìa;

E veggiola passar sì dolce e ria.

Che l’alma trema per levarsi a volo;
Tal d’ armati sospir conduce stuolo
Questa bella d’Amor nemica e mia.

Ben, s’io^ non erro, di pietate un raggio
Scorgo fra ‘1 nubiloso altero ciglio,
Che ‘n parte rasserena il cor dogHoso:

A.llor raccolgo l’alma, e poi eh’ i’ aggio
Di scovrirle il mio mal preso consiglio.
Tanto le ho^ a dir che ‘ncominciar non oso.
* penser – me ■’ ora * si “‘ glio

SONETTO CXXXVII. 170

Dice di non potere, per troppo amore, raccontare i suoi affanni a Laura.
Più volte già dal bel sem.biante umano ^
Ho- preso ardir con” le mie fide scorte

160

Petrarca.

D’assalir con parole oneste”* accorte

La mia nemica, in atto umile ^ e piano:

Fanno poi gli occhi suoi mio penser vano,
Perch’ogni mia fortuna, ogni mia sorte,
Mio ben, mio male, e mia vita e mia morte
Quei che solo il può» far, l’ha’ posto in mano.

Ond’ io non potè’ mai formar parola
Ch’altro che da me stesso fosse intesa;
Così m’ha^ fatto Amor tremante e fioco.

E veggi’ or ben che caritate accesa
Lega la lingua altrui, gli spirti invola.
Chi può» dir com’egli arde, è ‘n picciol foco.
J humano ” O ‘co * honeste ^ humile “■ pò Ma ^ ma ‘■’ pò

SONETTO CXXXVIII. 171

Amore l’ho dato in forza di donna, alla quale nulla giova d porger
prieghi, anzi nuoce. Nondimeno sempre vuole sperare.

Giunto m’ ha Amor fra belle e crude braccia,
Che m’ancidono a torto; e s’io mi doglio.
Doppia ‘1 martir; onde, pur com’ io soglio.
Il meglio è ch’io mi mora amando e taccia:

Che porla questa il Ren, qualor più agghiaccia.
Arder con gli occhi, e rompre ogni aspro scoglio;
Ed ha^ sì egual alle bellezze orgoglio.
Che di piacer altrui par che le spiaccia.

Nulla posso levar io per mio ‘ngegno-‘

Del bel diamante ond’ eli’ ha » il cor sì duro;
L’altro è d’un marmo che si mova e spiri:

Ned ella a me per tutto ‘1 suo disdegno
Terrà giammai, né per sembiante oscuro,
Le mie speranze e i miei* dolci sospiri.
» a – mingegno •’• ella ^ mei

SONETTO CXXXIX. 172

?;• duole della invidia che gli ha reso più cruda Laura ; tuttavia le a/fer-

ìachepert^^^^^^^^^^ non è per lasciare d’amarla e d, sperare

invidia, nemica^ di virtute.”

Th’ a’ bei principii volentier contrasti.

Rime. 161

Per qual sentier così tacita intrasti
In quel bel petto, e con qual’ arti il mute?
Da radice n’hai^ svelta mia salute:
Troppo felice amante mi mostrasti
A quella che miei preghi umili ^ e casti
Gradì alcun tempo, or par ch’odii-” e refute.

Né però che con atti acerbi e rei

Del mio ben pianga e del mio pianger rida.
Porla cangiar sol un de’ pensier miei.*

Non perchè mille volte il dì m’ ancida,

Fia eh’ io non V ami e eh’ i’ non speri in lei :
Che s’ ella mi spaventa, Amor m’affida.
‘ nimica ^ vertute ‘ nai * humili ” odi ^ mei

SONETTO CXL. 173

Dice che quando vede gli occhi di Laura, l’anima lo abbandona per
andare in lei, ove trova amaritudine e dolcezza: se ne duole, ma con-
chiude che Amore non può produrre altro frutto.
Mirando ‘1 SoU de’ begli occhi sereno,

Ov’^ è chi spesso i miei dipinge^ e bagna,

Dal cor l’anima stanca si scompagna

Per gir nel paradiso suo terreno.
Poi trovandol di dolce e d’amar pieno,

Quanto aH mondo si tesse, opra d’aragna

Vede: onde seco e con Amor si lagna,

Ch’ha^ sì caldi gli spron, sì duro il^ freno.
Per questi estremi’ duo, contrari e misti,

Or con voglie gelate or con accese,

Stassi così fra misera e felice.
Ma pochi lieti, e molti pensier’* tristi;

E ‘1 più si pente dell’ardite imprese:

Tal frutto nasce di cotal radice.

1 sole – Ove ^ depinge * Quanta! *’ Glia ”’ 1 ‘ extremi
* pei :»er

SONETTO CXLI. 174

Pensa nel suo dolore eh’ è meglio patire per Laura che gioir d’altra donna .
Fera stella (se ‘1 Cielo ha^ forza in noi
Quant’ alcun crede) fu sotto eh’ io nacqui,
Bibl rem. 12/15. 11

1 62 Petrarca.

E fera cuna dove nato giacqui,
E fera terra ov’ e’ pie mossi poi ;

E fera donna che con gli occhi suoi

E con r arco a cui sol per segno piacqui,
Fé la piaga ond’,^ Amor, teco non tacqui.
Che con quali’ arme risaldar la puoi.’^

Ma tu prendi a diletto i dolor miei;
Ella non già, perchè non son più duri,
E’I colpo è di saetta e non di spiedo.

Pur mi consola che languir per lei

Meglio è che gioir d’altra; e tu mei giuri
Per l’orato tuo strale; ed io tei credo.

^ a. ” onde ” poi

SONETTO CXLII. 175

Quando si ricorda del tempo, del luogo e di Laura, allorachè se ne inna-
morò, di nuovo s’innamora, contuttoché Laura sia al presente attempata.

Quando mi vene innanzi^ il tempo e ‘1 loco
Ov’ io- perdei me stesso, e ‘1 caro nodo
Ond’Amor di sua man m’avvinse^ in modo
Che l’amar mi fé dolce e ‘1 pianger gioco;

Solfo ed esca son tutto, e ‘1 cor un foco,
Da quei soavi spirti, i quai sempr’-*odo,
Acceso dentro sì, eh’ ardendo godo,
E di ciò vivo, e d’altro mi cai poco.

Quel Sol, che solo agli occhi miei risplende,^
Coi vaghi raggi ancor® indi mi scalda
A vespro tal qual era oggi per tempo;

E così di lontan m’alluma e’ncende.

Che la memoria ad ogni or fresca e salda
Pur quel nodo mi mostra e ‘1 loco e ‘l tempo.
^ inangi ‘^ Ovi ^ avinse * sempre ^ resplende • anchor

SONETTO CXLTII. 176

Scrive la sicurtà sua mentre venendo da Colonia per ritornare in Pro-
venza passa per la selva d’Ardenna e il piacere che ne prende, in
quanto gli rappresenta Laura; solamente egli ve la desidera in verità,
non per immaginazione.
Per mezz’ i boschi inospiti ^ e selvaggi,

Onde vanno a gran rischio uomini ed arme.

Rime. 163

Vo secur”^ io; che non può^ spaventarme
Altri che ‘1 Sol eh’ ha* d’Amor vivo i raggi.
E vo cantando (o penser miei non saggi!)
Lei che ‘1 Ciel non poria lontana farme;
Ch’ i’ r ho^ negli occhi; e veder seco parme
Donne e donzelle, e sono abeti e faggi.

Farmi® d’udirla, udendo i rami e I’ ore

E le frondi, e gli augei lagnarsi, e 1′ acque
Mormorando fuggir per l’erba verde.

Raro un silenzio,’ un solitario orrore®
D’ ombrosa selva mai tanto mi piacque;
Se non che del mio Sol troppo si perde.

^ inhospiti – securo ‘pò * cha “^ lo ^ Parme ‘ silentio
* horrore

SONETTO CXLIV. 177

La vista del bel paese di Laura gli fa dimenticare i pericoli del viaggio.

Mille piagge in un giorno e mille rivi
Mostrato m’ ha^ per la famosa Ardenna
Amor, eh’ a’ suoi le piante e i cori impenna
Per farli ^ al terzo ciel volando ir vivi.

Dolce m’ è sol senz’ arme esser stato ivi.
Dove armato fier Marte e non accenna,^
Quasi senza governo e senza antenna
Legno in mar, pien di pensieri gravi e schivi.

Pur giunto al fin della giornata oscura,

Rimembrando ond’ io vegno e con quai piume,
Sento di troppo ardir nascer paura.

Ma ‘1 bel paese e ‘1 dilettoso^ fiume
Con serena accoglienza^ rassecura
Il cor già volto ov’ abita il suo lume.
* ma * fargli ^ acenna * penser ^ dilectosa * accoglenza

SONETTO CXLV. 178

Tormentato da Amore vuol frenarlo con la ragione e mal suo grado

noi può.

Amor mi sprona in un tempo ed affrena,

Assecura e spaventa, arde ed agghiaccia.

164 Petrarca.

Gradisce e sdegna, a sé mi chiama e scaccia.
Or mi tene in speranza ed or in pena;

Or alto or basso il mio^ cor lasso mena;
Onde ‘1 vago desir perde la traccia,
E ‘1 suo sommo piacer par che li spiaccia;
D’ error sì novo la mia mente è piena.

Un amico pensieri le mostra il vado,

Non d’acqua che per gli occhi si risolva/’^
Da gir tosto ove spera esser contenta:

Poi, quasi maggior forza indi la svolva,

Conven eh’ altra via segua, e mal suo grado
Alla sua lunga e mia morte consenta.
^ meo * penser ^ resolva

SONETTO CXLVI. *179i

Scrive ad un amico la via unica di placare la sua donna quando gli si
mostra turbata, essere l’umiltà.

Ceri, quando talor meco s’ adira

La mia dolce nemica, eh’ è sì altera,
Un conforto m’ è dato, eh’ i’ non pera.
Solo per cui vertù 1′ alma respira.

Ovunqu’ ella sdegnando gli 2 occhi gira,
Che di luce privar mia vita spera.
Le mostro i miei pien d’umiltà sì vera,
Ch’ a forza ogni suo sdegno indietro tira.

Se ciò*^ non fosse, ^ andrei non altramente
A veder lei, che ‘1 volto di Medusa,
Che facea marmo diventar la gente.

Così dunque fa tu; ch’i’ veggio esclusa •”*

Ogni altr’« aita; e ‘1 fuggir vai niente

Dinanzi all’ ali che ‘1 Signor nostro usa.

^ (Della mano di Petrarca) Mi =* Ee ciò * fusse -^ exclusa
” altra

SONETTO CXLVII. 180

Veniva il Petrarca verso Lombardia per Po. Or dice rivolgendo il parlare
al Po, che quantunque ne meni il corpo suo, l’animo però vola a Laura.
Po, ben può’ tu portartene la scorza
Di me con tue possenti e rapid’ ‘ onde.

Rime. 165

Ma lo spirto oh’ iv’ entro si nasconde
Non cura né di tua né d’altrui forza.

Lo qual, senz’ alternar poggia con orza,
Dritto per l’aure al suo desir seconde,
Battendo 1′ ali verso l’aurea fronde,
L’ acqua e ‘1 vento e la vela e i remi sforza.

Re degli altri, superbo, altero fiume,

Che ‘ncontri ‘1 Sol quando e’ ne mena iP giorno,
E ‘n Ponente abbandoni^ un più bel lume;

Tu te ne vai col mio mortai sul corno;
L’ altro, coverto d’amorose piume.
Torna volando al suo dolce soggiorno.
^ rapide ” 1 ^ abandoni

SONETTO CXLVIII. 181

Egli impensatamente restò preso nelle reti di Amore tese sotto un alloro.

Amor fra l’erbe una leggiadra rete
D’ oro e di perle tese sott’ un ramo
Dell’arbore sempre verde eh’ i’ tant’ amo,
Benché n’ abbia ombre più triste che liete.

L’ esca fu ‘1 seme eh’ egli sparge e miete,
Dolce ed acerbo, ch’io^ pavento e bramo;
Le note non fur mai, dal dì ch’Adamo
Aperse gli occhi, sì soavi e quete.

E ‘1 chiaro lume che sparir fa ‘1 Sole
Folgorava d’ intorno: e ‘1 fune avvolto^
Era alla man ch’avorio e neve avanza.

Così caddi alla rete, e qui m’han-* colto
Gli atti vaghi e 1’ angeliche parole
E ‘1 piacer e ‘1 desire e la speranza.
* (sic) ^ chi ” avolto ■* man

SONETTO CXLIX. 182

Amore e gelosia vanno insieme; tuttavia egli ama Laura, ma per la som-
ma virtù di lei o meglio indifferenza di lei verso tutti gli uomini non

è geloso.
Amor, che ‘ncende ‘1^ cor d’ ardente zelo.
Dì gelata paura il tien costretto,^

1 66 Petrarca.

E qual sia più, fa dubbio all’intelletto,’

La speranza o ‘1 timor,* la fiamma o gielo.

Trem’ al più caldo, ard’ al più freddo cielo.
Sempre pien di desire e di sospetto;
Pur come donna in un vestire schietto
Celi un uom^ vivo, o sott’® un picciol velo.

Di queste pene è mia propria la prima.

Arder dì e notte; e quanto è ‘1 dolce male.

Né ‘n pensier’ cape, non che ‘n versi e’n^rma:

L’ altra non già; che ‘1 mio bel foco è tale,

Ch’ ogni uom pareggia; e del suo lume in cima
Chi volar pensa, indarno spiega 1′ ale.

^11 ‘ ten constretto ‘ intellecto * temor “huom ** sotto ‘pensar
* on

SONETTO CL. 183

Se i dolci sguardi di lei lo tormentano a morte, che sarebbe se glieli

negasse?

Se ‘1 dolce sguardo di costei m’ ancide
E le soavi parolette accorte,
E s’Amor sopra me la fa sì forte
Sol quando parla, ovver^ quando sorride;

Lasso, che fia se forse ella divide,

O per mia colpa o per malvagia sorte.
Gli occhi suoi da mercè, sì che di morte
Là dov’- or m’assecura,^ allor mi sfide?

Però s’ i’ tremo e vo col cor gelato
Qualor veggio cangiata sua figura,
Questo temer d’antiche prove è nato.
Femmina* è cosa mobil per natura;
Ond’io so ben eh’ un amoroso stato
In cor di donna picciol tempo dura.
‘ over ‘^ dove ^ massicura * Femina

SONETTO GLI. 184

Essendo Laura inferma egli teme che muo/a.
Amor, Natura e la bell’^ alma umile,*
Ov’ ogni” alta virtù te’ alberga e re^na.

Rime. 167

Centra me son giurati. Amor s’ingegna
Ch’ i’ mora affatto;’^ e ‘n ciò segue suo stile:
Natura tien® costei d’ un sì gentile

Laccio, che nullo sforzo è che sostegna:
Ella è sì schiva, eh’ abitar non degna
Più nella vita faticosa e vile.

Così lo spirto d’ or in or vien ‘ meno
A quelle belle care membra oneste,*^
Che specchio eran di vera leggiadria.

E s’ a morte pietà non stringe iP freno.
Lasso, ben veggio in che stato son queste
Vane speranze ond’io viver solia.

^ bella * humile ‘ o§n * vertute ^ a fatto ^ ten ‘ ven
” honeste * 1

SONETTO CLII. 185

Attribuisce a Laura le bellezze tutte e le rare doti della Fenice.

Questa Fenice, dell’ aurata piuma
Al suo bel collo candido gentile
Forma senz’ arte un sì caro monile.
Ch’ogni cor addolcisce e ‘1 mio consuma:

Forma un diadema naturai oh’ alluma
L’aere d’ intorno ; e ‘1 tacito focile
D’Amor tragge indi un liquido sottile
Foco che m’ arde alla più algente bruma.

Purpurea vesta, d’ un ceruleo lembo
Sparso di rose i belli omeri ^ vela;
Novo abito ^ e bellezza unica e sola.

Fama nell’ odorato e ricco grembo
D’ arabi monti lei ripone e cela,
Che per lo nostro ciel sì altera vola.
^ homeri ^ habito

SONETTO CLIII. 186

/ più famosi poeti non avrebbero cantato che di Laura se Favessero

veduta.

Se Virgilio ed Ornerò^ avessin visto

Quel sole il qual vegg’ io con gli occhi miei,

1 68 Petrarca.

Tutte lor forze in dar fama a costei
Avrian posto, e 1′ un stil con^ 1′ altro misto:
Di che sarebbe Enea turbato e tristo,
Achille, Ulisse^ e gli altri semidei,
E quel che resse anni cinquantasei
Sì bene il mondo, e quel eh’ ancise Egisto.

Quel fior antico* di virtuti^’ e d’arme,
Come sembiante stella ebbe con questo
Novo fior d’onestate e di bellezze!
Ennio di quel cantò ruvido carme,

Di quest’ altr’ ^ io: ed o pur non molesto
Gli sia’l’ mio ingegno, e ‘1 mio lodar non sprezze!
^ H omero ^ col ^ Ulixe * fiore antiche ^ vertuti * altro ‘ il

SONETTO CLIV. 187

Teme che le sue rime non sieno atte a celebrar degnamente le virtù di

Laura.

Giunto Alessandro^ alla famosa tomba
Del fero Achille, sospirando disse:
O fortunato, che sì chiara tromba
Trovasti e chi di te sì alto scrisse!

Ma questa pura e candida colomba,

A cui non so s’ al mondo mai par visse.
Nel mio stil frale assai poco rimbomba:
Così son le sue sorti a ciascun fisse.

Che d’Omero dignissima e d’Orfeo,^

O del pastor eh’ ancor ^ Mantova onora,^
Ch’ andassen sempre lei sola cantando.

Stella difforme, e fato sol qui reo

Commise e tal che ‘1 suo bel nome adora,
Ma forse scema sua lode parlando.
^ Alexandro ^ Orpheo ^ anchor ‘ honora

SONETTO CLV. 188

Prega il Sole a non privarlo della vista del beato paese di Laura.
Almo Sol, quella fronde eh’ io sol’ ^ amo.
Tu prima amasti: or sola al bel soggiorno

Kime. 169

Verdeggia e senza par, poi che 1′ adomo®
Suo male e nostro vide in prima Adamo.

Stiamo a mirarla. V ti pur prego e chiamo,
Sole; e tu pur fuggi, e fai d’ intorno
Ombrare i poggi, e te ne porti ‘P giorno,
E fuggendo mi toi quel eh’ i’ più bramo.

L’ombra che cade da quell’ umiH colle,
Ove favilla il mio soave foco.
Ove ‘1 gran lauro fu picciola verga.

Crescendo mentr’ io parlo, agli occhi lolle
La dolce vista del beato loco
Ove ‘1 mio cor con la^ sua donna alberga.
1 sola ^ laddorno ^11 * quel humil ‘” cola

SONETTO CLVI. 189

Paragonasi ad una nave in tempesta, e che incomincia a disperare

del porto.

Passa la nave mia colma d’ obblio^

Per aspro mare a mezza notte il verno
Infra^ Scilla e Cariddi;” ed al governo
Siede ‘1 signor,* anzi ‘1 nemico^ mio.

A ciascun remo un pensier** pronto e rio,

Che la tempesta e ‘1 fin par ch’abbia a scherno :
La vela rompe un vento umido,’ eterno
Di sospir, di speranze e di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
Bagna e rallenta le già stanche sarte,
Che son d’error con ignoranza^ attorto.

Celansi i duo miei^ dolci usati segni;
Morta fra 1′ onde è la ragion e 1′ arte:
Tal eh’ incomincio a disperar ^i206

Si studia di placare lo sdegno di Laura, alla quale era stato riferite
che il P. aveva detto di amare sotto il nome di lei, altra donna.

S’ i’ ‘1 dissi mai, ch’i’ venga ^ in odio a quella
Del cui amor vivo, e senza ‘I qual morrei:
Bibl rem. 12/15 12

1 78 Petrarca.

S’ i’ ‘1 dissi, eh’ e’ miei dì sian pochi e rei,
E di vii signoria l’anima ancella; 4

S’ i’ ‘1 dissi, contra me s’arma ogni stella,
E dal mio lato sia
Paura e gelosia,
E la nemica mia

Più feroce ver me sempre e più bella.
^ vegna

S’ i’ ‘1 dissi, Amor l’aurate sue quadrella
Spenda in me tutte, e l’impiombate in lei;
S’ i’ ‘1 dissi, cielo e terra, uomini e Dei
Mi sian contrari, ed essa ognor^ più fella; 4

S’ i’ ‘1 dissi, chi con sua cieca facella
Dritto a morte m’invia,
Pur come suol si stia,
Né mai più dolce o pia
Ver me si mostri in atto od in favella.
1 ognior

S’ i’ ‘1 dissi mai, di quel ch’i’men vorrei,
Piena trovi quest’aspra e breve via;
S’ i’ ‘1 dissi, il fero arder che mi desvia
Cresca in me, quanto ‘1^ fier ghiaccio in costei; 4
S’ i’ ‘1 dissi, unqua non veggian gli- occhi miei
Sol chiaro o sua sorella,
Né donna né donzella.
Ma terribil procella,
Qual Faraone ‘^ in perseguir gli Ebrei.*
1 il – li o. mei ■•* Pharaone * li Hebrei

S’ i’ ‘l dissi, coi sospir, quant’ io mai fei,
Sia pietà per me morta e cortesia;
S’ i’ ‘1 dissi, il dir s’innaspri, che s’udia
Sì dolce allor che vinto mi rendei; 4

S’ i’ ‘1 dissi, io spiaccia a quella eh’ io ‘ terrei,
Sol chiuso in fosca cella
Dai dì che la mammella*

Rime. 179

Lasciai fin che si svella

Da me l’alma, adorar: forse ‘1^ farei.

* i * mamella ‘ el

Ma s’io noi dissi, chi sì dolce apria
Mio^ cor a speme nell’età novella,
Regga ancor- questa stanca navicella
Col governo di sua pietà natia, 4

Né diventi altra, ma pur qual solia ^

Quando più non potei,
Che me stesso perdei,
Né più perder devrei.
Mal fa chi tanta fé’ sì tosto obblia.^

* Meo ‘^ Regganchor ^ oblia

lo^ noi dissi giammai, né dir porla
Per oro o per cittadi o per castella.
Vinca ‘1 ver dunque e si rimanga in sella,
E vinta a terra caggia- la bugia. 4

Tu sai in me il tutto, Amor: s’ella ne spia.
Dinne quel che dir dei.
r beato direi

Tre volte e quattro e sei
Chi, devendo languir, si morì pria.
‘■ I ^ chaggia

Per Rachel ho^ servito e non per Lia;
Né con altra saprei
Viver; e sosterrei.
Quando ‘1 Ciel ne rappella,
Girmen con ella in sul carro d’ Elia,
lo

CANZONE XX. *207

Non può vivere senza vederla, e non vorrebbe morire per poter amarla.

Ben mi credea passar mio tempo omai
Come passato avea quest’anni addietro,^
Senz’altro studio e senza novi ingegni:

180 Petrarca.

Or poi che da Madonna i’ non impetro
L’usata aita, a che condotto m’ hai,^
Tu’l vedi, Amor, che tal arte m’insegni.
Non so s’ i’ me ne sdegni;
Che’n questa età mi fai divenir ladro
Del bel lume leggiadro,
Senza ‘1 qual non vivrei in tanti affanni.
Così avess’io i prim’anni^
^ Preso lo stil ch’or prender mi bisogna;

■ Che’n giovenil fallire^ è men vergogna.

* adietro “^ condutto mai ^ primi anni * fallir

Gli^ occhi soavi, ond’io soglio aver vita.
Delle divine lor alte bellezze
Furmi in sul cominciar tanto cortesi,
Che’n guisa d’uom cui non proprie ricchezze.
Ma celato di for soccorso aita,
Vissimi; che né lor né altri offesi.
Or, bench’a me ne pesi,
Divento ingiurioso ed importuno;
Che’l poverel digiuno
Vien^ ad atto talor che’n miglior stato
Avria in altrui biasmato.
Se le man di pietà invidia m’ha’^ chiuse,
Fame amorosa e ‘1 non poter mi scuse.

‘ Li ^ Ven •” ma

Oh’ i’ ho * cercate già vie più di mille
Per provar senza lor se mortai cosa
Mi potesse tener in vita un giorno.
L’anima, poi ch’altrove non ha – posa,
Corre pur all’angeliche faville;
Ed io, che son di cera, al foco torno.
E pongo mente intorno,
Ove sì fa men guardia a quel eh’ i’ bramo;
E come augello’* in ramo.
Ove men teme, ivi più tosto è colto,

Rime. 181

Così dal suo bel volto

L’involo or uno ed or un altro sguardo;

E di ciò insieme* mi nutrico ed ardo.

* Chio ‘^ a ^ augel * inseme

Di mia morte mi pasco e vivo in fiamme:
Stranio cibo e mirabil salamandra!
Ma miracol non è; da tal si volo.
Felice agnello alla penosa mandra
Mi giacqui un tempo; or all’estremo^ famme
E Fortuna ed Amor pur come sole: ó

Così rose e viole

Ha^ primavera, e ‘1 verno ha^ neve e ghiaccio.
Però, s’ i’ mi procaccio
Quinci e quindi alimenti al viver curto,
Se voi dir che sia furto,
Sì ricca donna deve esser contenta.
S’altri vive del suo ch’ella noi senta.

* extremo ^ A ^ a

Chi noi sa di eh’ io vivo e vissi sempre
Dal dì che^ prima que’ begli •^ occhi vidi,
Che mi fecer cangiar vita e costume>
Per cercar terra e mar da tutti i’^ lidi.
Chi può* saver tutte l’umane tempre?
L’un vive, ecco, d’odor là sul gran fiume; 6

Io qui di foco e lume
Queto i frali e famelici miei spirti.
Amor (e vo’ ben dirti)
Disconviensi ^ a signor l’esser sì parco.
Tu hai^ li strali e l’arco;
Fa di tua man, non pur bramando, i’”‘ mora:
Ch’un bel morir tutta la vita onora.*

^ chen ^ belli ‘ tutti * pò ^ Disconvensi ® ai ‘ bramandio
onora

Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce,
In alcun modo più non può^ celarsi;

182 F^trsrcs.

Amor, i’ M so, che ‘1 provo alle tue mani.

Vedesti ben quando sì tacito arsi;

Or de’ miei gridi a me medesmo incresce,

Che vo noiando e prossimi^ e lontani. 6

O mondo o pensier’^ vani!

mia forte ventura a che m’adduce!

O di che vaga luce

Al cor mi nacque la tenace speme

Onde l’annoda e preme

Quella che con tua forza al fin mi mena!

La colpa è vostra, e mio ‘1 danno e la pena.

^ pò ~ proximi ^ penser

Così di ben amar porto tormento,

E del peccato altrui cheggio perdono;

Anzi del mio, che devea torcer gli^ occhi

Dal troppo lume, e di sirene al suono

Chiuder gli- orecchi; ed ancor ^ non men pento

Che di dolce veleno il cor trabocchi. i

Aspett’ io pur che scocchi

L’ultimo colpo chi mi diede il^ primo:

E fia, s’ i’ dritto estimo,*^

Un modo di pietate occider tosto,

Non essend’*^ ei disposto

A far altro di me che quel che soglia:

Che ben mor’ chi morendo esce di doglia.

^ li – li ^ anchor ^ 1 ^ extimo ” essendo ‘ muor

Canzon mia, fermo in campo

Starò, ch’egli^ è disnor miror fuggendo.

E me stesso riprendo –

Di tai lamenti; sì dolce è mia sorte.

Pianto, sospiri e morte.

Servo d’Amor, che queste rime leggi.

Ben non ha” ‘1 mondo che ‘1 mio mal pareggi.

‘ chelii – reprendo ‘• a

Rime. 183

SONETTO CLXXIII. *208

Prega il Rodano, che, scendendo al paese di Laura, le baci! piede,

la mano.

Rapido fiume, che d’alpestra vena,

Rodendo intorno, onde ‘1 tuo nome prendi,
Notte e dì meco desioso^ scendi
Ov’Amor me, te sol Natura mena,

Vattene innanzi: il tuo corso non frena
Né stanchezza ne sonno; e pria che rendi
Suo dritto al mar, fiso, u’ si mostri, attendi
L’erba più verde e l’aria più serena.

Ivi è quel nostro vivo e dolce Sole

Ch’adorna^ e ‘nfiora la tua riva manca;
Forse (o che spero) il^ mio tardar le dole.
Baciale ‘1* piede, o la man bella e bianca;
Dille, il baciar sia ‘n^ vece di parole:
Lo spirto è pronto, ma la carne è stanca.
^ disioso ” Chaddorna •’ el * Bascialel ■” el basciar sien

SONETTO CLXXIV. *209

Dice che allontanatosi da Laura, ha innanzi i dolci luoghi della sua
dimora, e porta infissa al cuore la saetta amorosa.

I dolci colli ov’ io lasciai me stesso

Partendo onde partir giammai non posso,
Mi vanno innanzi; ed emmi ognor addosso^
Quel caro peso ch’Amor m’ha- commesso.

Meco di me mi maraviglio” spesso,

Ch’ i’ pur vo sempre, e non son ancor* mosso

Dal bel giogo più volte indarno scosso,

Ma com’ più me n’allungo e più m’appresso.

E qual cervo ferito di saetta.

Col ferro avvelenate’^ dentr’al fianco
Fugge, e più ducisi quanto più s’affretta;

Tal io con quello strai dal lato manco,
Che mi consuma e parte mi diletta.
Di duol mi struggo e di fuggir mi stanco.
* ognior adosso – a ‘” meraviglio * anchor ” aveletiato

1 84 Petrarca.

SONETTO CLXXV. *210

Si duole della crudeltà di’ Laura e dice che nel mondo non credeva egli

che SI ritrovasse se non una Fenice e nondimeno non sa per Qua e

augurio, per qual ordine fatale sia, ch’egli sia un’altra Fenice in

trovare pietà sorda e torni misero donde doveva tornare felice.

Non dall’ ispano Ibero^ all’indo Idaspe-
Ricercando del mar ogni pendice,
Né dal lite vermiglio all’onde caspe,
Né ‘n ciel né ‘n terra è più d’una fenice.

Qual destro ^ corvo o qual manca * cornice
Canti ‘1 mio fato? o qual Parca l’ innaspe?
Che sol trovo pietà sorda com’aspe,
Misero onde sperava esser felice!

Ch’ i’ non vo’ dir di lei ; ma chi la scorge.
Tutto ‘1 cor di dolcezza e d’amor l’empie;’*
Tanto n’ ha^ seco e tant’ altrui ne porge.

E per far mie dolcezze amare ed empie,
s’infinge o non cura o non s’accorge
Del fiorir queste innanzi’ tempo tempie.

* hispano Hibero ^ ydaspe ‘ dextro * mancha ” glempie ® a

inangi

SONETTO CLXXVI. *211

Come e quando sia entrato nel labirinto d’amore, e come ora egli vi stia.
Voglia mi sprona, Amor mi guida e scorge.

Piacer mi tira, usanza mi trasporta,

Speranza mi lusinga e riconforta,

E la man destra al cor già stanco porge.
IP misero la prende, e non s’accorge

Di nostra cieca e disleale scorta;

Regnano i sensi, e la ragion è morta;

Dell’un vago desìo l’altro risorge.
Virtute, onor,- bellezza, atto gentile,

Dolci parole ai bei*^ rami m’ han-* giunto,

Ove soavemente il cor s’invesca.
Mille trecento ventisette appunto,”

Su l’ora prima, il dì sesto d’aprile

Nel labirinto*^ intrai; né veggio ond’esca.
‘ El – Vertute honor ^ be ■* an ‘^ a punto ” ìaberinto

Rime. 185

SONETTO CLXXVII. *212

Servo fedele di Amore per sì lungo tempo, non n’ebbe in premio che

lagrime.

Beato in sogno, e di languir contento,

D’abbracciar l’ombre e seguir l’aura estiva,
Nuoto per mar che non ha^ fondo o riva,
Solco onde, e ‘n rena fondo e scrivo in vento.

E ‘1 Sol vagheggio sì, ch’egli ha^ già spento
Col suo splendor la mia ver tu visiva;
Ed una cerva errante e fuggitiva^
Caccio con un bue zoppo e ‘nfermo e lento.

Cieco e stanco ad ogni altro ch’ai mio danno.
Il qual dì e notte palpitando cerco.
Sol Amor e Madonna e Morte chiamo.

Così venf* anni (grave e lungo affanno!)
Pur lacrime e sospiri e dolor merco:
In tale stella presi l’esca e l’amo.
^ a * elli a ^ fugitiva * venti

SONETTO CLXXVIII. *213

Laura colle sue grazie fu per lui una vera incantairice che lo ir asformò
Grazie^ eh’ a pochi ‘1^ Ciel largo destina;
Rara vertù, non già d’umana gente;
Sotto biondi capei canuta mente,
E in umiP donna, alta beltà divina;
Leggiadria singolare* e pellegrina,
E ‘1 cantar che nell’anima si sente,
L’andar celeste, e ‘1 vago spirto ardente,
Ch’ogni dur rompe ed ogni altezza inchina;

E que’ begli” occhi, che i cor fanno smalti.
Possenti a rischiarar abisso e notti,
E torre l’alme a’ corpi e darle altrui ;

Col dir pien d’intelletti*^ dolci ed alti,
E co’ sospir’ soavemente rotti:
Da questi magi trasformato’^ fui.

‘ Gratie * il ^ En humil * singulare ‘•’ belli ‘^ intellect. ‘ Coi
so:;piri ^ ^aiisformati

1 86 Petrarca.

SESTINA VI. *2U

storia del suo amore. Difficoltà di liberarsene. Invoca Valuto di Dio.

Anzi tre dì creata era alma in parte
Da por sua cura in cose altere e nove,
E dispregiar di quel ch’a molti è ‘n pregio.
Quest’ancora dubbia del fatai suo corso,
Sola, pensando, pargoletta e sciolta,
Intrò di primavera in un bel bosco.

Era un tenero fior nato in quel bosco
Il giorno avanti; e la radice in parte
Ch’appressar noi poteva anima sciolta.
Che v’eran di lacciuo’ forme sì nove
E tal piacer precipitava al corso.
Che perder libertate iv’^era in pregio.

Caro, dolce, alto e faticoso pregio.
Che ratto mi volgesti al verde bosco,
Usato di sviarne a mezzo ‘1 corso,
Ed ho^ cerco poi ‘1 mondo a parte a parte.
Se versi o pietre^ o suco d’erbe nove
Mi rendesser un dì la mente sciolta.

Ma, lasso, or veggio che la carne sciolta

Pia di quel nodo ond’ è ‘1 suo maggior pregio,
Prima che medicine antiche o nove
Saldin le piaghe eh’ i’ presi in quel bosco
Folto di spine; ond’ i’ ho’^ ben tal parte,
Che zoppo n’esco, e’ntraivi** a sì gran corso.

Pien di lacci e di stecchi un duro corso
Aggio a fornire, ove leggiera’ e sciolta
Pianta avrebbe uopo, e sana d’ogni parte.
Ma tu. Signor, e’ hai di pietate il pregio,
Porgimi la man destra^ in questo bosco;
Vinca ‘1 tuo Sol le mie tenebre nove.

Guarda ‘1 mio stato alle vaghezze nove,
Che ‘nterrompendo di mia vita il corso,

Rime. 187

M’han* fatto abitator^^ d’ombroso bosco:
Rendimi, s’esser può,^^ libera e sciolta
L’errante mia consorte; e fia tuo ‘1 pregio
S’ ancor ^^ teco la trovo in miglior parte.

Or ecco in parte le question mie nove:

S’ alcun pregio in me vive o ‘n tutto è corso,
O l’alma sciolta o ritenuta al bosco.

‘ anchor ^ ivi ‘ o * petre ^ io « entravi “^ leggera * dextra
9 Man 1″ habitador ” pò ^^ Sanchor

SONETTO CLXXIX. *215

Virtù somme congiunte a bellezza somma formano il ritratto di Laura.

In nobil sangue vita umile ^ e queta.
Ed in alto intelletto ^ un puro core.
Frutto senile in sul giovenil fiore,
E ‘n aspetto pensoso anima lieta,

Raccolto ha’n^ questa donna il suo pianeta,
Anzi ‘1 re delle stelle; e ‘1 vero onore,^
Le degne lode e ‘l gran pregio e ‘1 valore,
Ch’ è da stancar^ ogni divin poeta.

Amor s’ è in lei con onestate*^ aggiunto;
Con beltà naturale abito’ adorno.
Ed un atto che parla non silenzio,”^

E non so che negli ^ occhi che ‘n un punto
Può^*^ far chiara la notte, oscuro il giorno,
E ‘1 mei amaro, ed addolcir l’assenzio. ^^

^ humile ^ intellecto ‘ an * honore ^ stanchar * honestate
‘ habito * silentio ^ nelli ^^ Po ” adolcir lassentio

SONETTO CLXXX. *216

Sofjre in pace di pianger sempre, ma [non che Laura siagli sempre

crudele.

Tutto ‘1 dì piango; e poi la notte, quando
Prendon riposo i miseri mortali,
Trovom’^ in pianto e raddoppiarsi^ i mali:
Così spendo ‘1 mio tempo lagrimando.

188 Petrarca.

In tristo umor ve gli” occhi consumando,
E ‘1 cor in doglia; e son fra gli animali
L’ultimo sì, che gli* amorosi strali
Mi tengon ad ogni or di pace in bando.

Lasso, che pur dall’uno^ all’altro sole

E dall’un’ ombra all’altra ho^ già ‘1 più corso
Di questa morte che si chiama vita.
Più l’altrui fallo che ‘1 mio’ mal mi dole;
Che pietà viva e ‘1 mio fido soccorso
Vedem’ arder nel foco e non m’aita.
‘ Trovomi ^ raddopiarsi ^ humor vo li * li ‘un ^ o “mi

SONETTO CLXXXI. *217

Si pente d’essersi sdegnato verso d’una bellezza che gli rende dolce anche

la morte.

Già desiai con sì giusta querela
E’n sì fervide rime farmi udire,
Ch’un foco di pietà fessi sentire
Al duro cor eh’ a mezza state gela;

E l’empia nube che’l raffredda^ e vela,
Rompesse a l’aura del mio^ ardente dire,
O fessi quella’^ altrui ‘n”^ odio venire
Ch’ e’ belli, onde mi strugge, occhi mi cela.

Or non odio per lei, per me pietate

Cerco; che quel non vo’, questo non posso;
Tal fu mia stella e tal mia cruda sorte.

Ma canto la divina sua beltate;

Che, quand’i’sia di questa carne scosso,
Sappia ‘1 mondo che dolce è la mia morte.

rafredda ‘^ mi ^ quell * in

SONETTO CLXXXII. *218

Laura è un Sole. Tutto è bello finch’essa vive, e tutto si oscurerà alla

sua morte.

Tra quantunque leggiadre donne e belle

Giunga costei, ch’ai mondo non ha^ pare,

Col suo bel viso sol’^ dell’altre ‘^ fare

Quel che fa’! di delle minori stelle.

Rime. 189

Amor par ch’all’orecchie mi favelle,

Dicendo: quanto questa in terra appare,
Fia ‘1 viver bello ; e poi ‘1 vedrem turbare,
Perir virtuti,^ e ‘1 mio regno con elle.

Come Natura al ciel la luna e ‘1 sole,

All’aere i venti, alla terra erbe’^ e fronde.
All’uomo e l’intelletto* e le parole,

Ed al mar ritogliesse’ i pesci e l’onde;
Tanto e più fien le cose oscure e sole,
Se morte gli^ occhi suoi chiude ed asconde.
* a • suol ‘ (sic) * vertuti ^ herbe ^ intellecto ‘ ritollesse ” li

SONETTO CLXXXIII. *219

Levasi il Sole, e spariscono le Stelle. Levasi Laura e sparisce il Sole.

Il cantar novo e ‘1 pianger degli ^ augelli
In sul dì fanno risentir^ le valli,
E ‘1 mormorar de’ liquidi cristalli
Giù per lucidi freschi rivi e snelli.

Quella ch’ha^ neve il volto, oro i capelli.
Nel cui amor non fur mai’nganni’^ ne falli.
Destami al suon degli ^ amorosi balli.
Pettinando al suo vecchio i bianchi velli.

Così mi sveglio a salutar l’Aurora

E ‘1 Sol eh’ è seco, e più l’altro ond’ io fui
Ne’prim’*^anni abbagliato e sono ancora.’

r gli ho^ veduti alcun giorno ambedui

Levarsi insieme,^ e’n un punto e’n un’ora ^^

Quel far le stelle e questo sparir lui.

1 delli 2 ritentir “a * inganni ‘ delli ‘ primi ‘ abagliato e
son anchora ® o * inseme ^° bora

SONETTO CLXXXIV. *220

Inter foga Amore, ond” abbia tolte quelle tante grazie di cui Laura

va adorna.

Onde tolse Amor l’oro e di qual vena,

Per far due trecce^ bionde? e’n quali spine

Colse le rose, e ‘n qual piaggia le brine

Tenere e fresche, e die lor polso e lena?

1 90 Petrarca.

Onde le perle in eh’ ei frange ed affrena
Dolci parole oneste^ e pellegrine?
Onde tante bellezze e sì divine
Di quella fronte più che ‘1 ciel serena?

Da quali angeli mosse e di qual spera
Quel celeste cantar che mi disface
Sì che m’avanza ornai da disfar poco?

Di qual Sol nacque l’alma luce altera

Di que’ begli’* occhi ond’io ho^ guerra e pace.
Che mi cuocono’F cor in ghiaccio e ‘n foco?
* treccie ^ honeste ‘ belli * o ‘il

SONETTO CLXXXV. *221

Guardando gli occhi di lei si sente morire, ma non sa come staccarsene.

Qual mio destin, qual forza o qual inganno
Mi riconduce disarmato al campo
Là ‘ve sempre son vinto ; e s’ io ne scampo,
Maraviglia^ n’avrò; s’i’moro, il danno.

Danno non già, ma prò; sì dolci stanno
Nel mio cor le faville e ‘1 chiaro lampo
Che l’abbaglia e lo strugge, e’n ch’io m’avvampo ;2
E son già ardendo nel vigesim’^ anno.

Sento i messi di morte ove apparire

Veggio i begli* occhi e folgorar da lunge;

Poi, s’avven^ ch’appressando a me li gire,
Amor con tal dolcezza m’unge e punge.

Ch’i’ noi so ripensar, non che ridire;

Che né ingegno** né lingua al vero aggiunge.’

^ Meraviglia ‘ avampo ‘ vigesimo •* belli ^ aven ” nengegno
‘ agiunge

SONETTO CLXXXVI. *222

Non trovandola colle sue amiche, ne chiede loro il perché; ed esse il

confortano.

» Liete e pensose, accompagnate e sole
Donne, che ragionando ite per via,
Ov’è la vita, ov’è la morte mia?
Perchè non è con voi com’ella sole?*

Rime. 191

» Liete Siam per memoria di quel Sole;
Dogliose per sua dolce compagnia
La qual ne toglie invidia e gelosia,
Che d’altrui ben quasi suo mal si dole.*

»Chi pon freno agli^ amanti o dà lor legge?«
«Nessun^ all’alma; al corpo ira ed asprezza:
Questo ora^ in lei, talor si prova in noi.

Ma spesso nella fronte il cor si legge:
Sì vedemmo oscurar l’alta bellezza,
E tutti rugiadosi glì^ occhi suoi.*
^ ali ^ Nesun ‘or * li

SONETTO CLXXXVII. *223

Dice che il Sole tramontando lo priva d’ogni sua gioia, ma sormontando,
non gliela ritorna, salvo se Laura non apparisse.

Quando ‘1 Sol bagna in mar l’aurato carro,
E l’aer^ nostro e la mia mente imbruna.
Col cielo e con^ le stelle e con^ la luna
Un’angosciosa e dura notte innarro.

Poi, lasso, a tal che non m’ascolta narro
Tutte le mie fatiche ad una ad una,
E col mondo e con mia cieca fortuna.
Con Amor, con Madonna e meco garro

Il sonno è’n bando, e del riposo è nulla;
Ma sospiri e lamenti infin all’alba,
E lagrime che l’alma agli* occhi invia.

Vien poi l’aurora, e l’aura fosca inalba,

Me no; ma’l Sol che ‘1 cor m’arde e trastulla,
Quel può^ solo addolcir® la doglia mia.
^ laere * co * co * ali ^ pò ” adolcir

SONETTO CLXXXVIII. *224

Se i tormenti che soffre lo condurranno a morte, ei ne avrà’l danno,
ma Laura la colpa.

S’una fede amorosa, un cor non finto,
Un languir dolce, un desiar cortese;
S’oneste voglie in gentil foco accese,
S’un^ lungo error in cieco iaberinto;

192 Petrarca.

Se nella fronte ogni pensier dipinto,^
Od in voci interrotte appena’^ intese,
Or da paura, or da vergogna offese;
S’un pallor di viola e d’amor tinto;

S’aver altrui più caro che se stesso;
Se lagrimar e sospirar^ mai sempre,
Pascendosi di duol, d’ira e d’affanno;

S’arder da lunge ed agghiacciar da presso,
Son le cagion ch’amando i’ mi distempre,
Vostro, donna, il^ peccato, e mio fia ‘1 danno.

* Un ^ periser depinto ^ a pena * Se sospirare e lagrimar • 1

SONETTO CLXXXIX. *225

Dice beati : conduttori di quella barca e di quel carro, su cui Laura
sedeva cantando.

Dodici donne onestamente^ lasse,

Anzi dodici stelle, e’n mezzo un Sole
Vidi in una barchetta allegre e sole,
Qual non so s’altra mai onde solcasse.

Simil non credo che Giasone portasse

Al vello ond’oggi ogni uom vestir si vole,
Né ‘1 pastor di che^ ancor Troia si dole;
De’ qua’ duo tal romor al mondo fasse.

Poi le vidi in un carro trionfale,^

E Laura ^ mia con suoi santi atti schifi
Sedersi in parte e cantar dolcemente.

Non cose umane^ o vision mortale.
Felice Automedon,”^ felice Tifi.^
Che conduceste sì leggiadra gente 1

* honestamente ‘ lason •’ eh * triumphale •’ E Laura] Laurea
s humane ‘ Autumedon ** Tiphi

SONETTO CXC. *226

Tanto egli è misero nelVesser lontano da lei, quanto è felice il luogo
che la possiede.
Passcr mai solitario in alcun tetto

Non fu quant’ io, né fera in alcun bosco;
Ch’i’ non veggio ‘1 bel viso, e non conosco
Altro Sol. né quest’occhi hann’^ altro obbietto-

Rime. 193

Lagrimar sempre è’I mio sommo diletto;
Il rider, doglia; il cibo, assenzio” e tosco;
La notte affanno, iH ciel seren m’è fosco,
E duro campo di battaglia il letto.

Il sonno è veramente, qual uom dice,
Parente della morte, e’I cor sottragge
A quel dolce pensier’”^ ch’n vita il tene.
Solo al mondo paese almo felice.
Verdi rive, fiorite ombrose piagge,
Voi possedete ed io piango ‘1^ mio bene.
^ ann “^ obiecto •’ assentio * el * penser ^ il

SONETTO CXCI. *227

Invidia la sorte dell’aura che spira, e del fiume che scorre intorno a lei.

Aura che quelle chiome bionde e crespe
Circondi^ e movi, e se’ mossa da loro
Soavemente, e spargi quel dolce oro,
E poi ‘1 raccogli e’n bei nodi’l” rincrespc;

Tu stai negli’”‘ occhi ond’ amorose vespe

Mi pungon sì, che’nfin qua il sento e ploro,

E vacillando cerco il mio tesoro,*

Com” animai che spesso adombre e’ncespe;

Ch’or mei par ritrovar, ed or m’accorgo

Ch’i’ ne son lunge; or mi sollevo,’^ or caggio:
Ch’or quel eh’ i’ bramo, or quel eh’ è vero, scorgo.

Aer felice, col bel vivo raggio

Rimanti. E tu, corrente e chiaro gorgo,
Che non poss’io cangiar teco viaggio?
^ Cercondi ^ il ‘ nelli * thesoro ^ Come “^ sollievo

SONETTO CXCII. *228

Narra sotto la figura d’un alloro tutta l’istoria del suo amore.

Amor con^ la man destra-^ il lato manco
M’aperse, e piantovv’^ entro in mezzo ‘1 core
Un lauro verde sì, che di colore
Ogni smeraldo avria ben vinto e stanco.
Bibl. rom. 12/15. 13

1 94 Petrarca.

Vomcr di p^nna. con sospir del fianco.

E’I piover giù dagli** occhi un dolce umore^

L’adornar^ sì, ch’ai ciel n’andò l’odore,

Qual non so già se d’altre frondi unquanco.
Fama, onor e virtude’ e leggiadria,

Casta bellezza in abito® celeste

Son le radici della nobil pianta.
Ta la mi trovo al petto ove ch’i’ sia;

Felice incarco; e con preghiere oneste^

L’adoro e’nchino come cosa santa.
1 co * dextra ^ piantovi * dalli * humore ” Laddorna
‘ honcr e vertute * habito ^ honeste

SONETTO CXCIII. *22• belli ^ il ^ gratie inseme * dextr ^ dextro « comintellecto

SONETTO CXCVIII. 234

Fugge la camera sua, fugge il suo letto e se slesso, cercando, contro
l’usanza, una compagnia.
cameretta, che già fosti un porto
Alle gravi tempeste mie diurne.
Fonte se’ or di lagrime notturne. ^
Che ‘1 dì celate per vergogna porto.

Rime. J07

O letticciuol, che requie eri e conforto
In tanti affanni, di che dogliose urne
Ti bagna Amor con quelle mani eburne
Solo ver me crudeli a sì gran torto!

Ne pur il mio secreto e ‘1 mio riposo,

Fuggo, ma più me stesso e ‘1 mio penserò.
Che seguendo! talor, levomi- a volo.

11*^ vulgo, a me nemico ed odioso

(Chi ‘1 pensò mai?), per mio refugio chero;
Tal paura ho”^ di ritrovarmi solo.
^ nocturne 2 Jevommi 3 El * o

SONETTO CXCIX. *235

Si scusa del passare dalla casa di Laura, contro il volere di lei. dicendo
essere sforzato da passione amorosa.
Lasso, Amor mi trasporta ov’ io non voglio,
E ben m’accorgo che ‘1 dever si varca.^
Onde a chi nel mio cor siede monarca’-^
Son- importuno assai più eh’ i’ non soglio.
Né mai saggio nocchier guardò da scoglio
Nave di merci preziose carca.*
Quant’io sempre la debile mia barca^
Dalle percosse del suo duro orgoglio.
Ma lagrimosa pioggia e fieri venti
D’infiniti sospir*^ or l’hanno’ spinta
(Ch’ è nel mio mar orribil’^ notte e verno)
Ov’altrui noie, a se doglie’-‘ e tormenti
Porta, e non altro, già dall’onde vinta,
Disarmata di vele e di governo.
. . ‘ 7f rcha ~ monarcha a Sono ^ preciose carcha ^ barcha « as-
piri ‘ lanno « mare horribil » doglia

SONETTO ce. *236

Se Amore è cagione di sue colpe, lo prega a far ch’ella 7 senta e ìe
perdoni a se stessa.
Amor, io fallo, e veggio il mio fallire,

Ma fo sì com’uom ch’arde e ‘1 foco ha ^ ‘n seno
Che’l duo! per cresce, e la ragion vien^ meno
Ed è già quasi vinta dal martire.

198

Petrarca.

Solaa frenare il mio caldo desire,

Per non turbar^ il bel viso sereno:

Non posso più; di man m’hai* tolto il freno;

E l’alma, disperando, ha^ preso ardire.
Però, s’oltra suo stile ella s’avventa,*

Tu’l fai. che sì l’accendi e sì la sproni,

Ch’ogni aspra via per sua salute tenta;
E più ‘1 fanno i celesti e rari doni,

C ha in se Madonna. Or fa almen ch’ella il sents.

E le mie colpe a se stessa perdoni,
la 2 ven » turbare * ai ^ desperando a « saventa

SESTINA VII. *23

Disperazione che i suoi mali mai non debbano cessare.
Non ha^ tanti animali il mar fra l’onde,
Né lassù sopra ‘1 cerchio della luna
Vide mai tante stelle alcuna notte,
Ne tanti augelli albergan per li boschi. _
Né tant’erbe ebbe mai campo né piaggia,
Quant’ha il”^ mio cor pensier ciascuna sera.

Di dì in dì spero omai l’ultima sera,^
Che scevri in me dal vivo terren l’onde,
E mi lasci dormir^’ in qualche piaggia:
Che tanti affanni uom mai sotto la luna
Non sofferse, quant’io: sannoisi i boschi
Che sol vo ricercando giorno e notte.

r* non ebbi giammai tranquilla notte.
Ma sospirando andai mattino ^ e sera.
Poi ch’Amor femmi un cittadin de’ boschi.
Ben fia. prima chi’ i’ posi, il mar senz’onde,
E la sua luce avrà ‘1 Sol dalla luna,
E i fior d’aprii morranno in ogni piaggia.

Consumando mi vo di piaggia in piaggia
11 « dì pensoso, poi piango la notte;
Né sUilo ho- mai se non quanto la luna.

Rime. ‘ 199

Ratto come imbrunir veggio I?. sera,

Sospir del petto, e degli ^ occhi escon® onde,

Da bagnar l’erba ^”^ e da crollare i boschi.

Le città son nemiche, amici i boschi

A’ miei pensier, che per quest’alta piaggia
Sfogando vo col mormorar dell’onde
Per lo dolce silenzio ^^ della notte:
Tal eh’ io aspetto tutto ‘1 dì la sera,
Che ‘1 Sol si parta e dia luogo alla luna.

Deh^- or foss’ io col vago della Luna

Addormentato^*^ in qualche ^^ verdi boschi;
E questa ch’anzi vespro a me fa sera,
Con essa e con Amor in quella piaggia
Sola venisse a stars’^^ ivi una notte;
E ‘1 dì si stesse e ‘1 Sol sempre nell’onde.

Sovra dure onde al lume della luna,

Canzon, nata di notte in mezzo i boschi,
Ricca piaggia vedrai diman^*^ da sera.

^ a 2 al 3 dormire * Io s matino ^ El ‘ o « deli » escono
^^ lerbe ^i silentio ^^ q© is Adormentato i* qua che ^^ starsi
‘* deman

SONETTO CCI. -■’238

Sopita ratto d’un principe, che fra le gentili donne che si trovavano
a una festa, fece segno di maggiore onore a Laura.

Real natura, angelico intelletto,

Chiar’ ^ alma, pronta vista, occhio cervero,^
Provvidenza’^ veloce, alto penserò,
E veramente degno dì quel petto:

Sendo di donne un bel numero eletto
Per adornar il dì festo ed altero, ‘
Subito scorse il buon giudicio intero
Fra tanti e sì bei volti il più perfetto.

L’altre maggior di tempo o di fortuna
Trarsi in disparte comandò con mano,
E caramente accolse a se queli’una.

200 Petrarca.

Gli-^ occhi e la fronte con sembiante umano”
Baciolle^ sì, che rallegrò ciascuna;
Me empiè d’invidia l’atto dolce e strano.
‘ Chiara 2 cerviero ^ Providentia * Li ^ humano « BascioU-

SESTINA Vili. *239

– E sì sorda e crudele, che non si commove alle lagrime, e non cura

rime né versi.

Là ver l’aurora, che sì dolce l’aura^^
Al tempo novo suol mover- i fiori
E gli’^ augelletti incominciar lor versi;
Sì dolcemente i pensier dentro all’alma
Mover mi sento a chi gli ha* tutti in fori:a.
Che ritornar convienmi’^ alle mie note.

Temprar potess’ io in sì soavi note
I miei sospiri, ch’addolcissen Laura,^’
Facendo a lei ragion, ch’a me fa Jorza!
Ma pria fia ‘1 verno la stagion de’ fiori,
Ch’amor fiorisca in quella nobil alma,
Che non curò giammai rime né versi.

Quante lagrime, lasso, e quanti versi

Ho^ già sparti al mio tempo, e’n quante note
Ho’ riprovato umiliar^ quell’alma!
Ella si sta pur com’ aspr’ alpe a l’aura
Dolce, la qual ben move fronde” e fiori,
Ma nulla può se ‘ncontro ha^” maggior forza.

Uomini” e Dei solea vincer per ^forza

Amor, come si legge in prosa^’-^ e’n versi;
Ed io ‘l provai ‘n sul primo aprir de’ fiori.
Ora nè’l mio Signor, né le sue note, ^

Né ‘1 pianger mio né i preghi pon far Laura
Trarre di vita o di martir quest’alma.

All’ultimo bisogno miser’ ^-^ alma,

Accampa ogni tuo ingegno, ogni tua forza.

Mentre fra noi di vi Li alberga l’aura^^

Rime. 201

Null’al^*^ mondo è che non possano i versi;
E gli^’ aspidi incantar sanno in ior note,
Non che ‘1 gielo adornar di novi fiori.

Ri don or per le piagge erbette ^^ e fiori:
Esser non può^^ che quell’angelic’-^ alma
Non senta ‘1^^ suon dell’amorose note.
Se nostra ria fortuna è di più forza,
Lagrimando, e cantando i nostri versi,
E col bue zoppo andrem cacciando l’aura.

In rete accolgo l’aura e ‘n ghiaccio i fiori,
E ‘n versi tento sorda e rigid’^” alma,
Che ne forza d’Amor prezza né note.

* Laura ^ movere ^ li * Ha ^ convenmi ^ laura ‘ O * hu-
miliar * frondi ^” pò sencontra i^ Homini ^^ prose ^^ laura
‘* misera ^^ Laura ** Nulla al ^’ li i* herbette i» pò 20 quella
angelica 21 [ 22 rigida

SONETTO CCII. *240

Si scusa che trapassi i segni posti da Laura in visitando/a in par-
lando, per la forza del suo amore e la violenza delle bellezze di lei.

r ho^ pregato Amor, e nel’-^ riprego,
Che mi scusi appo voi, dolce mia pena.
Amaro mio diletto,” se con piena
Fede dal dritto mio sentier mi piego.

r noi posso negar, donna, e noi nego,
Che la ragion, ch’ogni buon’* alma affrena.
Non sia dal voler vinta; ond’ei mi mena
Talor in parte ov’io per forza il sego.

Voi, con quel cor che di sì chiaro ingegno.
Di sì alta virtute-” il cielo alluma,
Quanto mai piovve da benigna stella;

Devete dir pietosa e senza sdegno:

Che può” questi altro? il mio volto ‘1’ consum.a:
Ei perchè ingordo, ed io perchè sì bella.

* Io ‘■’ al ne ^ dilecto ■*- bona ^ vertute * pò ‘il

202 Petrarcn.

SONETTO ceni. *24i

Dimostra che se prima Amore per cagione della bellezza di Lau/a ferito
Vaveva, ora di nuova piaga per la compassione ch’egli ha della infer-
mità di lei lo trafigge.

L’alto Signor dinanzi a cui non vale
Nasconder né fuggir né far difesa,
Di bel piacer m’ avea la mente accesa
Con un ardente ed amoroso strale;

E benché ‘1 primo colpo aspro e mortale
Fosse ^ da sé; per avanzar sua impresa.
Una saetta di pietate ha’^ presa;
E quinci e quindi ‘F cor punge ed assale.

L’una piaga arde, e versa foco e fiamma;

Lagrime l’altra, che ‘1 dolor distilla

Per gli* occhi miei’* del vostro stato rio.
Né per duo fonti sol una favilla

Rallenta dell’incendio che m’infiamma;

Anzi per la pietà cresce ‘1 desio.

* Fossi 2 a 3 il * li 5 niei

SONETTO CCIV. *242

Partitosi da Laura in discordia, il dì seguente vuole mandare il cuore
a spiare, se tempo ancora fosse di ritornare a Laura, e da rappaci-
ficarsi con lei, e gli mostra il luogo dove debba andare. Poi se stesso
riprende di questo parlare, perchè il cuore non è con lui ma con Laura.

Mira quel colle, o stanco mio cor vago:
Ivi lasciammo ier lei ch’alcun tempo ebbe
Qualche cura di noi e le ne ‘ncrebbe.
Or vorria trar degli ^ occhi nostri un lago.

Torna tu in là, ch’io d’esser sol m’appago;
Tenta se forse ancor ^ tempo sarebbe
Da scemar nostro duol, che ‘nfin qui crebbe,
O del mio mal partecipe’ e presago.

Or tu e’ hai posto te stesso in obblio,’*
E parli al cor pur com’ e’ fosse “^ or teco,
Misero,’” e pien di pensier vani e sciocchi

‘Rime. 203

Ch’ al dipartir del ‘ tuo sommo desio,
Tu te n’andasti, e’ si rimase seco
E si nascose dentro a’ suoi begli* occhi.

1 deli 2 anchor ^ participe * oblio ^ come e fusse * Miser
‘ dal 8 belli

SONETTO CCV. *243

ìsero! ch’essendo per lei senza cuore, ella si ride se questo parli in
suo prò.

Fresco, ombroso, fiorito e verde colle
Ov’or pensando ed or cantando siede,
E fa qui de’ celesti spirti fede
Quella eh’ a tutto ‘1 mondo fama toUe;

Il mio cor, che per lei lasciar mi volle,
E fé gran senno, e più se mai non riede,
Va or contando ove da quel bel piede
Segnata è l’erba e da quest’occhi^ molle.

Seco si stringe, e dice a ciascun passo:
Deh fosse ^ or qui quel miser pur un poco
Ch’è già di pianger e di viver lasso.

Ella sei ride; e non è pari il gioco:
Tu paradiso, i’ senza core^ un sasso,
O sacro, avventuroso* e dolce loco.

‘ occhi e 2 De fusse ‘ cor * aventuroso

SONETTO COVI. *244

Risponde a un Sonetto di Giovanni de’ Dondi, che, dicendo d’esser quasi
fuori di senno per una sua passione amorosa, gli chiedeva consiglio.

Il mal mi preme, e mi spaventa il peggio,
Al qual veggio sì larga e piana via,
Ch’ i’ son intrato in simil frenesia,
E con duro pensieri teco vaneggio.

Né so se guerra o pace a Dio mi cheggio,
Che’l danno è grave e la vergogna è ria.
Ma perchè più languir? di noi pur fia
Quel chordinaLo è già nel sommo J5ej3;gio,

204 Petrarca.

Bench’i’ non sia di quel grande- onor degno
Che tu mi fai; che te ne’nganna^ Amore,
Che spesso occhio ben san fa veder torto;

Pur d’alzar l’alma a quel celeste regno
È’P mio consiglio, e di spronare il core;
Perchè ‘1 cammin è lungo e’I tempo è corto.
‘ pensar 2 grand ^ teningana * il

SONETTO CCVII. *245

Dice che una persona attempata, avendo due rose, trovato il Petrarca e

Laura insieme, gli abbracciò e a ciascun di loro donò una rosa con

lusinghiere parole.

Due rose fresche, e colte in paradiso

L’altr’ier, nascendo, il dì primo di maggio,
Bel dono, e d’un amante antiquo e saggio
Tra duo minori egualmente diviso;

Con sì dolce parlar e con un riso

Da far innamorar^ un uom- selvaggio,

Di sfavillante ed amoroso raggio

E l’uno ^ e l’altro fé cangiare il viso.

Non vede un simil par d’amanti il sole,
Dicea ridendo e sospirando insieme;*
E stringando ambedue, volgeasi attorno •”*

Così partia le rose e le parole:

Onde’l cor lasso ancor *^ s’allegra e teme
O felice eloquenza!’ o lieto giorno!

1 innamorare ^ huom ^ un * inserne * atorno * anchor
‘ eloquentia

SONETTO CCVIII. *24ó

La morte di Laura sarà un danno pubblico, e brama perciò di morire
prima di lei.

Laura, che’l verde lauro e l’aureo crine

Soavemente sospirando move.

Fa con sue viste leggiadrette e nove

L’anime da’ lor corpi pellegrine.
Candida rosa nata in dure spine.

Quando fia chi sua pari A mondo trove?

Rime. 205

Gloria di nostra etate I vivo Giove,
Manda, prego, il mio in prima che ‘1 suo fine;

Sì ch’io non veggia il gran pubblico^ danno,
E’I mondo rimaner- senza ‘1 suo sole,
Né gli” occhi miei, che luce altra non hanno ;^

Né l’alma, che pensar d’altro non vole.
Ne l’orecchie, ch’udir altro non sanno.
Senza l’oneste sue dolci parole.
1 publico 2 remaner ^ li * anno

SONETTO CCIX. *247

^efchè nessun dubiti di un eccesso nelle sue lodi, invita tutti a vukrla.

Parrà forse ad alcun che ‘n lodar quella
Ch’i’ adoro in terra, errante sia’l mio stile.
Facendo ^ lei sovr’ ogni altra gentile,
Savia,’-^ saggia, leggiadra, onesta^ e bella.

A me par il contrario; e temo ch’ella

Non abbia a schifo il mio dir troppo umile,*
Degna d’assai più alto e più sottile:
E chi noi crede, venga egli a vedella.

Sì dirà ben: quello ove questi aspira,

È cosa da stancar Atene,* Arpino,

Mantova e Smirna, e l’una e l’altra lira.
Lingua mortale al suo stato divino

Giunger non potè: Amor la spinge e tira,

Non per elezion,^ ma per destino.

^ Faccende ” Santa ^ honesta ^ humile s stancare Athene
‘• election

SONETTO CCX. ‘248

Dice che chi vuol vedere il miracolo della beltà e virtù di Laura s’affretti,^
perchè il cielo la aspetta.

Chi vuol veder quantunque può^ Natura
E’I Ciel tra noi, venga a mirar costei,
Oh’ è sola un Sol, non pur agli- occhi miei”’
Ma al mondo cieco, che vertù non cura.

E venga tosto, perchè Morte fura
Prima i migliori, e lascia star i rei:

206 Petrarca.

Questa, aspettata al regno degli* Dei,
Cosa bella mortai passa e non dura.
Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,”
Ogni bellezza, ogni real costume
Giunti in un corpo con mirabil tempre.
Allor dirà che mie rime son mute,
L’ingegno offeso dal soverchio lume:
Ma se più tarda, avrà da pianger sempre.
^ pò 2 ali 3 mei * dalli ^ vertute

SONETTO CCXI. *24

Pensando a quel dì in cui la lasciò tutta malinconica e ad altri tri
segnali, dubita della morte di lei.

Qual paura ho^ quando mi torna a mente
Quel giorno eh’ i’ lasciai greve- e pensosa
Madonna e’I mio cor seco! e non è cosa
Che sì volentier pensi e sì sovente.

r la riveggio starsi umilemente^
Tra belle donne, a guisa d’una rosa
Tra minor fior; né lieta né dogliosa.
Come chi teme, ed altro mal non sente.

Deposta avea l’usata leggiadria.

Le perle e le ghirlande e i panni allegri
E’I riso e’I canto e’I parlar dolce umano.*

Così in dubbio lasciai la vita mia: ‘

Or tristi augurii^ e sogni e pensier” negri
Mi danno assalto; e piaccia a Dio che’n vano.
* ~ grave » humilemente * humano ^ auguri « pensar

SONETTO CCXII. *25(|

Laura gli apparisce in sonno, e gli toglie la speranza di rivederla
Solea lontana in sonno consolarme
Con quella dolce angelica sua vista
Madonna; or mi spaventa e mi contrista,
Né di duol né di tema posso aitarme;
Che spesso nel suo volto veder parmo
Vera pietà con grave dolor mista,

Rime. 207

Ed udir cose, onde’l cor fede acquista
Che di gioia è di speme si disarme.

Non ti sovven ^ di quell’^ ultima sera,

Dic’^ ella, ch’i’ lasciai gli^ occhi tuoi moli:.
E sforzata dal tempo me n’andai?

r non tei potei dir allor ne volli,
Or tei dico per cosa esperta^ e ve -a:
Non sperar di vedermi in terra raiì.
^ soven 2 quella * Dice * li ^ experta

SONETTO CCXIII. *251

Veduta una visione spaventevole, per la quale poteva coìnprendere Laura
esser morta, cerca di consolarsi, sì perchè pensa che aliri gliele avrebbe
scritto, si perchè l’anima di Laura gli sarebbe apparita; laonde vuole
sparare d’averla a rivedere. Ma se pure vero è che sia morta, prega
Dio che lo faccia morir subito.

O misera ed orribiF visione!

È dunque ver che’nnanzi tempo spenta
Sia l’alma luce che suol far contenta
Mia vita in pene ed in speranze bone?

Ma com’ ^ è che sì gran romor non sone
Per altri messi, o per lei stessa il senta?
Or già Dio e Natura noi consenta,
È falsa sia mia trista opinione,

A me pur giova di sperare ancora^
La dolce vista del bel viso adorno,
Che me mantene e ‘1 secol nostro onora.*

Se per salir all’eterno soggiorno
Uscita è pur del bell’^ albergo fora.
Prego non tardi il mio ultimo giorno.
1 horribil ^ come » anchora * honora ‘ bel

SONETTO CCXIV. •252

Il dubbio di non rivederla lo spaventa sì, che non riconosce ]:>iù se

medesimo.

In dubbio di mio stato, or piango or canto,

E temo e spero; ed in sospiri e’n rime

Sfogo ‘1^ mio incarco: Amor tutte sue lime

Usa sopra ‘1 mio cor afflitto ^ tanto.

208 Petrarca.

Or fia giammai che quel bel viso santo
Renda a quest’occhi le lor luci prime?
(Lasso, non so che di me stesso estime
O li condanni a sempiterno pianto?

E per prender^ il ciel debito a lui,
Non curi che si sia di loro in terra.
Di ch’egli è’I sole, e non veggiono altrui?

!n tal paura e’n sì perpetua guerra

Vivo, ch’i’ non son più quel che già fui;
Qual chi per via dubbiosa teme ed erra.

1 il 2 core afflicto ^ prendere

SONETTO CCXV. *253

Sì duole della fortuna che lo allontana da Laura appena ne ha qualche
onesta consolazione.

O dolci sguardi, o parolette accorte,

Or fia mai’P dì ch’io- vi riveggia ed oda?
O chiome bionde, di che ‘1 cor m’annoda
Amor, e così preso il mena a morte;

O bel viso, a me dato in dura sorte,

Di ch’io sempre pur pianga e mai non goda;
O dolce ^ inganno ed amorosa froda,
Darmi un piacer che sol pena m’apporte!

E se talor da’ begli ^ occhi soavi,

Ove mia vita e ‘1 mio pensiero^ alberga,
Forse mi vien^ qualche dolcezza onesta,’

Subito, acciò ^ ch’ogni mio ben disperga
E m’allentane, or fa cavalli or navi
Fortuna, ch’ai mio mal sempr’^ è sì presta.

‘ il 2 chi » chiuso * belli ^ penserò ® ven ‘ honesta * acio
‘ sempre

SONETTO CCXVI. *2S4

Non udendo più novella di lei , teme sia morta, e sente vicino il

proprio iine.

r pur ascolto, e non odo novella
Della dolce ed amata mia nemica.

Rime 209

Né so che’ me ne pensi o che’ mi dica:
Sì ‘1 cor tema e speranza mi puntella.
Nocque ad alcuna già l’esser sì bella:
Questa più d’altra è bella e più pudica:
Forse vuol Dio tal di virtute- amica
Torre alla terra, e’n ciel farne una stella.

Anzi un sole; e se questo è, la mia vita,
I miei corti risposi e i lunghi affanni
Son giunti al fine. O dura dipartita,

Perchè lontan m’hai” fatto da’ miei danni?
La mia favola breve è già compita,
E fornito il mio tempo a mezzo gli anni.

• chi * vertute * mai

SONETTO CCXVII. *255

D’ce che cantra Fusama degli altri innamorati egli desidera la mattina
e odia la sera, perché apparendo il sole, suole apparire Laura, e ira-
montando ella si nasconde.

La sera desiar,’ odiar l’aurora

Soglion questi tranquilli e lieti amanti:
A me doppia la sera e doglia e pianti:
La mattina- è per me più felice ora:^

Che spesso in un momento apron allora
L’un Sole e l’altro quasi duo levanti.
Di beltade’ e di lume sì sembianti,
Ch’anco’l” ciel della terra s’innamora;

Come già fece allor eh’ e’ primi rami

Verdeggiar, che ne! cor radice m’ hanno ;’^
Per cui sempre altrui più che me stess” ami.

Così di me due contrarie ore** fanno:

E chi m’acqueta è ben ragion ch’i’ brami,
E tema ed odii” chi m’adduce affanno.

‘ desiare ■ matina • hora * beltat»; • il * manno ‘ stesse
* bore • odi

Bibl. rom. 12/15. 14

210 Petrarca.

SONETTO CCXVIII. *256

Di giorno è tormentato dagli sguardi e dal parlare, e ritormentato fug-
gendo, cioè tacendo e celando gli sguardi. Di notte è tormentato dalla
immagine turbata di lei in sogno. Laonde l’anima pensa in Laura e
le parla e piange e Fabbraccia e si maraviglia che non la desti, si
l’anima ha suono da farsi sentire.

Far potess’io vendetta di colei

Che guardando e parlando mi distrugge,
E per più doglia poi s’asconde e fugge,
Celando gli^ occhi a me sì dolci e rei.

Così gli afflitti^ e stanchi spirti miei^
A poco a poco consumando sugge;
E’n sul cor, quasi fero* leon, rugge
La notte allor quand’io posar devrei.

L’alma, cui Morte del suo albergo caccia,
Da me si parte; e di tal nodo sciolta,
Vassene pur a lei che la minaccia.

Maravigliomi^ ben s’alcuna volta.

Mentre le parla, e piange, e poi l’abbraccia,
Non rompe ‘1^ sonno suo, s’ella l’ascolta.

1 li 2 aftlicti 3 mei * fiero ^ Meravigliomi • il

SONETTO CCXIX. *257

Lamenta che Laura avendolo colto sovra pensier in astratto che la mi-
rava, gli aveva con una mano impedita la vista.

In quel bel viso ch’i’ sospiro e bramo.
Fermi eran gli^ occhi desiosi e’ntensi,
Quand’^Amor porse (quasi a dir: che pensi?)
Quell’onorata” man che secondo* amo.

Il cor preso ivi, come pesce all’amo,

Onde a ben far per vivo esempio^ viensi.
Al ver non volse gli® occupati sensi,
O come novo augello al visco in ramo;

Ma la vista privata del suo obbietto,’
Quasi sognando, si facea far via
Senza la qual il** suo ben è imperfetto:”

Rime. 211

L’alma, tra l’una e l’altra gloria mia,
Qual celeste non so novo dilettolo
E qual strania dolcezza si sentia.

^ li 2 Quando 3 Quella honorata * second ^ exempio « li
‘ obiecto 8 el 9 imperfecto io dilecto

SONETTO CCXX. *258

Le liete accoglienze di Laura oltreH costume lo fecero quasi morir

di piacere.

Vive faville uscian de’ duo bei lumi
Ver me sì dolcemente folgorando,
E parte d’un cor saggio, sospirando,
D’alta eloquenza 1 sì soavi fiumi,

Che pur il rimembrar par mi consumi
Qualor a quel dì torno, ripensando
Come venieno i miei spirti mancando
Al variar de’ suoi duri costumi.

L’alma nudrita sempre in doglie ^ e’n pene,
(Quant’è’l poter^ d’una prescritta usanzal)
Centra ‘I doppio piacer sì inferma^ fue,

Ch’ai gusto sol del disusato bene.

Tremando or di paura or di speranza,

D’abbandonarmi”^ fu spesso intra® due.

1 eloquenza 2 doglia » Quanto el poder * sinferma « Daban-
donarme * entra

SONETTO CCXXI. *259

Nel pensare sempre a lei, gli dà pena di sovvenirsi anche del luogo
dov’ ella sta.

Cercato ho^ sempre solitaria vita

(Le rive il sanno e le campagne e i boschi)
Per fuggir quest’ingegni sordi e loschi,
Che la strada del ciel hanno ‘^ smarrita:

E se mia voglia in ciò fosse* compita,
Fuor del dolce aere de’ paesi toschi
Ancor^ m’avria tra’ suoi be’ «colli foschi
Sorga, ch’a pianger e cantar m’aita.

2 1 2 Petrarca.

Ma mia fortuna, a me sempre nemica,
Mi risospinge’ al loco ov’io mi sdegno
Veder nel fango il bel tesoro mio.

Alla man ond’io scrivo, è fatta amica
A questa volta; e non è forse indegno:
Amor sei vide, e sai Madonna ed io.
1 o 2 questi ‘ anno * fusse ^ Anchor « bei ‘ risopigne

SONETTO CCXXII. *260

La bellezza di Laura è gloria di Natura; e però non v’ha donna a
cui si pareggi.
In tale stella duo begli ^ occhi vidi,
Tutti pien d’onestate e di dolcezza,
Che presso a quei d’Amor leggiadri nidi
Il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.
Non si pareggi a lei qual più s’apprezza^
In qualch’ etade, in qualche^ strani lidi;
Non chi recò con sua vaga bellezza
In Grecia affanni, in Troia ultimi stridi;
Non’* la bella Romana che col ferro
Aprì^ il suo casto e disdegnoso petto;
Non Polissena,^ Issifile’ ed Argia.
Questa eccellenzia** è gloria (s’io non erro)
Grande a Natura, a me sommo diletto,
Ma che vien^ tardo o subito va via.
1 belli 2 saprezza ‘ quai che * No « Apre « Polixena
• Ysiphile 8 excellentia ^ ven

SONETTO CCXXIII. *261

Le donne che vogliano imparar le virtù, mirino fise negli occhi di Laura.

Qual donna attende a gloriosa fama
Di senno, di valor, di cortesia.
Miri fiso negli ^ occhi a quella mia
Nemica, che mia donna il mondo chiama.

Come s’acquista onor,’- come Dio s’ama.
Com’-‘^è giunta onestà^ con leggiadria,
Ivi s’ impara, e qual è dritta via
Di gir al Ciel. che lei aspetta e brama.

Rime. 213

Ivi ‘1 parlar che nullo stile agguai^lia,^
E ‘1 bel tacere, e quei santi*’ costumi
Ch’ingegno uman’^ non può^ spiegar in carte.

L’infinita bellezza, ch’altrui abbaglia.

Non vi s’ impara; che quei dolci lumi

S’acquistan per ventura e non per arte.

1 nelli 2 honor ^ Come * honesta ^ aguaglia ® cari ‘ Chen-
gegno human ^ pò

SONETTO CCXXIV. *262

Provando che l’onestà dee preferirsi alla vita, fa un belf elogio di’ Laura.
»Cara la vita, e dopo lei mi pare
Vera onestà^ che ‘n bella donna sia.«
> L’ordine volgi; e’ non fur, madre mia,
Senz’onestà- mai cose belle o care.
E qual si lascia di suo onor^ privare,

Né donna è più, né viva; e se, qual pria,
Appare in vista, è tal vita aspra e ria
Via più che morte e di più pene amare
Ne di Lucrezia^ mi maravigliai,^
Se non come a morir le bisognasse
Ferro, e non le bastasse il dolor solo.*
Vengan quanti filosofi” fur mai

A dir di ciò: tutte lor vie fien basse;
E quest’una vedremo alzarsi a volo.
1 honesta ^ Senza honesta ^ honor * lucretia ^ meravigliai
• philosophi

SONETTO CCXXV. *263

Laura spregia sì le vanità, che le ‘ncr escerebbe esser bella, se non
fosse casta.

Arbor vittoriosa trionfale,^

Onor^ d’ imperadori e di poeti,
Quanti m’ hai^ fatto dì dogliosi e lieti
In questa breve mia vita mortale!

Vera donna, ed a cui di nulla cale

Se non d’onor, che sovr’ogni altra mieti.

Né d’Amor visco temi o lacci o reti;

Né inganno^ altrui centra ‘1 tuo senno vale.

2 1 4 Petrarca.

Gentilezza^ di sangue, e l’altre care
Cose tra noi, perle e rubini** ed oro,
Quasi vii soma, egualmente dispregi.

L’alta beltà, ch’ai mondo non ha’ pare.
Noia t’ è, se non quanto il bel tesoro*
Di castità par ch’ella adorni e fregi.^

1 victoriosa triumphale ^ Honor ^ mai * Nengano ^ Gentilega
* robini ‘^ a * thesoro * (Questo sonetto finisce nel codice al pie della
‘aria 49r; sono bianche le carte seguenti 49^. 50. 51. 52.)

Rime. 215

CANZONE XXI. 264

Racconta come è combattuto da tre, anzi da quattro pensieri. Il primo
pensiero è per proprie forze di liberarsi dal mondo e dall’amore. Il
secondo è di farsi per fama immortale, il quale non può esser vinto
dal primo. Il terzo si è di seguire Amore, il quale uccide i due primi.
Per la qual cosa salta nel quarto, che è di domandare soccorso a Dio,
mostrando la debolezza delle sue forze.

r vo pensando, e nel pensieri m’assale
Una pietà sì forte di me stesso,
Che mi conduce spesso
Ad altro lagrimar eh’ i’ non soleva;
Che vedendo ogni giorno il fin più presso,
Mille fiate ho^ chieste a Dio quell’ale 6

Con^ le quai del mortale
Career nostr’^ intelletto al ciel si leva;
Ma infin a qui niente mi rileva^
Prego o sospiro o lagrimar eh’ io faccia.
E così per ragion conviene che sia;
Che chi possendo star, cadde tra via,
Degno è che mal suo grado a terra giaccia.
Quelle pietose braccia,
In ch’io mi fido, veggio aperte ancora;’
Ma temenza m’accora

Per gli altrui esempi,^ e del mio stato tremo;
Ch’altri mi sprona, e son forse all’estremo.”

^ penser ^ o ‘Co * nostro ^ releva ^ conven ‘^ anchora
8 exempli * extremo

L’un pensieri parla con^ la mente, e dice:
Che pur agogni? onde soccorso attendi?
Misera, non intendi

Con quanto tuo disnore il tempo passa?
Prendi partito accortamente, prendi;
E del cor tuo divelli ogni radice 6

Del piacer che felice
Noi può^ mai fare, e respirar noi lassa.
Se, già è gran tempo, fastidita a lassa

216 Petrarca,

Se’ di quel falso dolce fuggitivo’*

Che ‘1 mondo traditor può dare altrui,

A che ripon più la speranza in lui,

Che d’ogni pace e di fermezza è privo?

Mentre che ‘1 corpo è vivo,

Hai^ tu ‘1 fren in balia de’ pensier’* tuoi

Deh’ stringilo or che puoi,*^

Che dubbioso è il^ tardar, come tu sai;

E ‘1 cominciar non fia per tempo omai.

1 penser 2 co ^ pò * fugitivo ^ Ai ^ freno in bailia de penser
7 De 8 poi 9 al

Già sai tu ben quanta dolcezza porse
Agli occhi tuoi la vista di colei
La qual anco^ vorrei
Ch’a nascer fosse per più nostra pace.
Ben ti ricordi (e ricordar ten dei)
Dell’immagine^ sua, quand’ella corse 6

Al cor, là dove forse
Non potea fiamma intrar per altrui face.
Ella l’accese; e se l’ardor fallace
Durò molt’anni in aspettando^ un giorno,
Che per nostra salute unqua non vene,
Or ti solleva a più beata spene,
Mirando ‘1 ciel, che ti si volve intorno
Immortai ed adorno:*
Che dove, del mal suo quaggiù sì lieta,
Vostra vaghezza acqueta
Un mover d’occhio, un ragionar, un canto.
Quanto fia quel piacer, se questo è tanto?

^ ancho ^ imagine ^ aspectando * addorno

Dall’altra parte un pensier dolce ed agro,
Con faticosa e dilettevole salma
Sedendosi entro l’alma,
Preme ‘1 cor di desio, di speme il pasce;

Rime. 217

Che sol per fama gloriosa ed alma

Non sente quand’ io agghiaccio o quand’ io

flagro ; 6

S’ i’ son pallido o magro;
E s’ io l’occido, più forte rinasce.
Questo d’allor eh’ i’ m’addormiva in fasce,
Venuto è di dì in dì crescendo meco;
E temo ch’un sepolcro ambedue chiuda.
Poi che fia l’alma delle membra ignuda,
Non può’^ questo desio più venir seco.
Ma se ‘1 Latino e ‘1 Greco
Parlan di me dopo la morte, è un vento:
Ond’ io, perchè pavento
Adunar sempre quel eh’ un ora sgombre,
Vorre’il’”‘ vero abbracciar, lassando l’ombre

1 dilectevol ^ pò 3 i

Ma quell’altro voler, dì eh’ i’ son pieno,
Quanti press’a lui nascon par ch’adugge;
E parte il tempo fugge
Che scrivendo d’altrui, di me non calme;
E ‘1 lume de’ begli occhi, che mi strugge
Soavemente al suo caldo sereno, 6

Mi ritien con un freno
Centra cui^ nullo ingegno o forza valme.
Che giova dunque perchè tutta spalme
La mia barchetta, poi che ‘n fra gli- scogli
È ritenuta ancor ‘^ da ta’ duo nodi?
Tu che dagli altri, che ‘n diversi modi
Legano ‘1 mondo, in tutto mi disciogli,
Signor mio, che non togli

‘ Omai dal volto mio questa vergogna?
Ch’a^ guisa d’uom che sogna,
• Aver la morte innanzi •’> gli occhi parme;
E vorrei far difesa, e non ho*^ l’arme.

^ chui – li 3 anchor * Chen ^ inangi ® o

218 Petrarca.

Quel eh’ i’ fo, veggio, e non m’inganna il vero
Mal conosciuto, anzi mi sforza Amore,
Che la strada d’onore

Mai non^ lassa seguir, chi troppo il crede;
E sento ad or ad or venirmi al core
Un leggiadro disdegno, aspro e severo,
Ch’ogni occulto penserò
Tira in mezzo la fronte, ov’ altri ‘1 vede:
Che mortai cosa amar con tanta fede.
Quanta a Dio sol per debito conviensi,-
Più si disdice a chi più pregio brama.
E questo ad alta voce anco** richiama
La ragione sviata dietro ai sensi:
Ma perchè l’oda,’* e pensi
Tornare, il mal costume oltre la spigne,
Ed agli occhi dipigne”
Quella che sol per farmi morir nacque,
Perch’a me troppo ed a sé stessa piacque.

* noi – convensi ‘ ancho * perchelloda ^ depigne

Né so che spazio^ mi si desse il Cielo,
Quando novellamente io venni in terra
A soffrir l’aspra guerra
Che ‘ncontra a me medesmo seppi ordire,
Né posso ‘1^ giorno che la vita serra,
Antiveder per lo corporeo velo;
Ma variarsi il pelo

Veggio, e dentro cangiarsi ogni desire.
Or eh’ i’ mi credo al tempo del partire
Esser vicino o non molto da lunge;
Come chi ‘1 perder face accorto e saggio,
Vo ripensando ov’ io lassai ‘1 viaggio
Dalla man destra, eh’ a buon porto aggiunge;
E dall’un lato punge

Vergogna e duol. che ‘ndietro mi rivolve;
DalTallto non m’assolve

Rimo. 219

Un piacer per usanza in me sì forte,
Ch’a patteggiar n’ardisce con^ la morte.
^ spatio * il * co

Canzon, qui sono; ed ho’l^ cor vìa più freddo
Della paura, che gelata neve,
Sentendomi perir senz’alcun dubbio;
Che pur deliberando ho volto al subbio
Gran parte omai della mia tela breve:
Né mai peso fu greve
Quanto quel eh’ i’ sostegno ^ in tale stato;
Che con^ la morte a lato
Cerco del viver mio novo consiglio,
E veggio ‘1 meglio ed al peggior m’appiglio.

e dol ^ sostengo • co

SONETTO CCXXVI. 265

Laura gli è sì severa, che 7 farebbe morire, s’ e’ non {sperasse di

renderla pietosa.

Aspro core e selvaggio, e cruda voglia
In dolce, umile,^ angelica figura,
Se l’impreso rigor gran tempo dura,
Avran di me poco onorata^ spoglia:

Che quando nasce e mor fior, erba^ e foglia,
Quand’è’l* dì chiaro e quando è notte oscura,
Piango ad ogni or. Ben ho^ di mia ventura,
Di Madonna e d’Amore onde mi doglia.

Vivo sol di speranza, rimembrando

Che poco umor*’ già per continua prova
Consumar vidi marmi e pietre salde.

Non è sì duro cor che lagrimando.

Pregando, amando, talor non si smova.
Né sì freddo voler che non si scalde.
1 humile * honorata ‘ herba * Quando el ^ q e humot

SONETTO CCXXVII. 266

Duolsi d’esser lontano da Laura e dal Colonna, i due soli oggetti
deiramor suo.
Signor mio caro, ogni pensier mi tira
U^evolo a veder voi, cui sempre veggio;

220 Petrarca.

La mia fortuna (or che mi può^ far peggio?)
Mi tene a freno e mi travolve e gira.

Poi quel dolce desio ch’Amor mi spira

Menami a morte eh’ i’ non me n’avveggio;-
E mentre i miei duo lumi indarno cheggio,
Dovunque io son, dì e notte si sospira.

Carità di signore, amor di donna
Son le catene ove con molti affanni
Legato son, perch’ io stesso mi strinsi.

Un Lauro verde, una gentil Colonna, ‘^
Quindici^ l’una, e l’altro diciott’^ anni
Portato ho^ in seno, e giammai non mi scinsi.

^ pò 2 naveggio 3 colomna * Quindeci ^ diciotto * o

SONETTO CCXXVIII (In morte I). 267

Lamenta i beni perduti per la morte di Laura e si volge poi all’anima

di lei dicendole che a lui tocca più di piangere che agli altri, che fu

amato da lei, e se n’avvide alle promesse fattegli quando si partì da

lei, le quali per questa morte sono tornate vane.

Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,
Oimè il leggiadro portamento altero,
Oimè ‘1^ parlar ch’ogni aspro ingegno e fero
Faceva umile, ^ ed ogni uom’^ vii, gagliardo;

Ed oimè il dolce riso ond’^ uscio ‘1 dardo
Di che morte, altro bene ornai non spero,
Alma real, dignissima d’impero.
Se non fossi fra noi scesa sì tardo I

Per voi conven ch’io arda e ‘n voi respire;

Ch’ i’ pur fui vostro ; e se di voi son privo.

Via men d’ogni sventura altra mi dole.
Di speranza m’empieste e di desire

Quand’ io parti’ dal sommo piacer vivo;

Ma ‘1 vento ne portava le parole.

^ il 2 p.qjHvi humile ^ lìuom •* onde

Rime. 221

CANZONE XXII (In morte I). 268

Questione se il Petrarca si debba uccidere essendo morta Laura. Con-
chiude che è da uccidersi. Ma Amore rie lo sconforta, prima perchè
chi si dà la morte è dannato, né va in cielo dov’è Laura: poi se vero
è che lami, dee vivere per poterla laudare, il che ella desidera molto.

Che debbo io ^ far ? che mi consigli, Amore ?
Tempo è ben di morire,
Ed ho – tardato più eh’ i’ non vorrei.
Madonna è morta ; ed ha^ seco ‘H mio core ;
E volendol seguire,

Interromper conven quest’Ianni rei; 6

Perchè mai veder lei

Di qua non spero; e l’aspettar m’ è noia;
Poscia*^ ch’ogni mia gioia,
Per lo suo dipartire, in pianto è volta.
Ogni dolcezza di’ mia vita è tolta.
1 aebbio ^^ o ^ a * il ^ questi • Posci ‘ de

Amor, tu ‘1 senti, ond’ io teco mi doglio,
Quant’ è ‘1 danno ^ aspro e grave;
E so che del mio mal ti pesa e dole.
Anzi del nostro; perch’ad uno scoglio
Avem rotto la nave.

Ed in un punto n’ è scurato il sole. 6

Qual ingegno a parole
Porla agguagliar’^ il mio doglioso stato?
Ahi^ orbo mondo ingrato!
Gran cagion hai^ di dever pianger meco;
Che quel ben^ ch’era in te, perdut’ hai” seco.
* damno ^ aguagliare ^ Ai * ai ^ bel ^ ai

Caduta è la tua gloria, e tu noi vedi:
Né degno eri, mentr’ella
Visse quaggiù, d’aver sua conoscenza.
Né d’esser tocco da’ suoi santi ^ piedi ;
Perchè cesa sì bella
Devea ‘1 elei adornar di sua presenza. 6

222 Petrarca.

Ma io, lasso, che senza
Lei, né vita mortai né me stess’^amo
Piangendo la richiamo:
Questo m’avanza di cotanta spene,
E questo solo ancor ‘^ qui mi mantene.
1 sancti ^ stesso ^ anchor

Oimé, terra è fatto il suo bel viso.
Che solea far del cielo
E del ben di lassù fede fra noi
L’invisibil sua forma è in paradiso,
Disciolta di quel velo

Che qui fece ombra al fior degli anni suoi,
Per rivestirsen poi

Un’ altra volta, e mai più non spogliarsi;
Quand’ ^ alma e bella farsi
Tanto più la vedrem, quanto più vale
Sempiterna bellezza che mortale.
1 Quando

Più che mai bella e più leggiadra donna
Tornami innanzi,^ come
Là dove più gradir sua vista sente.
Quest’^é del viver mio l’una colonna.’
L’altra è ‘1 suo chiaro nome,
Che sona nel mio cor sì dolcemente.
Ma tornandomi a mente
Che pur morta è la mia speranza, viva
Allor ch’ella fioriva.

Sa ben Amor qual io divento, e (spero)
Vedel colei eh’ é or sì presso al vero.
* inangi 2 Questa ^ colomna

Donne, voi che miraste sua beltate
E l’angelica vita

Con quel celeste portamento in terra,
Di me vi doglia e vincavi pietate.

Rime. 223

Non di lei, eh’ è salita

A. tanta pace, e me ha lasciato ^ in guerra ; 6
Tal che s’altri mi serra
Lungo tempo il cammin da seguitarla,
Quel ch’Amor meco parla.
Sol mi riten ch’io non recida il nodo;
Ma e’ ragiona dentro in cotal modo:
^ ma lassato

Pon freno al gran dolor ^ che ti trasporta;
Che per soverchie voglie
Si perde ‘1 cielo, ove ‘1 tuo core aspira;
Dov^ è viva colei ch’altrui par morta;
E di sue belle spoglie

Seco sorride e sol di te sospira; 6

E sua fama che spira
In molte parti ancor ‘^ per la tua lingua,
Prega che non estingua;’*
Anzi la voce al suo nome rischiari,
Se gli occhi suoi ti fur dolci né cari.
^ dolore ^ Dove ^ anchor * extingua

Fuggi ‘1 sereno e ‘1 verde,

Non t’appressar^ ove sia riso o canto,
Canzon mia, no, ma pianto.
Non fa per te di star fra gente allegra,
Vedova sconsolata in vesta negra.
1 tappressare

SONETTO CCXXIX (In morte II). 269

‘ompiange se stesso per la doppia perdita, del Colonna e di Laura.

Rotta è l’alta Colonna e ‘1 verde Lauro
Che facean ombra al mio stanco penserò;
Perdut’ ho^ quel che ritrovar non spero
Dal borea 2 all’austro, e^ dal mar indo al mauro.

Tolto m’hai,^ Morte, il mio doppio tesauro,^
Che mi fea viver lieto e gire altero;

224 Petrarca.

E ristorar noi può” terra né impero,
Né gemma orientai né forza d’auro.

Ma se consentimento è di destino,

Che poss’ ” io più se no aver l’alma trista.
Umidi” gli occhi sempre e ‘1 viso chino?

O nostra vita, eh’ è sì bella in vista,
Com’ perde agevolmente in un mattino^
Quel che ‘n molt’^^ anni a gran pena s’acquistai

^ Perduto o ^ borrea ^ o * mai ^ thesauro ^ pò ‘ posso
* Humidi 8 matino ^^ molti

CANZONE XXIII (In morte II). 270

Tentando Amore di fare innamorare il P. di nuovo per altra donna,

dice egli che bisogna che faccia risuscitare Laura e che rinnovi tutte

le sue bellezze, concludendo che poiché egli non le può ritrovare non è

per rinnamorarsi.

Amor, se vuo’ eh’ i’ torni al giogo antico,^
Come par che tu mostri, un’altra prova
Maravigliosa^ e nova,
Per domar me, convienti’^ vincer pria:
Il mio amato tesoro in terra trova,
Che m’ è nascosto, ond’io son sì mendico, 6
E ‘1 cor saggio pudico.
Ove suol albergar la vita mia:
E s’egli è ver che tua potenza^ sia
Nel ciel sì grande come si ragiona,
E nell’abisso (perchè qui fra noi
Quel che tu vali’”^ e puoi,
Credo che ‘1 senta*^ ogni gentil persona);
Ritogli a Morte quel ch’ella n’ha’ tolto,
E ripon le tue insegne nel bel volto.

^ antiche ^ Meravigliosa ‘ conventi * potentia ^ vai ^ sente
‘ na

Riponi entro ‘1 bel viso il vivo lume.
Ch’era mia scorta; e la soave fiamma,
Ch’ancor.^ lasso, m’infiamma
Essei.do spenta; or che fea dunque ardendo?

Rime. 226

E’ non si vide mai cervo né damma

Con tal desio cercar fonte né fiume, 6

Qua! io il dolce costume,

Ond’ ho^ già molto amaro, e più n’attendo.

Se ben me^ stesso e mia vaghezza intendo,

Che mi fa vaneggiar sol del penserò,

E gir* in parte ove la strada manca,

E con^ la mente stanca

Cosa seguir che mai giugner non spero

Or al tuo richiamar venir non degno,

Che signoria** non hai’ fuor del tuo regno.

1 Chanchor 2 q a mi * gire ^ co * segnoria ‘ ai

Fammi sentir di^ quell’aura gentile

Di fuor, 2 siccome dentro ancor ^ si sente;

La qual era possente,

Cantando, d’acquetar gli”* sdegni e l’ire;

Di serenar la tempestosa mente,

E sgombrar d’ogni nebbia oscura e vile; 6

Ed alzava ‘1^ mio stile

Sovra di se, dov’ ® or non porla gire.

Agguaglia’ la speranza col desire;

E poi che l’alma è in sua ragion più forte,

Rendi agli occhi, agli orecchi il proprio obbietto,”

Senza ‘1 qual,*^ imperfetto

È lor oprar, ^^ e ‘1 mio viver ^^ è morte.

Indarno or sopra^”^ me tua forza adopre.

Mentre ‘1 mio primo amor terra ricopre.

1 de 2 for 3 anchor * li ^ jj s jove ‘ Aguaglia ^ obgettc
Serica qual 1° oprare ^^ vivere ^^ sovra

Fa ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole
Fu sopra ‘1 ghiaccio ond’ io solea gir carco;
Fa eh’ io ^ ti trovi al varco
Onde senza tornar passò ‘1 mio core;
Prendi i dorati strali e prendi l’arco,
E facciamisi udir, siccome sole, ó

Bibl. rom. 12/15. 15

226 Petrarca.

Col suon delle parole
Nelle quali io’mparai”^ che cosa é amore;
Movi la lingua ov’erano a tutt’ore
Disposti gli ami ov’io fui preso, e l’esca
Ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi
Fra i capei crespi e biondi,
Che’l mio voler ‘^ altrove non s’invesca;
Spargi con^ le tue man le chiome al vento,
Ivi mi lega, e puomi far contento.
1 chi 2 imparai ^ volere * co

Dal laccio d’or non fia mai chi mi^ scioglia,
Negletto ad arte, e’nnanellato ed irto;-
Nè dall’ ^ardente spirto
Della sua vista dolcemente acerba,
La qual dì e notte, più che lauro o mirto,
Tenea in me verde l’amorosa voglia,
Quando si veste e spoglia
Di fronde il bosco e la campagna d’erba.
Ma poi che Morte è stata sì superba
Che spezzò ‘H nodo ond’ io temea scampare,
Né trovar puoi,” quantunque gira il mondo,
Di che ordischi ‘1 secondo,
Che giova, Amor, tuo’ *^ ingegni ritentare?
Passata è la stagion, perduto hai’ l’arme
Di ch’io tremava: omai che puoi tu farme?
^ me 2 hirto ^ de 1 * il * poi ^ tuoi ‘ ai

L’arme tue furon gli occhi onde l’accese
Saette uscivan d’ invisibil foco,
E ragion temean poco.

Che centra iP Ciel non vai difesa umana ;-
11 pensar e’i tacer, il riso e’i gioco.
L’abito onesto’^ e’I ragionar cortese.
Le parole che ‘ntese
Avrian fatto gentil d’alma villana;
L’angelica sembianza umile’ e piana,
‘-^h’or quinci or quindi udia tanto lodarsi;

Rime/ 227

E’I sedere e lo star, che spesso altrui
Poser in dubbio a cui
Devesse il pregio di più laude darsi.
Con quest’arme”* vincevi ogni cor duro;
Or se’ tu disarmato, i’ son securo.
^ Chen contrai ^ humana ^ honesto * humile ‘■ armi

Gli animi ch’ai tuo regno il Cielo inchina
Leghi ora in uno ed ora in altro modo:
Ma me sol ad un nodo
Legar potei: che’l Ciel di più non volse.
Queir ^ uno è rotto; e ‘n libertà non godo,
Ma piango, e grido: Ahi- nobil pellegrina, 6

Qual sentenza’* divina
Me legò innanzi,^ e te prima disciolse?
Dio, che sì tosto al mondo ti ritolse.
Ne mostrò tanta e sì alta virtute
Solo per infiammar nostro desio.
Certo omai non tem’ io.
Amor, della tua man nove feruta.
Indarno tendi l’arco, e voto”* scocchi;
Sua virtù cadde al chiuder de’ begli occhi.
^ Quei 2 Ai 3 sententìa * inan^i ^ voito

Morte m’ha^ sciolto, Amor, d’ogni tua legge:
Quella che fu mia donna, al cielo è gita,
Lasciando trista e libera mia vita.

SONETTO CCXXX (In morte III). 271

lidorta Laura, gli piacque urr altra donna, della quale era forse per in-
namorarsi, se non ch’ella morì; e per conseguenza fu un’altra volta
liberato da Amore.

L’ardente nodo ov’io fui d’ora in ora,^
Contando anni ventuno interi, preso,
Morte disciolse: né giammai tal peso
Provai, ne credo ch’uom di dolor mora.

228 Petrarca.

Non volendomi Amor perder ancora,^
Ebbe un altro lacciuol fra l’erba teso,
E di nov’ ^ esca un altro foco acceso,
Tal ch’a gran pena indi scampato fora.

E se non fosse esperienza^ molta

De’ primi affanni, i’ sarei preso ed arso
Tanto più quanto son men verde legno.

Morte m’ha^ liberato un’altra volta,

E rotto ‘1 nodo, e ‘1 foco ha^ spento e sparso;
Centra la qual non vai forza nè’ngegno.
i hora 2 perdere anchora ‘ nova * experientia ^ ma ^ a

SONETTO CCXXXI (In morte IV). 272

Moria Laura, il passato, il presente, il futuro, tutto gli è di tormento

e di pena.

La vita fugge e non s’arresta un’ora;^
E la morte vien dietro a gran giornate;
E le cose presenti e le passate
Mi danno guerra e le future ancora ;”^

E’I rimembrar^ e l’aspettar m’accora
Or quinci or quindi sì, che’n ventate,
Se non ch’i’ ho* di me stesso pietate,
r sarei già di questi pensier fora.

Tornami avanti s’alcun dolce mai

Ebbe ‘1 cor tristo; e poi dall’altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti:

Veggio fortuna in porto, e stanco ornai
Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
E i lumi bei che mirar soglio, spenti.
1 una hora ^ anchora ^ rimembrare * o

SONETTO CCXXXII (In morte V). 273

Riprende l’anima sua dell’andar ripetendo col pensiero e con la me-
moria tutti gli atti di Laura e la conforta a occuparsi piuttosto nelle
cose di Dio.

Che fai? che pensi? che pur dieiro !?;uardi
Nel tempo ihe tornar non potè ornai,

Rime, 229

Anima sconsolata’:’ che pur vai
Giugnendo legne al foco ove tu ardi?

Le soavi parole e i dolci sguardi,

Ch’ad un ad un descritti e dipint’hai^
Son levati da^ terra; ed è (ben sai)
Qui ricercargli •■’ intempestivo e tardi.

Deh’^ non rinnovellar-” quel che n’ancide;
Non seguir più pensieri vago fallace,
Ma saldo e certo ch’a buon fin ne guide.

Cerchiamo ‘1 ciel, se qui nulla ne piace;
Che mal per noi quella beltà si vide,
Se viva e morta ne devea tor pace.

1 depinti ai * de ^ ricercarli * De ^ rinovellar « penser

SONETTO CCXXXIII (In morte VI). 274

De^ pensieri suoi e del cuore si duole il Petrarca, che sono nemici interni.
B perchè il cuore è quello che riceve dentro da se non solamente i ne-
mici interni, che sono i pensieri, ma quelli di fuori, che sono Amor,
Fortuna e Morie, a lui solo dà la colpa del mal suo. Prende la simi-
litudine d’una città assediata da tre nemici di fuori e conturbata da
parte de’ cittadini dentro e tradita da uno.

Datemi pace, o duri miei pensieri:

Non basta ben ch’Amor, Fortuna e Morte
Mi fanno guerra intorno e’n su le porte,
Senza trovarmi dentro altri guerrieri? ‘

E tu, mio cor, ancor’^ se’ pur qual eri,
Disleal a me sol; che fere scorte
Vai ricettando, e sei*^ fatto consorte
De’ miei nemici sì pronti e leggieri.

In te i secreti suoi messaggi Amore.
In te spiega Fortuna ogni sua pompa,
E Morte la memoria di quel colpo

Che l’avanzo di me conven che rompa;
In te i vaghi pensier s’arman d’errore:
Perchè d’ogni mio mal te solo incolpo.

1 guerreri ^ anchor ^ se

230 Petrarca.

SONETTO CCXXXIV (In morte VII). 275

Agli occhi, agli orecchi, a’ pie’ significa che Laura è morta, ammonen-
dogli che non gli debbano dar noia, perciocché egli non è stalo cagione
•iella morte sua, ma che biasimino Morie, anzi lodino Dio che può
fargli lieti dopo questo dolore.

Occhi miei, oscurato è’I nostro sole,

Anzi è salito al cielo, ed ivi splende;

Ivi ‘U vedremo ancor/- ivi n’attende,

E di nostro tardar forse li dole.
Orecchie mie, l’angeliche parole

Suonano”’ in parte ov’ ‘ è chi meglio intende.

Pie miei, vostra ragion là non si stende

Ov’ è colei ch’esercitar”‘ vi sole.

Dunque perchè mi date questa guerra?
Già di perder*’ a voi cagion non fui
Vederla, udirla e ritrovarla in terra.

Morte biasmate; anzi laudate lui

Che lega e scioglie e’n un punto apre e serra,
E dopo’l pianto sa far lieto altrui.
^ il 2 anchora ^ Sonano * ove ^ exercitar •» perdere

SONETTO CCXXXV (In morte Vili). 276

Si scusa perchè morta Laura si lamenta; dice averne due ragioni : l’una

che ha perduto Punico rimedio suo contro i fastidi mondani ; r altra

che non è morto con esso lei.

Poi che la vista angelica serena.
Per subita partenza, in gran dolore
Lasciato ha’ l’alma e’n tenebroso orrore. –
Cerco, parlando, d’allentar mia pena.

Giusto duol certo a lamentar mi mena,
Sassel chi n’è cagion,” e sallo Amore;
Ch’altro rimedio non avea ‘1 mio core
Centra i fastidi onde la vita è piena.

Quest”‘ ‘ un. Morte, m’ha” tolto la tua mano:
E tu che copri e guardi ed hai” or teco.
Felice terra, quel bel viso umano ;^

Rime. 231

Me dove lasci, sconsolato e cieco,

Poscia che’l dolce ed amoroso e piano
Lume degli occhi miei non è più meco?
^ a 2 horrore ^ cagione * Questo ^ ma ^ ai ‘ humano

SONETTO CCXXXVI (In morte IX). 277

Non ha più speranza di rivederla; e però si conforta colV immagi-
narsela in cielo.

S’Amor novo consiglio non n’apporta,
Per forza converrà che’l viver cange:
Tanta paura e duol l’alma trista ange,
Che’l desir vive e la speranza è morta:

Onde si sbigottisce e si sconforta

Mia vita in tutto, e notte e giorno piange.
Stanca, senza governo in mar che frange,
E’n dubbia via senza fidata scorta.

Immaginata^ guida la conduce;

Che la vera è sotterra, anzi è nel cielo,
Onde più che mai chiara al cor traluce;

Agli occhi no, che- un doloroso velo
Contende lor la desiata’^ luce,
E me fa sì per tempo cangiar pelo.
1 Imaginata 2 eh ^ disiata

SONETTO CCXXXVII (In morte X). 278

Brama morir senza indugio, onde seguirla colV anima, come fa col pensiero.
Nell’età sua più bella e più fiorita,

Quand’ ^ aver. suol Amor in noi più forza,
Lasciando in terra la terrena scorza,
È Laura ^ mia vital da me partita,
E viva e beila e nuda al ciel salita: –
Indi mi signoreggia, indi mi sforza.
Deh’* perchè me del mio mortai non scorza
L’ultimo dì, eh’ è primo all’altra vita?

Che come i miei pensier dietro a lei vanno,
Così leve, espedita* e lieta l’alma
La segua, ed io sia fuor di tanto affanno.

232 Petrarca.

Ciò che s’indugia è proprio per mio danno,”*
Per far me stesso a me più grave salma.
Oh che bel morir era oggi è terz’*^ anno!
‘ Quando 2 laura * De * expedita ^ damno * tergo

SONETTO CCXXXVIII (In morte XI). 279

Dovunque sì trovi gli par di vederla, e quasi di sentirla parlare.

Se lamentar augelli, o verdi fronde
Mover soavemente a l’aura estiva,
O roco mormorar di lucid’^ onde
S’ode d’una fiorita e fresca riva,

Là’v’io seggia d’amor pensoso, e scriva;
Lei che ‘1 Ciel ne mostrò, terra n’asconde,
Veggio ed odo ed intendo, ch’ancor^ viva
Di sì lontano a’sospir miei risponde.

Deh^ perchè innanzi^ tempo ti consume?
Mi dice con pietate, a che pur versi
Degli occhi tristi un doloroso fiume?

Di me non pianger tu; eh’ e’ miei dì fersi,
Morendo, eterni; e nell’eterno^ lume.
Quando mostrai di^ chiuder, gli occhi apersi.
^ lucide 2 chanchor ^ De * inangil ^ nelinterno * de

SONETTO CCXXXIX (In morte XII). 280

Rammenta in solitudine gli antichi suoi lacci d’amore, e sprezza i novelli.

Mai non fu” in parte ove sì chiar vedessi
Quel che veder vorrei, poi ch’io noi vidi,
Né dove in tanta libertà mi stessi,
Né ‘mpiessi ‘1- ciel di” sì amorosi stridi;

Né giammai vidi valle aver sì spessi
Luoghi da sospirar riposti e fidi;
Né credo già ch’Amor* in Cipro avessi,
O in altra riva, sì soavi nidi.

L’acque parlan d’amore e l’ora e i rami
E gli augelletti e i pesci e i fiori e l’erba,
Tutti insieme*^ pregando eh’ i’ sempr’® ami.

Rime. 233

Ma tu, ben nata, che dal eie) mi chiami,
Per la memoria di tua morte acerba
Preghi ch’i’ sprezzi ‘1 mondo e’ suoi dolci amì.^
* fui * il 3 de * amore ^ inseme * sempre ‘ ei ^ hami

SONETTO CCXL (In morte XIII). 281

Videla in Valchiusa sotto varie figure ed in atto di compassione verso

di lui.

Quante fiate al mio dolce ricetto.

Fuggendo altrui, e, s’esser può,^ me stesso,
Vocon gli occhi bagnando l’erba e ‘1 petto,
Rompendo co’ sospir l’aere da presso!

Quante fiate sol, pien di sospetto.

Per luoghi ombrosi e foschi mi son messo.

Cercando col pensieri l’alto diletto.

Che Morte ha^ tolto, end’ io la chiamo spesso !

Or in forma di ninfa”* o d’altra diva,
Che del più chiaro fondo di Sorga esca,
E pongasi a seder “^ in su la riva;
Or r ho veduta” su per l’erba fresca
Calcar i fior’ com’una donna viva.
Mostrando in vista che di me le ‘ncresca.
1 pò 2 penser 8^4 nimpha •’ sedere * lo veduto ‘ Calcare
i fiori

SONETTO CCXLI (In morte XIV). 282
Ringrazia Laura che gli apparisca.

Alma felice, che sovente torni
A consolar le mie notti dolenti
Con gli occhi tuoi, che Morte non ha^ spenti,
Ma sovra ‘I mortai modo fatti adorni;

Quanto gradisco eh’ e’ miei tristi giorni
A rallegrar di^ tua vista consentii
Così incomincio” a ritrovar presenti
Le tue bellezze a’ suoi usati soggiorni.

Là ‘ve cantando andai di te molt’anni,
Or, come vedi, vo di te piangendo;
Di te piangendo no, ma de’ miei danni.

234 Petrarca.

Sol un riposo trovo in molti affanni;

Che, quando torni, ti’* conosco e ‘ntendo
All’andar, alla voce, al volto, a’ panni.
la 2 de 3 comincio * te

SONETTO CCXLII (In morte XV). 283

Tocca due cose di Laura perdute per morte e riavute per apparizione ;

la lucidezza del volto e degli occhi, e la soavità delle parAe onde ha

qualche consolazione al suo dolore.

Discolorato hai,^ Morte, il più bel volto
Che mai si vide, e i più begli occhi spenti;
Spirto più acceso di virtuti- ardenti,
Del più leggiadro e più bel nodo hai”‘ sciolto.

In un momento ogni mio ben m’ hai” tolto:
Posto hai silenzio^ a’ più soavi accenti
Che mai s’udirò; e me pien di lamenti.
Quant’ io veggio m’ è noia e quant’io ascolto

Ben torna a consolar tanto dolore.

Madonna, ove pietà la riconduce;

Né trovo in questa vita altro soccorso.
E se com’ ^ ella parla e come luce

Ridir potessi, accenderei d’amore,

Non dirò d’uom, un cor di tigre o d’orso.

‘ai 2 vertuti ^ ai * Postai silentio » come

SONETTO CCXLIII (In morte XVI) 284

Si duole che il contemplar di Laura per immaginazione sia breve,
perciocché mentre la contempla nulla gli noce.

Sì breve è ‘1 tempo e ‘1 pensieri sì veloce
Che m.i rendon Madonna così morta,
Ch’ al gran dolor la medicina è corta :
Pur, mentr’ io veggio lei, nulla mi noce.

Amor, che m’ha- legato e tienmi in croce.
Trema quando la vede in su la porta
Dell’alma, ove m’ancide ancor’” sì scorta,
Sì dolce in vista e sì soave in voce.

I

Rime. 235

Come donna in suo albergo, altera vene.
Scacciando dell’oscuro, e grave core
Con^ la fronte serena i pensier tristi.

L’alma, che tanta luce non sostene.
Sospira, e dice: o benedette l’ore
Del di che questa via con gli’ occhi apristi 1

‘ penser ^ ma ^ anchor ”Co ^ li

SONETTO CCXLIV (In morte XVII). 285

Zon l’esempio della madre che consiglia il figliuolo, e della sposa lo sposo

‘n caso dubbio, dimostra quali fossero le ammonizioni di Laura ap~

parcniegli, perchè si guardasse dai lacci del mondo.

Né mai pietosa madre al caro figlio,
Né dcnna accesa al suo sposo diletto ^
Die con tanti sospir, con tal sospetto
In dubbio stato sì fedel consiglio ;

Come a me quella che ‘1 mio grave esiglio-
Mirando dal suo eterno alto ricetto.
Spesso a me torna con-‘ l’usato affetto;’
E di doppia pietate ornata il ciglio,

Or di madre or d’amante: or teme or arde
D’onesto foco; e nel parlar mi mostra
Quel che ‘n questo viaggio fugga o segua,
Contando i casi della vita nostra.

Pregando eh’ a levar l’alma non tarde:
E sol quant’ella parla ho’^ pace o tregua.
1 dilecto – osiglio ^ co “• affecto ^ q

SONETTO CCXLV (In morte XVIII). 286

Coynmendazione della soavUà del parlare di Laura immaginata e perchè

non si può ridir:, che troppa è la sua eccellenza e perchè il P. non può

fare che non faccia quanto gli prescrive.

Se quell’aura soave de’ sospiri

Ch’ i’ odo di colei che qui fu mia

Donna, or è in cielo, ed ancor ^ par qui sia,

E viva e senta e vada ed ami e spiri,

236 Petrarca.

Ritrar potessi: o- che caidi desìri
Movrei parlando ! sì gelosa e pia
Torna ov’ io son, temendo non fra via
Mi stanchi, o ‘ndietro o da man manca giri.

Ir dritto alto m’ insegna : ed io che ‘ntendo
Le sue caste lusinghe e i giusti preghi
Col dolce mormorar pietoso e basso;

Secondo lei conven mi regga e pieghi,
Per la dolcezza che del suo dir prendo,
Ch’avria vertù di far piangere un sasso.
1 anchor ^ or

SONETTO CCXLVI (In morte XIX). 287

Morto Senn uccio, lo prega di far sapere a Laura l’ir, felici là de

suo stato.

Sennuccio mio, benché doglioso e solo
M’abbi lasciato, i’ pur mi riconforto,
Perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
Alteramente se’ levato a volo.
Or vedi insieme l’uno ^ e l’altro polo,
Le stelle vaghe e lor viaggio torto,
E vedi ‘1^ veder nostro quanto è corto:
Onde col tuo gioir tempro ‘1 mio duolo-
Ma ben ti prego che ‘n la terza spera
Guitton saluti e messer Gino e Dante,
Franceschin nostro, e tutta quella schiera.
Alla mia donna puoi ben dire in quante
Lagrime i’” vivo; e son fatto ^ una fera,
Membrando ‘1^ suo bel viso e l’opre sante.
1 inserne lun 2,1 a jq ♦ fatt ^ i!

SONETTO CCXLVII (In morte XX). 28^

Dimostrazione dello staio noioso suo dopo la morte di Laura che è d

sospirare e di guardare d’ in sui colli di Valchiusa verso il piano, do»

nacque Laura e di piangere.

V ho^ pien di sospir quest’ aer” tutto,
D’aspri colli mirando il dolce piano

Rime. 237

Ove nacque colei ch’avendo in mano
Mio’^ cor in sul fiorire e ‘n sul far frutto,
È gita al cielo, ed hammi* a tal condutto
Col subito partir, che di lontano
Gli occhi miei stanchi lei cercando in vano,
Presso di se non lassan loco asciutto.

Non è sterpo né sasso in questi monti.

Non ramo o fronda verde in queste piagge,
Non fior^ in queste valli o foglia d’erba;

Stilla d’acqua non vien*^ di queste fonti,
Né fiere han’ questi boschi sì selvagge,
Che non sappian quant’*’ é mia pena acerba.
* Io * aere ^ Meo * ammi ° fiore ^ ven ‘ an s quanto

SONETTO CCXLVIII (In morte XXI). 289

Questa è una consolazione della morte dì Laura, per la quale egli ora
s’avvede di quello che prima non s’avvedeva; e ciò era che la turbata
vista di Laura era per bene del Petrarca e per onore di lei. Per bene
del Petrarca che egli veggendola tanto alpectra, non ardeva di deside-
rar di sperar cosa meno che onesta; per onore di lei, che scrivendo il
Petrarca la rigidezza di lei, dove per avventura la credeva biasimare,
la laudava d’onestà al mondo.

L’alma mia fiamma oltra le belle bella,
Ch’ ebbe qui ‘1 Ciel sì amico e sì cortese.
Anzi tempo per me nel suo paese
È ritornata ed alla par sua stella.

Or comincio a svegliarmi, e veggio eh’ ella
Per lo migliore al mio desir contese,
E quelle voglie giovenili accese
Temprò con una vista dolce e fella.

Lei ne ringrazio^ e ‘1 suo alto consiglio,
Che col bel viso e co’ soavi sdegni
Fecemi. ardendo, pensar mia salute.

leggiadre arti e lor effetti degni,

L’un con 2 la lingua oprar, Taltra col ciglio,
!o gloria in lei ed ella in me virtute !
^ ringratio ^ co

238 Petrarca.

SONETTO CCXLIX (In morte XXII). 290

Ringrazia Laura dell’asprezza usatagli, siccome della salute sua.
perchè allora non riconoscesse cotale asprezza per salute.

Come va “i mondo! or mi diletta e piace

Quel che più mi dispiacque; or veggio e sento
Che per aver salute ebbi tormento,
E breve guerra per eterna pace.

O speranza, o desir sempre fallace.
E degli amanti più ben per un cento!
O quant’ era ‘1^ peggior farmi contento
Quella ch’or siede in cielo e ‘n terra giace!

Ma ‘1 cieco- Amor e la mia sorda mente
Mi traviavan sì, ch’andar per viva
Forza mi convenia dove morte era.
Benedetta colei ch’a miglior riva

Volse ‘T’ mio corso, e l’empia voglia ardente.
Lusingando, affrenò. perch’ io non pera.
1 il – ceco 2 il

SONETTO CCL (In morte XXIII). 291

All’apparire dell’aurora, e perchè era simile di bellezza a Laura e per-
chè in quella ora la soleva vedere, e perchè il nome non era lontane
dal suo e perchè ora si trovava in cielo, donde scendeva l’Aurora.
Amore gli r innovellava il desiderio di Laura e per comparazione di
Tifone dimostra la grandezza della sua infelicità, che a lui almeno la
notte torna l’Aurora, ma a se non è conceduto il rivederla, se non

muoia.

Quand’ io veggio dal ciel scender l’Aurora
Con^ la fronte di rose e co’ crin d”oro,
Amor m’assale: ond’ io mi discoloro,
E dico sospirando: ivi è Laura- ora.

felice Titon ! tu sai ben l’ora
Da ricovrare il tuo caro tesoro ;

Ma io che debbo far del dolce alloro?
Che se ‘1 vo’ riveder conven ch’io mora.

1 vostri dipartir non son sì duri ;
Ch’almen di notte suol tornar colei

Che non ha^ a schifo le tue bianche chiome:

Rime. 239

Le mie notti fa triste e ì giorni oscuri
Quella che n’ ha^ portato i penser miei
Né di se m’ ha^ lasciato altro che ‘1 nome.

^ Co 2 laura ^ a

SONETTO COLI (In morte XXIV). 292

Annoverato il bene, che per la morte di Laura ha perduto, poiché non
muore, afferma almeno di non volere cantare.

Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente,
E le braccia e le mani e i piedi e ‘1 viso
Che m’avean sì da me stesso diviso
E fatto singular dall’altra gente ;

Le crespe chiome d’or^ puro lucente,
E ‘1 lampeggiar dell’angelico riso
Che solean far- in terra un paradiso.
Poca polvere son, che nulla sente.

Ed io pur vivo; onde mi doglio e sdegno,
Rimase senza ‘1 lume eh’ amai tanto.
In gran fortuna e ‘n disarmato legno.

Or sia qui fine al mio amoroso canto :
Secca è la vena dell’usato ingegno,
E la cetera mia rivolta in pianto. •
‘ doro 2 fare

SONETTO CCLII (In morte XXV). 293

Tardi conosce quanto piacessero le sue rime d’amore. Vorria più
limarle, e noi può.

S’io avessi^ pensato che sì care

Fossin le voci de’ sospir miei in rima,
Fatte l’avrei dal sospirar mio prima
In numero più spesse, in stil più rare.

Morta colei che mi facea parlare.

E che si stava de’ pensier miei in cima,
Non posso (e non ho^ più sì dolce lima)
Rime aspre e fosche far soavi e chiare.

E certo ogni mio studio in quel temp’ ^ era
Pur di sfogare il doloroso core
In qualche modo, non d’acquistar fama.

240 Petrarca.

Pianger cercai, non già del pianto onore.^
Or vorrei ben piacer; ma quella altera,
Tacito, stanco, dopo se mi chiama.
1 avesse * o ‘ tempo * honore

SONETTO CCLIII (In morte XXVI). 294

Dice che l’anima è tanto ingombra dal dolore che non può far altre
che sospirare.

Solcasi nel mio cor star bella e viva,
Com’alta donna in loco umile ^ e basso:
Or son fatt’”^ io per l’ultimo suo passo,
Non pur mortai ma morto; ed ella è diva.

L’alma d’ogni suo ben spogliata e priva,
Amor della sua luce ignudo e casso
Devrian della pietà romper un sasso;
Ma non è chi lor duol riconti o scriva.

Che piangon dentro, ov’ogni orecchia è sorda,
Se non la mia, cui tanta deglia ingombra,
Ch’altro che sospirar, nulla m’avanza.

Veramente slam noi polvere ed ombra;
Veramente la voglia è cieca^ e’ngorda;
Veramente fallace è la speranza.
^ humile ^ fatto ‘ voglia cieca

SONETTO CCLIV (In morte XXVII). 295

Fa comparazione dello stato presente de’ suoi lieti pensieri intorno a

Laura, poiché è morta, allo stato passato quando era in vita e mostra

che in vita molti erano i lieti; in morte non sono, se non uno e questo

uno è e k ella gode tn Cielo.

Solcano i miei pensieri soavemente
Di lor obbietto- ragionar insieme:”
Pietà s’appressa, e del tardar si pente:
Forse or parla di noi o sipera o teme.

Poi che l’ultimo giorno e l’ore estreme*
Spogliar di lei questa vita presente,
Nostro stato dal ciel vede, ode e sente:
Altra di lei non é rimaso speme.

*

Rime. 241

O miracol gentile 1 o felice almal

O beltà senza esempio’^ altera e rara,
Che tosto è ritornata ond’ella uscio!

Ivi ha*^ del suo ben far corona e palma
Quella ch’ai mondo sì famosa e chiara
Fé la sua gran virtute ‘ e ‘1 furor mio.
* penser ^ ob getto ‘inseme * extreme ^ exempio •’a “vertute

SONETTO CCLV (In morte XXVIII). 296

“Confessa d’essersi doluto del suo innamoramento, ma ora se ne rallegra
e maledice Morte che l’abbia liberato.

r mi soglio accusare; ed or mi scuso^
Anzi mi^ pregio, e tengo assai più caro
Dell’onesta prigion,^ del dolce amaro
Colpo ch’i’ portai già molt’anni chiuso.

Invide Parche, sì repente il fuso
Troncaste ch’attorcea soave e chiaro
Stame al mio laccio, e quell’ ^ aurato e raro
Strale onde morte piacque oltra nostr’^ uso!

Che non fu d’allegrezza a suoi dì mai.
Di libertà, di vita alma sì vaga.
Che non cangiasse ‘1 suo naturai modo,

Togliendo anzi per lei sempre trar guai,
Che cantar per qualunque; e di tal piaga
Morir contenta, e vtver-” in tal nodo.
‘ me 2 pregìon ‘ quello * nostro ^ vivere

SONETTO CCLVI (In morte XXIX). 297

arra il gran danno ricevuto per la morte di Laura e promette, se
ha vita, di celebrarla.

Due gran nemiche insieme^ erano aggiunte,^
Bellezza ed Onestà,^ con pace tanta
Che mai rebellion l’anima santa
Non sentì poi eh’ a star seco fur giunte.

Ed or per morte son sparse e disgiunte;
L’una è nel ciel, che se ne gloria e vanta;
Bibl. rom. 12il5. 16

242 Petrarca.

L’altra sotterra, eh’ e’ bogli occhi ammarila-*
Ond”’ uscir già tante*’ amorose punte.

L’atto soave, e ‘1 parlar saggio umile,’

Che movea d’alto loco, e ‘1 dolce sguardo.
Che piagava ‘1*^ mio core (ancor l’accenna).’^

Sono spariti: e s’ al seguir son tardo.
Forse avverrà ^^ che ‘1 bel nome gentile
Consacrerò ^^ con questa stanca penna.

1 inseme ^ agiunte ‘ honesta ♦ amanta ^ Onde * tant
^ humile ^ iì ^ anchor lacenna i” averra ^^ Consecrero

SONETTO CCLVII (In morte XXX). 298

Nofa la infelicità del suo stato o consideri il tempo che Laura viveva
o il tempo dopo la sua morte.

Quand’io mi volgo indietro a mirar gli anni
C hanno, fuggendo, i miei pensieri^ sparsi,
E spento ‘1 foco ov’- agghiacciando i”’ arsi,
E finito il riposo pien d’affanni;

Rotta la fé’ degli amorosi inganni ;
E sol due parti d’ogni mio ben farsi,
L’una nel cielo e l’altra in terra starsi,
E perduto ‘1’* guadagno de’ miei danni;

r mi riscuoto, e trovomi sì nudo

Ch’ i’ porto invidia ad ogni estrema’^ sorte:
Tal cordoglio e paura ho** di me stesso
O mia stella, o fortuna, o fato, o morte,
O per me sempre dolce giorno e crudo,
Come m’avete in basso stato messo!
^ penseri ^ ove ‘io * il ^ extrema • o

SONETTO CCLVIII (In morte XXXI). 299

Ricerca le più nobili parti di Laura partitamente ed alla fine Laura t
non la trovando grida che manca assai al mondo e agli occhi suoi.

Ov” è la fronte che con picciol cenno

Volgea ‘1 ^ mio core in questa parte e ‘n quella?
Ov’è’l bel ciglio e l’una e l’altra stella
Ch’ai corso del mio viver lume denno?

•in

Rime. 243

Ov’ è M valor, la conoscenza e ‘1 senno,
L’accorta, onesta, umil,’^ dolce favella?
Ove son le bellezze accolte in ella.
Che gran tempo di me lor voglia fenno?

Ov’è l’ombra gentil del viso umano,^
Ch’ora e ripeso dava all’alma stanca,
E là ‘ve i miei pensier scritti eran tutti?

Ov’ è colei che mia vita ebbe in mano?
Quanto al misero mondo e quanto manca
Agli occhi miei, che mai non fieno asciutti?
* il » honesta umil • humano

SONETTO CCLIX (In morte XXXII). 310

Desidera di morire per poter esser con Laura. Dice adunque che porta
invidia a’ luoghi dove ella è ed alle persone che le tengono compagnia
1 luoghi sono la terra ed il Cielo; le compagne in C eh sono l anim
beate, in terra la Morte, alla q ale attribuisce persona.
Quanta invidia io ti porto, avara terra.
Ch’abbracci quella cui veder m’è tolto,
E mi contendi l’aria del bel volto,
Dove pace trovai d’ogni mia guerra!
Quanta ne porto al ciel, che chiude e serra
E sì cupidamente ha^ in se raccolto
Lo spirto dalle belle membra sciolto,
E per altrui sì rado si disserra l’^
Quanta invidia a quell’anime che’n sorte
Hann’ ‘ or sua santa e dolce compagnia,
La qual io cercai sempre con tal brama!
Quant’alla dispietata e dura Morte,
Ch’avendo spento in lei la vita mia,
Stassi ne’ suoi begli occhi e me non chiamai
* a ‘ diserra ‘ Anno

SONETTO CCLX (In morte XXXIII). 301

wede Vakhiusa che i suoi occhi riconoscono quella stessa, ma non
il suo cuore
Valle che de’ lamenti miei se’ piena.

Fiume che spesso del mio pianger cresci.

244 Petrarca,

Fere silvestre,^ vaghi augelli, e pesci
Che l’una e l’altra verde riva af frena;
Aria de’ miei sospir calda e serena,
Dolce sentier che sì amaro riesci
Colle che mi piacesti, or mi rincresci,
Ov’ancor’^ per usanza Amor mi mena;

Ben riconosco in voi l’usate forme,
Non. lasso, in me, che da sì lieta vita
Son fatto albergo d’infinita doglia.

Quinci vedea’l mio bene; e per q u est’ ‘^ orme
Torno a veder ^ ond’ al Ciel nuda è gita,
Lasciando in terra la sua bella spoglia.

1 seivestre ^ anchor ‘ queste * vedere

SONETTO CCLXI (In morte XXXIV). 302

Visione estatica. Pareva al P. d’essere nel terzo cielo e di vedere Laura
in compagnia delle Beate anime di Quella sfera. Presolo per mano gli
dice che dopo morte sarà con esso lei in quel luogo e che ella è beata
di beatitudine infinita, se non che le monca la sua compagnia e il corpo
di lei. Alla fine si duole che la visione si rompesse.

Levommi il mio pensieri in parte ov’era
Quella eh’ io cerco e non ritrovo in terra:
Ivi, fra lor che ‘1 terzo cerchio serra,
La rividi più bella e meno altera.

Per man mi prese e disse: in questa spera
Sarai ancor”^ meco, se ‘1 desir non erra;
l’son-* colei che ti die’ tanta guerra,
E compie’ mia giornata innanzi’^ sera.

Mio ben non cape in intelletto umano :^
Te solo aspetto, e, quel che tanto amasti,
E laggiuso^ è rimase, il mio bel velo.

Deh’^ perchè tacque ed allargò la mano?
Ch’ai suon de’ detti sì pietosi e casti
Poco mancò ch’io non rimasi in cielo.

‘ pensar ^ anchor ‘so * inangi ‘ humano ‘ la giuso ‘ De

Rime. 245

SONETTO CCLXII (In morte XXXV). 303

Sfoga il suo dolore con tutti gif antichi testimoni della sua passata

fel’ciià.

Amor, che meco al buon tempo ti stavi
Fra queste rive a’pensier nostri amiche,
E per saldar le ragion nostre antiche,
Meco e col fiume ragionando andavi;

Fior, frondi, erbe,^ ombre, antri, onde, aure soavi.
Valli chiuse, alti colli e piagge’^ apriche.
Porto dell’amorose mie fatiche,
Delle fortune mie tante e sì gravi;

vaghi abitatore de’ verdi boschi,

O ninfe,^ e voi che ‘1 fresco erboso”* fondo
Del liquido cristallo alberga e pasce;

1 dì miei fur sì chiari, or son sì foschi
Come morte, che ‘1 fa. Così nel mondo
Sua ventura ha ciascun^ dal dì che nasce.

1 herbe * piaggie ‘ habitator * nimphe ^ herboso ^ a ciaschun

SONETTO CCLXIII (In morte XXXVI). 304

S’ella non fosse morta sì giovane, egli avrìa cantato più degnamente
le lodi di lei.

Mentre che ‘1 cor dagli amorosi vermi
Fu consumato, e’n fiamma amorosa arse,
Di vaga fera le vestigia sparse
Cercai per poggi solitari^ ed ermi;^

Ed ebbi ardir, cantando, di dolermi
D’Amor, di lei, che sì dura m’apparse.
Ma l’ingegno e le rime erano scarse
1 In quella etate a’*^ pensier novi e’nfermi.

Quel foco è morto, e’I copre un picciol marmo:
Che se col tempo fosse ^ ito avanzando.
Come già in altri, infino alla vecchiezza.

Di rime armato, ond’oggi mi disarmo,
Con stil canuto avrei fatto, parlando.
Romper le pietre e pianger di dolcezza.
* solitarij * hermi ‘ai * fossi

246 Prtrarca,

SONETTO CCLXIV (In morte XXXVII). 305

La prega che almen di lassù gli rivolga tranquillo e pietoso lo sguardo.

Anima bella, da quel nodo sciolta

Che più bel mai non seppe ordir Natura,
Pon dal ciel mente alla mia vita oscura,
Da sì lieti pensieri a pianger volta.

La falsa opinion dal cor s’è tolta

Che mi fece alcun tempo acerba e dura

Tua dolce vista: omai tutta seci ra

Volgi a me gli occhi, e i miei sospiri ascolta.

Mira ‘1 gran sasso donde Sorga nasce,

E vedravi un che sol tra l’erbe e l’acque
Di tua memoria e di dolor si pasce.
Ove giace ‘1^ tuo albergo e dove nacque
Il nostro amor, vo’ ch’abbandoni e lasce.
Per non veder ne’ tuoi quel eh’ a te spiacque-
» il

SONETTO CCLXV (In morte XXXVIII). 306

Morta Laura non ha al mondo persona che altri si possa proporre per

esempio di santa vita, onde il P. ripete con la memoria Fazioni di lei

piene di buon esempio.

Quel Sol che mi mostrava il cammin destro
Di gire al ciel con gloriosi passi.
Tornando al sommo sole, in pochi sassi
Chiuse ‘1 mio lume e’I suo career terrestre;

Ond’io son fatto un animai silvestre,
Che co’ pie vaghi, solitari^ e lassi
Porto ‘1 cor grave, e gli occhi umidi* e bassi
Al mondo, eh’ è per me un deserto alpestre.

Così vo ricercando ogni contrada
Ov’io la vidi; e sol tu che m’affligi,
Amor, vien meco, e mostrimi ond’io vada.

Lei non trov’io; ma suoi santi vestigi,
Tutti rivolti alla superna strada.
Veggio, lunge da’ laghi averni e stigi.
* solitarij ” humidi

Rime. 247

SONETTO CCLXVI (In morte XXXIX). 307

Al Petrarca dava il cuore di cantar le bellezze del corpo di Laura, ma

venuto alla prova s’è trovato ingannato; che troppe erano in lei le

bellezze naturali ed artificiali.

lo^ pensava assai destro esser su l’ale,
Non per lor forza ma di chi le spiega,
Per gir cantando a quel bel nodo eguale
Onde Morte m’assolve, Amor mi lega.

Trovaimi all’opra via più lento e frale
D’un picciol ramo cui gran fascio piega;
E dissi: a cader va chi troppo sale;
Ne si fa ben per uom^ quel che ‘1 Ciel nega.

Mai non poria volar penna d’ingegno.
Non che stil grave o lingua, ove Natura
Volò tessendo il mio dolce ritegno.

Seguilla Amor con sì mirabil cura
In adornarlo, eh’ i’ non era degno
Pur della vista: ma fu mia ventura.

1 I 2 huom

SONETTO CCLXVII (In morte XL). 308

Messosi a celebrar Laura e a presentarla agli avvenire perchè la onoras-
sero, gli era venuto fatto di celebrare oscuramente alcune delle sue virtù;
ma volendo celebrare le virtù più eccellenti delPanimo, è restato confuso.

Quella per cui con Sorga ho cangiat’^ Arno,
Con franca povertà serve ricchezze;
Volse in amaro sue sante dolcezze,-
Ond’io già vissi, or me ne struggo e scarno.

Da poi più volte ho^ riprovato indarno
Al secol che verrà, l’alte bellezze^
Pinger cantando, acciocché^ l’ame e prezze;*»
Né col mio stile il suo bel viso incarno.

Le lode mai non d’altra, e proprie sue,
Che’n lei fur, come stelle in cielo, sparte.
Pur ardisco orabreggiar’ or una or due;

248 Petrarca.

Ma poi eh’ i’ giungo alla divina parte,
Ch’ un chiaro e breve sole al mondo fue,
Ivi manca l’ardir, l’ingegno e l’arte.

1 cangiato ^ dolcege ^ o * bellege ^ a ciò che *” prege
‘ ombreggiare

SONETTO CCLXVIII (In morte XLI). 399

Laura è un miracolo; e però gli è impossìbile descriverne l’eccellenze.

L’alto e novo miracol eh’ a’ dì nostri
Apparve al mondo, e star seco non volse.
Che sol ne mostrò ‘1 Ciel, poi sei ritolse
Per adornarne i suoi stellanti chiostri;

Vuol eh’ i’ dipinga^ a chi noi vide, e ‘1 mostri.
Amor, che ‘n prima la mia lingua sciolse.
Poi mille volte indarno all’opra volse
Ingegno, tempo, penne, earte e ‘nchiostri.

Non sono- al sommo ancor ^ giunte le rime:
In me’l* conosco; e provai ben chiunque
È infin’^ a qui, che d’amor parli o scriva.

Chi sa pensare il ver, tacito estime

Ch’ogni stil vince, e poi sospire: adunque
Beati gli occhi che la vider vivai
1 depinga – son ^ anchor * il ‘ Enfia

SONETTO CCLXIX (In morte XLII). 310

Dice che tornando il tempo di primavera, ogni cosa mostra allegrezza

ed amore; ma egli, per la memoria rinnovellata della morte di Laura,

sente noia e dolore, e ogni cosa gli pare piena di mestizia.

Zefiro^ torna, e ‘1 bel tempo rimena,
E i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,
E garrir Progne e pianger Filomena,”’
E primavera candida e vermiglia.

Ridono i prati, e ‘1 ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
L’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena:
Ogni animai d’amar ai riconsiglia..

Rime. 249

Ma per me, lasso, tornano i più gravi
Sospiri, che daP cor profondo tragge
Quella ch’ai Ciel se ne portò le chiavi;

E cantare^ augelletti, e fiorir piagge,
E ‘n belle donne oneste^ atti soavi.
Sono un deserto, e fere aspre e selvagge.
^ Cephiro ^ philomena ^ del * cantar ^ honeste

SONETTO CCLXX (In morte XLIII). 311

Per lo canto del rosignuolo torna a mente al P. la sua dura sorte, la

quale mostra bene esser dura, poiché gli è sopravvenuta senza averla

pur potuta antivedere, e per la quale può comprendere che in questo

mondo non è cosa piacente che duri.

Quel rosignuoP che sì soave piagne
Forse suoi figli o sua cara consorte.
Di dolcezza empie il cielo e le campagne
Con tante note sì pietose e scorte;

E tutta notte par che m’accompagne
E mi rammento la mia dura sorte;
Ch’altri che me non ho^ di cui mi lagne;
Che’n Dee non credev’io regnasse Morte.

O che lieve è ingannar” chi s’assecural

Que’ duo bei lumi, assai più che ‘1 Sol chiari,
Chi pensò mai veder far terra oscura?

Or conosch’”* io che mia fera ventura
Vuol che vivendo e lagrimando impari
Come nulla quaggiù diletta e dura.
‘ rosigniuol ^ o ^ inganar * cognosco

SONETTO CCLXXI (In morte XLIV). 312

Né per cosa che piaccia agli occhi, né per cosa che piaccia agli oreccki

è mai per rallegrarsi, anzi la vita non gli giova e torrette di perderla

per riveder Laura.

Né per sereno ciel ir vaghe stelle.
Né per tranquillo mar legni spalmati.
Né per campagne cavalieri armati,
Né pei bei boschi allegre fere e snelle^,

250 Petrarca.

Né d’aspettato ben fresche novelle.
Né dir d’amore in stili alti ed ornati,
Né tra chiare fontane e verdi prati
Dolce cantare oneste^ donne e belle;

Né altro sarà mai ch’ai cor m’aggiunga;
Sì seco il seppe quella seppellire^
Che sola agli occhi miei fu lume e speglio.

Noia m’é il^ viver sì gravosa e lunga,
Ch’ i’ chiamo ‘H fine per lo gran desire
Di riveder cui non veder fu ‘1 meglio.
1 honeste ^ sepellire * 1 ♦il

SONETTO CCLXXII (In morte XLV). 313

Morta Laura e montata in cielo, desidera di morire per esser con lei
con l’anima, dove è sempre col cuore.

Passato é’I tempo omai, lasso, che tanto
Con refrigerio in mezzo ‘1 foco vissi;
Passato é quella di eh’ io piansi e scrissi,

‘ Ma lasciato m’ha* ben la penna e ‘1 pianto.

Passato é ‘1 viso sì leggiadro e santo,

Ma, passando, i dolci occhi al cor m’ha* fissi,
Al cor già mio, che seguendo partissi,
Lei, ch’avvolto^ l’avea nel suo bel manto.

Ella’l se ne portò sotterra e ‘n cielo,

Ov’* or trionfa^ ornata dell’alloro

Che meritò la sua invitta onestate.^
Così, disciolto dal mortai mio velo,

Ch’a forza mi tien qui, foss’io con loro,

Fuor de’sospir, fra l’anime beate!
^ ma 2 avolto ‘ Ove * triumpha * invida honestate

SONETTO CCLXXIII (In morte XLVI). 314

Si duole prima d’aver potuto pienamente antivedere il fine de’ suoi pia-

ceri e non /’ avere antiveduto, quando si partì da Laura; poi commendo

quel piacere ultimo.

Mente mia, che presaga de’ tuoi danni.*
Al tempo lieto già pensosa e trista,

Rime. 251

Si Intentamente^ nell’amata vista
Requie cercavi de’ futuri affanni;
Agli atti, alle parole, al viso, ai panni,
Alla nova pietà con dolor mista,
Potei ben dir se del tutto eri avvista:^
Quest’^è l’ultimo dì de’ miei dolci anni.

Qual dolcezza fu quella, o miser’^alma!
Come ardevamo^ in quel punto eh’ i’ vidi
Gli occhi i quai non devea riveder mail

Quando a lor, come a duo amici più fidi,
Partendo, in guardia la più nobil salma,
I miei cari pensieri ‘ e ‘1 cor lasciai.

1 damni * Sintentamente ‘ avista * Questo ^ misera • arda-
ramo ‘ pensar i

SONETTO CCLXXIV (In morte XLVII). 315

>/■ duole che per la morte di Laura abbia perduta una futura gran ven-
ura. Il P. quando morì Laura, si trovava aver passato il quarante-
imo anno, per la qual cosa Laura secura ornai d’esser amata onesta-
nenie, dimesticamente e festevolmente cominciava ad usar col P., il che
gli riputava somma felicità, della quale, per la morte di lei, rimaneva

privato.

Tutta la mia fiorita e verde etade
Passava; e ‘ntepidir sentia già ‘1 foco
Ch’ arse ‘1 mio cor;^ ed era giunto al loco
Ove scende la vita, eh’ alfin cade.

Già incominciava’^ a prender securtade
La mia cara nemica a poco a poco
De’ suoi sospetti, e rivolgeva in gioco
Mie pene acerbe sua dolce onestade.’

Presso era’l tempo dov’* Amor si scontra
Con Castitate, ed agli amanti è dato
Sedersi insieme^ e dir che lor incontra.

Morte ebbe invidia al mio felice stato.
Anzi alla speme; e feglisi all’ incontra
A mezza via, come nemico armato.

* core ■ incommlndava * honestade * dove ‘ inaeme

252 Petrarca.

SONETTO CCLXXV (In morte XLVIII). 316

Si duole per la morte di Laura avere perduta felicità, alla quale fosse

già vicino.

Tempo era ornai da trovar pace o tregua^
Di tanta guerra, ed erane in via forse;
Se non eh’ e’ lieti passi indietro torse
Chi le disagguaglianze- nostre adegua.

Che, come nebbia al vento si dilegua,
Così sua vita subito trascorse
Quella che già co’ begli occhi mi scorse,
Ed or conven che col penser la segua.

Poco aveva ^ a ‘ndugiar, che gli anni e ‘1 pelo
Cangiavano i costumi; onde sospetto
Non fora il ragionar del mio mal seco.

Con che onesti’^ sospiri l’avrei detto
Le mie lunghe fatiche, eh’ or dal cielo
Vede, son certo, e ducisene ancor-‘ meco!

1 triegua ^ disaguagliange ^ avev * honesti ^ anchor

SONETTO CCLXXVI (In morte XLIX). 317

Seguita pure il P. a dolersi ch’allora ch’egli credeva di poter aver qual-
che requie e riposo dell’ amorose sue fatiche e sema alcun sospetto poter
alla sua donna narrar gli affanni per lei sofferti, empiamente Morte
l’avesse spogliato di tanta speranza.

Tranquillo porto avea mostrato Amore
Alla mia lunga e torbida tempesta
Fra gli anni dell’ ^ età matura onesta,^
Che i vizii^ spoglia, e vertù veste e onore.^

Già traluceva a’ begli occhi ‘P mio core,
E l’alta fede non più lor molesta.
Ahi,^ Morte ria, come a schiantar se’ presta
Il frutto di’ molt’anni in si poche crei®

Pur vivendo veniasi ove deposto

In quelle caste orecchie avrei, parlando.
De* miei dolci pensier l’antica ‘^ soma;

Rime, ‘ 253

Ed ella avrebbe a me forse risposto*^
Qualche santa parola, sospirando,
Cangiati i volti e l’una e l’altra coma.

1 de la 2 honesta ^ yjcij 4 honore ^ il ^ Ai ‘de ® bore
* antiqua ‘ resposto

SONETTO CCLXXVII (In morte L). 318

Dimostra allegoricamente che in lui non è punto diminuito l’amore per
la morte di Laura.

Al cader d’una pianta che si svelse
Come quella che ferro o vento sterpe,
Spargendo a terra le sue spoglie eccelse,^
Mostrando al Sol la sua squallida^ sterpe;

Vidi un’altra ch’Amor obbietto’^ scelse,
SubbiettC* in me Calliope ed Euterpe;
Che ‘1 cor m’avvinse’^ e proprio albergo felse,
Qual per tronco^ o per muro edera’ serpe.

Quel vivo Lauro, ove solean far nido

Gli^ alti pensieri® e i miei sospiri ardenti,
Che de’ bei rami mai non mossen fronda;

Al ciel traslato,^^ in quel suo albergo fido
Lasciò radici, onde con gravi accenti
È ancor ‘^ chi chiami, e non è chi risponda.^^

^ excelse 2 squalida ‘ obiecto * Subiecto ^ mavinse ® trunco
‘ hedera ^ lA * penseri i” translato ^^ anchor 12 resp..nda

SONETTO CCLXXVIII (In morte LI). *319

Si duole d’aver posta speranza in cosa di questo mondo, per la brevità
della quale ammonito, ora l’ha posta in cosa sempiterna. Aveva posto
la sua speranza nelFamor di Laura viva, or l’ha posta nell’amor di
Laura deificata.

I dì mìei più leggier che nessun^ cervo,
Fuggir com”^ ombra; e non vider più bene
Ch’un batter d’occhio e poche ore” serene,
Ch’amare e dolci nella mente servo.

Misero mondo, instabile e protervo!

Del tutto è cieco chi ‘n te pon sua spene:

254 Petrarca.

Che ‘n te mi fu ‘1 cor tolto; ed or sei tene
Tal eh’ è già terra e non giunge osso a nervo.

Ma la forma miglior, che vive ancora’*

E vivrà sempre su nell’alto cielo.

Di sue bellezze ogni or più m’ innamora;
E vo, sol in pensar, cangiando ‘l’^ pelo, |

Qual ella è oggi e ‘n qual parte dimora;

Qual a veder ** il suo leggiadro velo.

* nesun * come ‘ bore * anchora ^ il • vedere

SONETTO CCLXXIX (In morte LII). *320

Rivede il luogo dove s’era allevata e cresciuta Laura e ricordatosi che
aveva desiderato e sperato di vivere e di morire in questo luogo e d’es’
servi seppellito, acciocché la sepoltura sua fosse calcata almeno da’ piedi
suoi, si duole che la speranza torni fallace essendo rrorta Laura, e ap-
presso si duole d^ Amore che in vita di Laura non l’abbia mai se nor
tormentato e in morte ancora lo tormenti senza poterne sperare gwder-

done alcuno.

Sento l’aura^ mia antica,^ e i dolci colli
Veggio apparir^ onde ‘1 bel lume nacque
Che tenne gli occhi miei^ mentr’ al Ciel piacque
Bramosi e lieti, or li tien’* tristi e molli.

O caduche speranze 1 o pensier® folli!
Vedove l’erbe, e torbide son l’acque,
E voto e freddo ‘1 nido in ch’ella giacque,
Nel qual io vivo, e morto giacer volli,

Sperando al fin delle’ soavi piante

E da’ begli® occhi suoi, che ‘1 cor m*hann’®arso

Riposo alcun dalle ^” fatiche tante.
Ho^^ servito a signor crudele e scarso;

Ch’ arsi quanto ‘1 mio foco ebbi davante,

Or vo piangendo il suo cenere sparso.

* Laura * anticha » apparire * mei ‘ ten « penser ‘ dale
*belli » mann ” dale ” O

SONETTO CCLXXX (In morte LUI). ♦321
La vista della casa di Laura gli ricorda quant’ ei fu felice e quanto i

misero.
È questo ‘1 nido in che la mia fenice
Mise l’aurate e le purpuree penne;

R?m#’. 255

Che sotto le sue ali il mio cor unno.
E parole e sospiri anco* ne elice*?
O del dolce mio mal prima radice.

Ov’è’l- bel viso onde quel lume venne,
Che vivo e lieto, ardendo, mi mantenne?
Sola^ eri in terra: or se’ nel Ciel felice.

E m’ hai* lasciato qui misero e solo.

Tal che pien di duol sempre al loco torno
Che per te consecrato onoro’* e colo;

Veggendo a’ colli oscura notte intorno.
Onde prendesti al Ciel l’ultimo volo,
E dove gli” occhi tuoi solean far giorno.
^ ancho ‘il ‘ Sol * mai » honoro • li

SONETTO CCLXXXI (Var. arg. XX). ♦322

Ringrazia Giacomo Colonna de’ suoi sentimenti affettuosi verso di lui.

Mai non vedranno le mie luci asciutte

Con le parti dell’animo tranquille

Quelle note, ov’ Amor par che sfaville.

E Pietà di sua man l’abbia construtte:
Spirto già invitto* alle terrene lutte.

Ch’ or su dal Ciel tanta dolcezza stille.

Ch* allo stil onde Morte dipartille,

Le disviate rime hai” ricondutte;

Di mie tenere frondi altro lavoro

Credea mostrarte. E qual fero pianeta
Ne ‘nvidiò insieme?^ o mio nobil tesoro,

Chi ‘nnanzi tempo mi t’asconde e vieta?

Che col cor veggio, e con* la lingua onoro,*
E ‘n te, dolce sospir, l’alma s’acqueta.
‘ Invicto “ai • inseme * co ‘ honoro

CANZONE XXIV (In morte III). *323

Allegoricamente descrive le virtù di lei e ne piange la morte immatura.

Standomi un giorno, solo, alla fenestra.
Onde cose vedea tante e si novo

2S6 Petrarca.

Ch’era sol di mirar quasi già stanco,*
Una fera m’apparve da man destra
Con fronte umana ^ da far arder Giove
Cacciata da duo veltri, un nero, un bianco,”
Che l’uno* e l’altro fianco^
Della fera gentil mordean sì forte,
Che’n poco tempo la menare al passo
Ove chiusa in un sasso
Vinse molta bellezza acerba morte,
E mi fé sospirar sua dura sorte.
‘ stanche ^ humana 3 bianche * lun ^ fiancho

Indi per alto mar vidi una nave
Con le sarte di seta e d’or la vela,
Tutta d’avorio e d’ebeno contesta;
E ‘1 mar tranquillo e l’aura era soave,
E ‘1 ciel qual è se nulla nube il vela;
Ella carca di ricca merce onesta.^
Poi repente tempesta
Orientai turbò sì l’aere e l’onde,
Che la nave percosse ad uno scoglio.
O che grave cordoglio!

Breve ora’^ oppresse e poco spazio^ asconde
L’alte ricchezze a nuU’altre* seconde
1 honesta ^ hora ^ spatio * nulaltre

In un boschetto novo i rami santi
Fiorian d’ un lauro giovinetto e schietto,
Ch’ un degli ^ arbor parca di paradiso;
E di sua ombra uscian sì dolci canti
Di vari augelli, e tanto ^ altro diletto,
Che dal mondo m’avean tutto diviso.
E mirandol io fiso,

Cangioss’ il cieP intorno, e tinto in vista.
Folgorando ‘l percosse, e da radice
Quella pianta felice
Subito svelse: onde mia vita è trista,
Che simil* ombra mai non si racquista,
* delli 2 tant ^ cielo * simile

Rìmff. 257

Chiara fontana in quel medesmo bosco

Sorgea d’un sasso, ed acque fresche e dolci
Spargea, soavemente mormorando:
Al bel seggio riposto, ombroso e fosco
Ne pastori appressavan né bifolci,
Ma ninfe ^ e muse, a quel tenor cantando. 6

Ivi m’assisi; e quando
Più dolcezza prendea di tal concento
E di tal vista, aprir vidi uno speco,
E portarsene seco

La fonte e ‘1 loco: ond’ancor^ dogHa sento,
E sol della memoria mi sgomento.
^ nimphe ^ anchor

Una strania fenice, ambedue l’ale
Di porpora vestita e ‘1 capo d’oro,
Vedendo per la selva, altera e sola,
Veder forma celeste ed immortale
Prima pensai, fin ch’alio svelto alloro
Giunse, ed al fonte che la terra invola. 6

Ogni cosa alfin vola:
Che mirando le frondi a terra sparse
E’I troncon rotto, e quel vivo umor^ secco,
Volse in se stessa il becco
Quasi sdegnando; e ‘n un punto disparse:
Onde ‘1 cor di piotate e d’amor m’arse.
1 humor

Al fin vid’ io per entro i fiori e l’erba
Pensosa ir sì leggiadra e bella donna.
Che mai noi penso eh’ i’ non arda e freme ;
Umile^ in se. ma ‘ncontr’^ Amor superba;
Ed avea in dosso sì candida gonna.
Sì testa, ^ ch’oro e neve parca insieme:* 6

Ma le parti supreme
Erano avvolte-^ d’una nebbia oscura.
Punta poi nel tallon d’un picciol angue,
Bibl. rom. 12/15. 17

258 Petrarca.

Come fior collo langue,

Lieta si dipartio, non che secura.

Ahi nuli’® altro che pianto al mondo dura!

* Humjle 2 mancontra ‘ texta * inseme ^ Eran avolte * Ai
nulla

Canzon, tu puoi ben dire:

Queste sei visioni al signor mio
Han^ fatto un dolce di morir desio.

1 An

BALLATA VII (In morte I). *324

Tocca del dolore che sente per la morie di Laura e per lo suo soprav-
vivere e si consola che Laura lo sappia.

Amor, quando fioria

Mia spene e ‘1 guiderdon d’ogni mia ^ fede,
Tolta m’è quella ond’attendea mercede.

Ahi^ dispietata morte 1 ahi^ crude! vital
L’una m’ ha^ posto in doglia,
E mie speranze acerbamente ha’ spente:
L’altra mi ten quaggiù centra mia voglia,
E lei che se n’ è gita.
Seguir non posso, ch’ella noi consente:
Ma pur ogni or presente
Nel mezzo del mio* cor Madonna siede,
E qual è la mia vita ella sei vede.
1 guidardon ditanta ^ k ‘a * meo

CANZONE XXV (In morte IV). *325

Propone di voler lodar Laura e teme di non poterlo fare se non è
aiutato da Amore.

Tacer non posso, e temo non adopre
Contrario effetto^ la mia lingua al core,
Che vorria far onore ^
Alla sua donna che dal Ciel n’ascolta.
Come poss’ io se non m’insegni, Amore,
Con parole mortali agguagliar*^ l’opre

Rim». 269

Divine, e quel che copre

Alta umiltate* in se stessa raccolta?

Nella bella prigione, ond’^ or è sciolta,

Poco era stata ancor* l’alma gentile

Al tempo che di lei prima m’accorsi;

Onde subito corsi

(Ch’era dell’anno e di mia etate’ aprile)

A coglier fiori in quei prati d’ intorno

Sperando agli* occhi suoi piacer sì adorno.^

1 effecto 2 honore ^ aguagliar * humiltate ‘• pregione onde
anchor ‘ dimiaetate * ali » addome

Muri eran d’alabastro e tetto d’oro,
D’avorio uscio, e fenestre di zaffiro.
Onde ‘1 primo sospiro
Mi giunse al cor, e giugnerà l’estremo.^
Indi’^ i messi d’Amor armati uscirò
Di saette e di foco: ond’ io di loro, 6

Coronati d’alloro.

Pur com’or fosse,’ ripensando tremo.
D’un bel diamante quadro e mai non scemo
Vi si vedea nel mezzo un seggio altero,
Ove sola sedea la bella donna.
Dinanzi una colonna
Cristallina, ed iv’entro ogni penserò
Scritto, e fuor^ tralucea sì chiaramente,
Che mi fea lieto e sospirar sovente.
* lextremo ‘ Inde ‘ come or fusse * for

Alle pungenti, ardenti e lucid’^ arme
Alla vittoriosa^ insegna verde,
Centra cu”^ in campo perde
Giove ed Apollo e Polifemo* e Marte
Ov’ è ‘1 pianto ognor ^ fresco e si rinverde,
Giunto mi vidi: e non possendo aitarme 6

Preso lasciai* menarme
Ond’or non so d’uscir la via ne l’arte.
Ma siccom’uom talor che piange, e parte

260 Petrarca.

Vede cosa che gli’ occhi e’I cor alletta,
Così colei perch’ io son in prigione,^
Standosi ad un balcone,
Che fu sola a’ suoi dì cosa perfetta,
Cominciai a mirar con tal desio,
Che me stesso e’I mio mal posi in obblio.^
1 lucide 2 victoriosa » cui * poliphema ^ ognior « lassai ‘ li
* pregione ^ oblio

r era in terra, e ‘1 cor in paradiso.

Dolcemente obbliando^ ogni altra cura;

E mia viva figura

Far sentia un marmo e ‘mpier di maraviglia;

Quand’-*^ una donna assai pronta e secura,

Di tempo antica* e giovene del viso, 6

Vedendomi sì fiso

All’atto della fronte e delle ciglia,

Meco, mi disse, meco ti consiglia,

Ch’ i’ son d’altro poder che tu non credi;

E so far lieti e tristi in un momento.

Più leggiera che ‘1 vento ;

E reggo e volvo quanto al mondo vedi.

Tien pur gli^ occhi, com’« aquila, in quel sole;

Parte dà orecchi a queste mie parole
1 obliando 2 meraviglia » Quando * anticha ^ u e come

11 dì che costei nacque, eran le stelle
Che producon fra voi fetki effetti,^
In luoghi alti ed eletti,^
L’una ver l’altra con amor converse;
Venere e’I padre con benigni aspetti =^
Tenean le parti signorili e belle: ‘

E le luci empie ^ e felle
Quasi in tutto del ciel eran disperse.
Il Sol mai sì bel giorno non aperse:
L’aere e la terra s’allegrava, e l’acque
Per lo mar avean pace e per li fiumi.
Fra tanti amici lumi.

Rime. 261

Una nube lontana mi dispiacque;
La qual temo che ‘n pianto si risolve,”^
Se pietate altramente il ciel non volve.
^ effectJ – electi ^ aspecti * impie ^ resolve

Com’ella venne in questo viver basso,
Ch’ a dir il ver, non fu degno d’averla,
Cosa nova a vederla,
Già santissima e dolce, ancor ^ acerba,
Parea chiusa in ór fin candida perla;
Ed or carpone, or con tremante passo 6

Legno, acqua, terra o sasso
Verde facea, chiara, soave, e l’erba
Con le palme e^ coi pie fresca e superba;
E fiorir co’ begli ^ occhi le campagne,
Ed acquetar i venti e le tempeste
Con voci ancor* non preste
Di lingua che dal latte si scompagne;
Chiaro mostrando al mondo sordo e cieco
Quanto lume del ciel fosse ^ già seco.
1 anchor ^ o ^ coi belli * anchor ^ fusse

Poi che crescendo in tempo ed in virtute,
Giunse alla terza sua fiorita etate,
Leggiadria né beltate
Tanta non vide iF Sol, credo, giammai,
Gli’^ occhi pien di letizia^ e d’onestate,
E ‘1 parlar di dolcezza e di salute. 6

Tutte lingue son mute
A dir di lei quel che tu sol ne sai.
Sì chiaro ha il* volto di celesti rai,
Che vostra vista in lui non può^ fermarse:
E da quel suo bel carcere terreno
Di tal foco hai il® cor pieno,
Ch’altro più dolcemente mai non arse.
Ma parmi che sua subita partita
Tosto ti fia cagion d’amara vita.
^ vidal 2 Li 3 letitia * al 6 pò e ali

jiìi62 Petrarca.

D«tto questo, alla sua volubil rota

Si volse, in ch’ella fila il nostro stame;
Trista e certa indovina^ de’ miei danni;
Che dopo non molt’anni.
Quella per eh’ io ho^ di morir tal fame,
Canzon mia, spense Morte acerba e rea,
Che più bel corpo occider non potea.
1 indivina ^ q

SONETTO CCLXXXII (In morte LIV). *326

Consolazione del danno ricevuto per la morte di Laura, che è la gloria

dì lei in cielo per la vita eterna e in terra per la fama de* buoni.

Prega poi Laura ad aver compassione dì luì.

Or hai^ fatto l’estremo^ di tua possa,
O crudel Morte, or hai ‘l’^ regno d’Amore
Impoverito, or di bellezza il fiore
E ‘1 lume hai* spento, e chiuso in poca fossa;

Or hai* spogliata nostra vita e scossa

D’ogni ornamento e del sovran suo onore ;^
Ma la fama e ‘1 valor, che mai non more,
Non è in tua forza: abbiti ignude l’ossa;

Che l’altro ha’l* Cielo, e di sua chiaritate,
Quasi d’un più bel Sol, s’allegra e gloria;
E fia ‘1 mondo de’ buon sempre in memoria.

Vinca ‘1 cor vostro in sua tanta vittoria, ‘
Angel novo, lassù di me pietate.
Come vinse qui ‘1 mio vostra beltate.
^ ai * lextremo ‘ ail * ai ^ hcnore “al ‘ Victoria

SONETTO CCLXXXIII (In morte LV). *327

Per la morte di Laura dice d’ esser condotto a tale che desidera di

morire, ma che essa Laura ha migliorata condizione, siccome quella che

abbia dormito in questo mondo e si sia svegliata in cielo e debba sperare

in questo mondo per le sue rime vita eterna.

L’aura e l’odore e ‘1 refrigerio e 1′ ombra
Del dolce lauro, e sua vista fiorita,
Lume e riposo di mia stanca vita,
Tolto ha’ colei che tutto ‘1 mondo sgombra.

Rime. 263

Com« a noi ‘1^ Sol, se sua soror l’adombra..
Così l’alta mia luce a me sparita,
lo^ oheggio a Morte incontr’ a Morte aita;
Di sì scuri pensieri* Amor m’ingombra.

Dormito hai,^ bella donna, un breve sonno.
Or se’ svegliata fra gli^ spirti eletti,’
Ove nel suo Fattor ^ l’alma s’ interna.

E, se mie rime alcuna cosa ponno,
Consecrata fra i nobili intelletti,*
Fia del tuo nome qui memoria eterna.

^ Tolt a 2 il 3 I 4 penseri ^ Dormitai * li ‘ electi * factor
» intellecti

SONETTO CCLXXXIV (In morte LVI). *328

Si duole di non aver preveduto la morte di Laura e dalla tristezza sua
e dall’aspetto di lei, quando partendosi la lasciò.

L’ultimo, lasso, de’ miei giorni allegri.

Che pochi ho^ visto in questo viver breve,
Giunt’era;^ e fatto ‘P cor tepida neve,
Forse presago de’ dì tristi e negri.

Qual ha”* già i nervi e i polsi e i pensieri egri
Cui domestica febbre assalir deve,
Tal mi sentia, non sapend’ * io che leve
Venisse ‘1 fin de’ miei ben non integri.

Gli’ occhi belli, ora* in del chiari e felici
Del lume onde salute e vita piove,
Lasciando i miei qui miseri e mendici,

Dicean lor con faville oneste® e nove:

Rimanetevi in pace, o cari amici,

Qui mai più no, ma rivedrenne altrove.

^ o 2 Giunto era ‘ factol * a ^ . enser « sappiend ‘Li * or
” honeste

SONETTO CCLXXXV (In morte LVII). *S29

Si duole dell’ordinamento del cielo che abbia determinato contro quello

che sperava; della sua ignoranza che non vedesse nell’aspetto di Laura

la morte sua.

O giorno, o ora,^ o ultimo momento,

O stelle congiurate a’mpoverirmel

264 Petrarca.

O fido sguardo, or che volei tu dirme,
Partend’ io per non esser mai contento ?
Or conosco i miei danni, or mi risento:

Ch’i’ credeva (ahi- credenze vane e’nfirme!)
Perder parte, non tutto, al dipartirme.
Quante speranze se ne porta il vento!

Che già ‘1 contrario era ordinato in cielo;

Spegner l’almo mio lume ond’ io vivea;

E scritto era in sua dolce amara vista.
Ma ‘nnanzi agU occhi m’era posto ^ un velo,

Che mi fea non veder quel eh’ i’ vedea,

Per far mia vita subito più trista.

^ bora 2 ai s pQst

SONETTO CCLXXXVI (In morte LVIII). *330

È della materia de’ passati sonetti. Si duole di non aver nell’aspetto
preveduta la morte di Laura. Nella prima parte del ragionamento si
conforta a prendersi degli occhi di Laura quel più che ne può, siccome
colui che più non è per vedergli. Nella seconda significa loro dove de-
vono andare, e che di lui debba aviv.nire.

Quel vago, dolce, caro, onesto^ sguardo
Dir parea: to’ di me quel che tu puoi;^
Che mai più qui non mi vedrai da poi
Ch’arai’* quinci ‘1 pie* mosso a mover tardo.

Intelletto^ veloce più che pardo,
Pigro in antiveder^ i dolor tuoi,
Come non vedestu negli’ occhi suoi
Quel che ved’ora ond’ io mi struggo ed ardo?

Taciti, sfavillando oltra lor modo,

Dicean: o lumi amici, che gran tempo.
Con tal dolcezza feste di noi specchi.

Il Ciel n’aspetta: a voi parrà per tempo;
Ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo,
E ‘1 vostro, per farv’ ira, vuol che ‘nvecchi.

1 honesto 2 pQj 3 Chaurai * pe ” Intellecto ” antivedere
‘ nelli

I

ì

Rime. 265

CANZONE XXVI (In morte V). *331

Prova nelle due prime stanze, che morrà prima del giusto termine della
sua vita, poiché morta è Laura. Nelle tre ultime dice che non gli rin-
cresce il morir innanzi tempo, ma di non aver preveduto la morte di
Laura nell’aspetto quando si partì da lei , per poter morire prima di
lei. Nella chiusa conforta gli amanti a morire mentre sono felici.

Solea dalla fontana di mia vita

Allontanarme, e cercar terre e mari,
Non mio voler, ma mia stella seguendo;
E sempre andai (tal Amor diemmi aita),
In quelli esilii,^ quanto e’ vide, amari.
Di memoria e di speme il cor pascendo. 6

Or, lasso, alzo la mano, e l’arme rendo
All’empia e violenta mia fortuna.
Che privo m’ ha^ di sì dolce speranza.
Sol memoria m’avanza;
E pasco ‘1 gran desir sol di quest’una:
Onde l’alma vien man, frale e digiuna.
^ exilij 2 ma

Come a corrier tra via, se ‘1 cibo manca,
Conven per forza rallentar^ il corso.
Scemando la virtù ^ che ‘1 fea gir presto;
Così, mancando alla mia vita stanca
Quel caro nutrimento, in che di morso
Die chi ‘1 mondo fa nudo e ‘1 mio cor mesto, 6
Il dolce acerbo, e ‘1 bel piacer molesto
Mi si fa d’ora in ora:’* onde ‘1 cammino
Sì breve non fornir spero e pavento.
Nebbia o polvere al vento,
Fuggo per più non esser pellegrino.
E così vada, s’ è pur mio destino.
1 rallentare ^ vertu * bora

Mai questa mortai vita a me non piacque
(Sassel Amor, con cui spesso ne parlo)
Se non per lei che fu ‘1 suo lume e ‘1 mio.
Poi che ‘n terra morendo, al ciel rinacque

266 Petrarca.

Quello spirto ond’ io vissi, a seguitarlo

(Licito fosse) ^ è ‘1 mio sommo desio. 6

Ma da dolermi ho^ ben sempre, perch* io

Fui mal accorto a provveder ‘^ mio stato,

Ch’Amor mostrommi sotto quel bel ciglio,

Per darmi altro consiglio:

Che tal morì già tristo e sconsolato,

Cui poco innanzi* era ‘1 morir beato.

1 fusse ” 8 proveder * inanji

Negli ^ occhi ov’ abitar” solea ‘1 mio core,
Fin che mia dura sorte invidia n’ebbe,
Che di sì ricco albergo il pose in bando,
Di sua man propria avea descritto Amore,
Con lettre di pietà, quel ch’avverrebbe^
Tosto del mio sì lungo ir desiando. 6

Bello e dolce morire era allor quando,
Morend’ io, non moria mia vita insieme,”*
Anzi vivea di me l’ottima^ parte:
Or mie speranze sparte

Ha*^ Morte, e poca terra il mio ben preme;
E vivo; e mai noi penso eh’ i’ non treme.

^ Nelli * habitat ^ averrebbe * inseme * optima ^ A

Se Stato fosse ^ il mio poco intelletto –
Meco al bisogno, e non altra vaghezza
L’avesse, desviando, ^ altrove volto.
Nella fronte a Madonna avrei ben letto:’*
Al fin se’ giunto d’ogni tua dolcezza
Ed al principio del tuo amaro molto. 6

Questo intendendo, dolcemente sciolto
In sua presenza^ del mortai mio velo
E di questa noiosa e grave carne,
Rotea innanzi** lei andarne
A veder preparar sua sedia in cielo:
Or l’andrò dietro ornai con altro pelo.

1 fusse – intellecto » disviando * lecto •” presentia • iiiangi

Rime. 267

Canron, s’uom trovi in suo amor viver queto,
Di’: muor mentre se’ lieto:
Che morte al tempo è non duol, ma refugio;
E chi ben può^ morir, non cerchi indugio.
1 pò

SESTINA IX (In morte). *332

Accresce la infelicità della presente sua miseria col paragonarla con la
passata felicità e desidera di morire per uscirne. Questa è sestina

doppia.

Mia benigna fortuna e ‘1 viver lieto,

I chiari giorni e le tranquille notti,

E i soavi sospiri, e ‘1 dolce stile

Che solea risonar^ in versi e ‘n rime.

Volti subitamente in doglia e ‘n pianto

Odiar vita mi fanno e bramar morte.

Crudele, acerba, inesorabile Morte,
Cagion mi dai di mai non esser lieto,
Ma di menar tutta mia vita in pianto,
E i giorni oscuri e le dogliose notti.
I miei* gravi sospir non vanno in rime,
E ‘1 mio duro martir vince ogni stile.

Ov*^ è condotto^ il mio amoroso stile?
A parlar d’ ira, a ragionar di morte.
U’ sono i versi, u’ son giunte le rime
Che gentil cor udia pensoso e lieto?
Ov’ è ‘1 favoleggiar d’amor le notti?
Or non pari’ io ne penso altro che pianto.

Già mi fu col desir sì dolce il pianto,
Che condia di dolcezza ogni agro stile,
E vegghiar mi facea tutte le notti:
Or m’ è ‘1 pianger amaro più che morte.
Non sperando mai ‘1 guardo onesto*^ e lieto.
Alto soggetto’ alle mie basse rime.

Chiaro segno Amor pose alle mie rime

Dentro a’ begli® occhi; ed or l’ha’^ posto in pianto

268 Petrarca.

Con dolor rimembrando» il tempo lieto:
Ond’ io vo col penser cangiando stile,
E ripregando te, pallida Morte,
Che mi sottragghi a sì penose notti.

Fuggito è ‘1 sonno alle mie crude notti,
E ‘1 suono usato alle mie roche rime,
Che non sanno trattar altro che morte:
Così e ‘1 mio cantar converso in pianto.
Non ha^^’l regno d’Amor sì vario stile,
Ch’ è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.

Nessun ^^ visse giammai più di me lieto.
Nessun ^^ vive più tristo e giorni e notti:
E doppiando ‘1 dolor, doppia lo stile.
Che trae del cor sì lagrimose^^ rime.
Vissi di speme; or vivo pur di pianto.
Né centra Morte spero altro che Morte.

Morte m’ ha^*^ morto; e sola può^* far Morte
Ch’ i’ torni a riveder quel viso lieto.
Che piacer mi facea i sospiri e ‘1 pianto,
L’aura dolce e la pioggia a le mie notti;
Quando i pensieri eletti ^^ tessea in rime,
Amor alzando il mio debile stile.

Or avess’ io un sì pietoso stile

Che Laura mia potesse tórre a Morte,
Com’ Euridice Orfeo ^*^ sua senza rime:
Ch’ i’ viverci ancor ^’ più che mai lieto.
S’esser non può, qualcuna ^^ d’este notti
Chiuda omai queste due fonti di pianto.

Amor, i’ ho ^^ molti e molt’anni pianto
Mio grave danno in doloroso stile;
Né da te spero mai men fere notti;
E però mi son mosso a pregar Morte
Che mi tolla di qui, per farme lieto
Ov’-^è colei ch’io-‘ canto e piango in rime.

Rime. 269

Se sì alto pon gir mie stanche rime,

Ch’aggiungan ^^ lei eh’ è fuor d’ ira e di pianto,

E fa ‘1 ciel or di sue bellezze lieto,

Ben riconoscerà ‘1 mutato stile,

Che già forse le piacque, anzi che Morte

Chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.

O voi che sospirate a miglior notti,
Ch’ascoltate d’Amore o dite in rime,
Pregate non mi sia più sorda Morte,
Porto delle miserie e fin del pianto;
Muti una volta quel suo antico ^’^ stile,
Ch’ogni uom attrista, e me può^* far sì lieto.

Far mi può^^ lieto in una o ‘n poche notti;
E ‘n aspro stile e ‘n angosciose rime
Prego che ‘1 pianto mio finisca Morte.
1 resonare ^ inexorabil ^ mei * Ove ^ condutto ^ honesto
‘ sogetto 8 belli * la ^^ a ^^ Nesun ^^ lacrimose ^’ ma ^* pò
^5 penseri electi ^® orpheo i’ anchor ^^ pò qualchuna i” o ^o Ove
21 chi 22 agiungan 23 antiquo 24 pò

SONETTO CCLXXXVII (In morte LIX). *333

Significa a Laura che è in cielo il presente sfato di lui, e che la Morie
gli s’avvicina e la prega che gli sia presta in sul passare.

Ite, rime dolenti, al duro sasso

Che ‘1 mio caro tesoro^ in terra asconde;

Ivi chiamate chi dal ciel risponde,

Benché ‘1 mortai sia in loco oscuro e basso.

Ditele eh’ i’ son già di viver lasso,

Del navigar per queste orribili^ onde;
Ma ricogliendo le sue sparte fronde,
Dietro le vo pur così pajsso passo,

Sol di lei ragionando viva e morta.
Anzi pur viva, ed or fatta immortale,
Acciocché^ ‘1 mondo la conosca ed ame.
Piacciale al mio passar esser accorta,

Ch’ è presso omai; siami all’incontro, e quale
Ella è nel cielo, a se mi tiri e chiame.
^ thesoro 2 horribili ^ A ciò che

270 Petrarca,

SONETTO CCLXXXVIII (In morte LX). *334

Domanda in guiderdone del suo amore che Laura gli apparisca in morto
ed abbia compassione de’ suoi affanni.

S’onesto amor può^ meritar mercede,
E se pietà ancor può^ quant’ella suole,
Mercede avrò, che più chiara che ‘1 sole
A Madonna ed al mondo è la mia fede.

Già di me paventosa, or sa, noi crede,
Che quello stesso ch’or per me si vole,
Sempre si volse; e s’ella udia parole
O vedea ‘1 volto, or l’animo e ‘1 cor vede.

Ond’ i’ spero che ‘nfin dal^ elei si doglia
De’ * miei tanti sospiri : e così mostra,
Tornando a me sì piena di pietate.
E spero eh’ al por giù di questa spoglia
Venga per me con quella gente nostra,
Vera amica di Cristo e d’onestate.
1 pò 2 anchor pò ^ al * Di

SONETTO CCLXXXIX (In morte LXI). *335

Scusa perchè non sia simile a Laura in santità e perchè le virtù erano

troppo eccellenti in Laura, e perchè morì tosto, e quindi, presa cagione,

sospira la bellezza degli occhi perduta.

Vidi fra mille donne una già tale,

Ch’amorosa paura il cor m’assalse.

Mirandola in immagini^ non false

Agli 2 spirti celesti in vista eguale.
Niente in lei terreno era o mortale,

Siccome a cui del ciel, non d’altro, calse.

L’alma, ch’arse per lei sì spesso ed alse.

Vaga d’ ir seco, aperse ambedue l’ale.

Ma tropp’era alta al mio peso terrestre:
E poco poi m’uscì ‘n^ tutto di vista;
Di che pensando, ancor m’agghiaccio* e torpo.

O belle ed alte e lucide fenestre
Onde colei che molta gente attrista
Trovò la via d’entrare in sì bel corpo!
* imagini ^ Ali ” nusci in * anchor maghiaccio

R5m«. 271

SONETTO CCXC (In morte LXII). *33ó

Tanto ha fissa Laura nella mente, che se non si ricordasse della morfe
giudicherebbe lei essere veramente presente e viva

Tornami a mente, anzi v’ è dentro, quella
Ch’ indi per Lete^ esser non può^ sbandita,
Qual io la vidi in su l’età fiorita,
Tutta accesa de’ raggi di sua stella.

Sì nel mio primo occorso onesta^ e bella
Veggiola in se raccolta e sì romita.
Ch’i’ grido: eli’ è ben dessa; ancora* è in vita;
E ‘n don le cheggio sua dolce favella.

Talor risponde e talor non fa motto.

r, com’uom*^ ch’erra e poi più dritto estima,

Dico alla mente mia: tu se’ ‘ngannata:
Sai che ‘n mille trecento quarantotto,

Il dì sesto d’aprile, in l’ora prima,

Del corpo uscio quell’anima beata.
1 Lethe ^ p© 3 honesta * anchor ^ come huom

SONETTO CCXCI (In morte LXIII). *337

Tutto il colmo della bellezza fu in Laura, qual morta si dee men dolere
il Petrarca di perdere la vista, la quale gli è staio data sol per con-
templar Laura.
Questo nostro caduco e fragil bene,
Ch’è vento ed ombra ed ha^ nome beltate,
Non fu giammai, se non in questa etate,
Tutto in un corpo; e ciò fu per mie pene.
Che Natura non voi, né si convene,

Per far ricco un, por gli^ altri in povertate:
Or versò in una ogni sua largì tate;
Perdonimi qual è bella, o si tene.
Non fu simil bellezza antica^ o nova;
Né sarà, credo: ma fu sì coverta,
Ch’ appena* se n’ accorse il mondo errante.
Tosto disparve; onde ‘1 cangiar mi giova
La poca vista a me dal ciel offerta
Sol per piacer alle sue luci sante,
la « li » anticha * Chapena

272 Petrarca.

SONETTO CCXCII (In morte LXIV). *338

Desidera di convertirsi da cosa trascorrevole ad eterna.

tempo, o ciel volubil, che fuggendo
Inganni i ciechi e miseri mortali;

O dì veloci più che vento e strali,
Or ab esperto^ vostre frodi intendo.

Ma scuso voi, e me stesso riprendo:
Che Natura a volar v’aperse l’ali;
A ms diede occhi: ed io pur ne’ miei mali
Li tenni; onde vergogna e dolor prendo.

E sarebbe ora, ed è passata ornai.
Da rivoltarli in più secura parte,
E poner fine agl’infiniti^ guai.

Né dal tuo giogo. Amor, l’alma si parte,
Ma dal suo mal; con che studio, tu’l sai:
Non a caso è virtute,^ anzi è bell’arte.
1 Ora ab experto 2 alinfiniti ^ vertute

SONETTO CCXCIII (In morte LXV). *339

Ben a ragione e’ ieneasi felice in amarla, se Dio se la tolse come cosa sua.

Quel che d’odore e di color vincea
L’odorifero e lucido oriente,
Frutti, fiori, erbe^ e f rondi; onde ‘1 ponente
D’ogni rara eccellenzia”^ il pregio avea,

Dolce mio lauro, ov’abitar^ solca
Ogni bellezza, ogni virtute* ardente,^
Vedeva alla sua ombra onestamente^
Il mio Signor sedersi e la mia Dea.

Ancor ^ io il nido di pensieri eletti’

Posi in quell’alma pianta; e ‘n foco e ‘n gelo^
Tremando, ardendo, assai felice fui.

Pieno era’l® mondo de’ suoi onor perfetti ;^<^
AUor che Dio, per adornarne il cielo,
La si ritolse: e cosa era da lui.

1 herbe ^ excellentia ^ ove habitar * vertute ^ honestamente
■■’ Anchor ‘ penseri electi » gielo » il ^° honor perfecti

MEDl^^

8T. MICHAEL’8

‘^^

I

I

Rime. 273

SONETTO CCXCIV (In morte LXVI). *340

Dice che niuno si duole della morte dì Laura, se non egli, sebbene il
danno tocchi ad ognuno, perchè niuno la conobbe se non egli e Dio.

Lasciato hai,^ Morte, senza sole il mondo
Oscuro e freddo, Amor cieco ed inerme,
Leggiadria ignuda, le bellezze inferme,
Me sconsolato ed a me grave pondo:

Cortesia in bando ed onestate’^ in fondo:
Dogliom’io sol, né sol ho^ da dolerme;
Che svelt’ hai* di virtute-” il chiaro germe.
Spento il primo valor, qual fia il secondo?

Pianger l’aer e la terra e ‘1 mar devrebbe
L’uman legnaggio, che senz’ella, è quasi
Senza fior prato, o senza gemma anello.

Non la conobbe il mondo mentre l’ebbe:
Conobbil’ io, ch’a pianger qui rimasi,
E ‘1 Ciel, che del mio pianto or si fa bello.

^ ai 2 honestate ^ o * ai ” vertute

SONETTO CCXCV (In morte LXVII). *341

si scusa perchè non abbia scritto lodi uguali alle bellezze di Laura, o
aggrandisce le virtù di lei con dire che /’ intelletto infusogli dalla Na-
tura e lo ingegno acquistato per studio compresero le bellezze del corpo,
non quelle dell’animo di lei, onde la mano non potè scriverle, né la
lingua esprimere.

Conobbi, quanto il Ciel gli^ occhi m’aperse,
Quanto studio ed Amor m’alzaron l’ali.
Cose nuove’^ e leggiadre, ma mortali,
Che ‘n un soggetto ogni stella cosperse.

L’altre tante, sì strane e sì diverse
Forme altere, celesti ed immortali,
Perchè non furo all’intelletto^ eguali.
La mia debile vista non sofferse.

Onde quant’io di lei parlai né scrissi.

Ch’or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,
Fu breve stilla d’infiniti abissi;
Bibl. rom. 12/15. 16

274 Petrarca.

Che stilo oltra l’ingegno non si stende;
E per aver uom gli* occhi nel Sol fissi,
Tanto si vede men, quanto più splende.
1 li 2 nove ‘ alintellecto * li

SONETTO CCXCVI (In morte LXVIII). =^342

Non essendo consolato il Petrarca dall’ apparizioni di Laura, la invita
ad apparirgli. E prima si maraviglia che non gli sia apparita, non
potendo ciò avvenire se non perchè il Cielo la ritenga o perchè ella sia
sdegnata, delle quali cose né l’una né l’altra può esser vera, non al-
bergando in Cielo né crudeltà né sdegno.

Dolce mio caro e prezioso^ pegno,

Che Natura mi tolse e ‘1 Ciel mi guarda,
Deh^ come è tua pietà ver me sì tarda,
O usato di mia vita sostegno?

Già suo’ tu far il mio sonno almen degno
Della tua vista, ed or sostien eh’ i’ arda
Senz’ alcun refrigerio: e chi ‘1 ritarda?'”*
Pur lassù non alberga ira né sdegno;

Onde quaggiuso* un ben pietoso core
Talor si pasce degli” altrui tormenti.
Sì ch’egli^ è vinto nel suo regno Amore.
Tu che dentro mi vedi, e ‘1 mio mal senti,
E sola puoi finir tanto dolore,
Con la tua ombra acqueta i miei lamenti.
1 precioso ^ De ^ retarda * quagiuso * delli • chelli

SONETTO CCXCVII (In morte LXIX). *343

Questo Sonetto si congiunge di materia col passato. Aveva il Petrarca
*atta menzione a Laura che lo venisse a consolare. Or in questo rac-
conta come fu racconsolato.

Deh^ qual pietà, qual angel fu sì presto
A portar sopra ‘1 cielo il mio cordoglio?
Ch’ancor^ sento tornar pur come soglio
Madonna in quel suo atto dolce onesto^

Ad acquetar”* il cor misero e mesto.
Piena sì d’umiltà, vota d’orgoglio,”^
E ‘n somma tal, eh’ a morte i’ mi ritoglio,
E vivo, e ‘1 viver più non m’ è molesto.

Rime. 275

Beata s’ è, che può** beare altrui

Con’ la sua vista, ovver con^ le parole
Intellette^ da noi soli ambedui.

Fedel mio caro, assai di te mi dole;

Ma pur per nostro ben dura ti fui:

Dice, e cos’altro d’arrestar ^^ il Sole.

‘ De 2 Chanchor ^ honesto * acquetare * dargoglio « pò ‘ Co
** o ver cole * Intellecte ^” darrestare

SONETTO CCXCVIII (In morte LXX). *344
Menir’ ef piange, Laura accorre ad asciugargli le lagrime e lo riconforta.

Del cibo onde ‘1 Signor mio sempre abbonda,^
Lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco;
E spesso tremo e spesso impallidisco
Pensando alla sua piaga aspra e profonda.

Ma chi ne prima, simil, né seconda

Ebbe al suo tempo, al letto ^ in ch’io languisco,
Vien tal ch’appena” a rimirar l’ardisco,
E pietosa s’asside in su la sponda.

Con quella man che tanto desiai.

M’asciuga gli’^ occhi, e col suo dir m’apporta
Dolcezza ch’uom mortai non sentì mai.
Che vai, dice, a saver, chi si sconforta?

Non pianger più; non m’hai^ tu pianto assai?
Ch’or fostu vivo com’io non son morta.
* abonda 2 lecto ^ chapena * li ^ mai

SONETTO CCXCIX (In morte LXXI). *345

E’ morrebbe di dolore, s’ella talvolta noi consolasse co’ suoi apparimenti.
Ripensando a quel, ch’oggi il cielo onora, ^
Soave sguardo, al chinar l’aurea testa.
Al volto, a quella angelica modesta
Voce, che m’addolciva’^ ed or m’accora;
Gran maraviglia ho’^ com’io viva ancora:*
Né vivrei già, se chi tra bella e onesta,^
Qual fu più, lasciò in dubbio, non sì presta
Fosse** al mio scampo là verso l’aurora.

276 Petrarca.

O che dolci accoglienze’ e caste e pie!
E come intentamente ascolta e nota
La lunga istoria*^ delle pene mie!
Poi che ‘1 dì chiaro par che la percota,
Tornasi al Ciel, che sa tutte le vi*”.,
Umida gli® occhi e l’una e l’altra gota.
1 honora ^ madolciva » meraviglia o * anchora ^ honesta
6 Fusse 7 accoglenge * historia ^ Humida li

SONETTO CCC (In morte LXXII). *346

// dolore di averla perduta è sì iorte, che niente più varrà a miti-
garlo.

Fu forse un tempo dolce cosa amore

(Non perch’io^ sappia il quando); or è sì amara
Che nulla più. Ben sa ‘1 ver chi 1’ impara,
Com’ ho^ fatt’ io con mio grave dolore.

Quella che fu del secol nostro onore,'”^
Or è del ciel che tutto orna e rischiara;
Fé mia requie a’ suoi giorni e breve e rara,
Or m’ ha^^ d’ogni riposo tratto fore.

Ogni mio ben crudel Morte m’ha-^ tolto;
Né gran prosperità il mio stato avverso*^
Può’ consolar di quel bel spirto sciolto.

Piansi e cantai; non so più mutar verso,
Ma dì e notte il duci nell’alma accolto,
Per la lingua e per gli^ occhi sfogo e verso.
M 2 o ‘ honore * ma » ma r volea dimandar, « rispond’^ io allora,

>Che voglion importar quelle due frondi. «

Ed ella: » tu medesmo ti rispondi,

Tu la cui penna tanto l’una onora.’^

Palma è vittoria;^ ed io, giovene ancora,*

Vinsi ‘P mondo e me stessa: il lauro segna 6

Trionfo,” end’ io son degna,

Mercè di quel Signor che mi die forza.

Or tu, s’altri ti sforza,

A lui ti volgi, a lui chiedi soccorso;

Sì che Siam seco al fine del tuo corso. «

1 demandar respond – honora ^ Victoria * anchora ^ il
‘ Triumpho

» Son questi i capei biondi e l’aureo nodo, «

Dico io,^ »ch’ancor mi stringe, e quei begli- occhi
Che fur mio Sol?« »Non errar con gli^ sciocchi
Né parlar, dice, » o creder a lor modo.
Spirito ignudo sono, e ‘n ciel mi godo:
Quel che tu cerchi, è terra già molt’anni: 6

Ma per trarti d’affanni,
M’è dato a parer tale. Ed ancor* quella
Sarò, più che mai bella,
A te più cara, sì selvaggia e pia
Salvando insieme^ tua salute e mia. «
A Dichio ” belli “li * anchor ^ inseme

Rime. 283

r piango; ed ella il volto
Con^ le sue man m’asciuga; e poi sospira
Dolcemente; e s’adira
Con parole che i sassi romper ponno:
E dopo questo, si parte ella e ‘1 sonno.

CANZONE XXVIII (In morte VII). «SSó

Si difende il Petrarca dalle riprensioni che gli erano date o gli potevano
esser date dal mondo del suo amore. Finge un giudizio, nel quale egli
prende la parte del mondo ed accusa non se, ma in luogo di se Amore,
al quale attribuisce la difesa sua; e fa giudice la Ragione, la quali
non dà sentenza, ma domanda proroga, e dice che la cosa non è a la
ben manifesta.

Queir ^ antiquo mio dolce empio signore
Fatto citar dinanzi alla reina
Che la parte divina
Tien ti nostra natura e ‘n cima sede,
Ivi, com’ero che nel foco affina,
Mi rappresento carco di dolore, 6

Di paura e d’orrore.

Quasi uom^ che teme morte e ragion chiede;
E’ncomincio: » Madonna, il manco piede
Giovenetto pos’ io nel costui regno :
Ond’ altro ch’ira e sdegno
Non ebbi mai; e tanti e sì diversi
Tormenti ivi soffersi,
Ch’ al fine vinta fu quella^ infinita
Mia pazienza,* e ‘n odio ebbi la vita.
1 Quel * huom ‘ quell * patientia

Così ‘1 mio tempo infin qui trapassato

È in fiamma e ‘n pene; e quante utili oneste’

Vie sprezzai, quante feste,

Per servir questo lusinghier crudele!

E qual ingegno ha^ sì parole preste

Che stringer possa ‘1 mio infelice stato, 6

E le mie d’esto ingrato

284 Petrarca.

Tante e sì gravi e sì giuste querele?
Oh’^ poco mei, molto aloè con felel
In quanto amaro ha* la mia vita avvezza-‘*
Con sua falsa dolcezza,
La qual m’attrasse all’amorosa schiera!
Che, s’ i’ non m’ inganno, era
Disposto a sollevarmi alto da terra:
E’ mi tolse di pace e pose in guerra.
1 honeste 2 ^ s O * a ^ avezza

Questi m’ha^ fatto men amare Dio

Ch’ i’ non devea,* e men curar me stesso:
Per una donna ho” messo
Egualmente in non cale ogni penserò.
Di ciò m’è stato consiglier sol esso,
Sempr’aguzzando il giovenil desio
All’empia cote ond’ io
Sperai riposo al suo giogo aspro e fero.
Misero! a che quel chiaro ingegno altero,
E l’altre doti a me date dal Cielo?
Che vo cangiando ‘1 pelo,
Né cangiar posso l’ostinata voglia:
Così in tutto mi spoglia
Di libertà questo crudel eh’ i’ accuso.
Ch’amaro viver m’ha^ volto in dolce uso.
‘ a – deveva ^ o * a

Cercar m’ha^ fatto deserti paesi,
Fiere e ladri rapaci, ispidi” dumi,
Dure genti e costumi.
Ed ogni error eh’ e’ pellegrini intrica;
Monti, vaUi, paludi e mari e fiumi;
Mille lacciuoli in ogni parte tesi;
E ‘1 verno in strani mesi,
Con pericol presente e con fatica:
Né costui né quell’altra mia nemioa
Ch’ i’ fugfia, mi lasciavan sol un punto.

Rime. 285

Onde, s’ ì’ non son giunto
Anzi tempo da morte acerba e dura,
Pietà celeste ha’^ cura
Di mia salute, non questo tiranno.
Che del mio duol si pasce e del mio danno,
la 2 hispidi 3 a

Poi che suo fui, non ebbi ora’ tranquilla.
Ne spero aver; e le mie notti il sonno
Sbandirò, e più non ponno
Per erbe^ o per incanti a se ritrarlo.
Per inganni e per forza è fatto donno
Sovra miei spirti; e non sonò poi squilla, 6

Ov’io sia in qualche villa,
Ch’ i’ non l’udissi.” Ei sa che ‘1 vero parlo:
Che legno vecchio mai non rose tarlo
Come questi ‘1 mio core, in che s’annida,
E di morte lo sfida.
Quinci nascon le lagrime e i martiri.
Le parole e i sospiri,
Di ch’io mi vo stancando, e forse altrui.
Giudica tu, che me conosci e lui,«
■^ bora 2 herbe ^ udisse

Il mio avversario^ con agre rampogne
Comincia: »o donna, intendi l’altra parte,
Che ‘1 vero, onde si parte
Quest’ingrato, dirà senza difetto.^
Questi in sua prima età fu dato all’arte
Da vender parolette, anzi menzogne: 6

Né par che si vergogne.
Tolto da quella noia al mio diletto,^
Lamentarsi di me, che puro e netto
Centra al desio, che spesso il suo mal vole,
Lui tenni, ond’or si dole,
In dolce vita, eh’ ei miseria chiama.
Salito in qualche fama

286 Petrarca.

Solo per me, che ‘1 suo intelletto* alzai
Ov’ alzato per se non fora mai.
‘ adversario ‘ defecto ‘ dilecto ♦ intellecto

Ei sa che ‘1 grande Atride e l’alto Achille,

Ed Annibale al terren vostro amaro,

E di tutti il più chiaro

Un altro e di virtute^ e di fortuna,

Com’a ciascun le sue stelle ordinare,

Lasciai cader in vii amor d’ancille: 6

Ed a costui di mille

Donne elette eccellenti^ n’elessi una

Qual non si vedrà mai sotto la luna,

Benché Lucrezia* ritornasse a Roma;

E sì dolce idioma^

Le diedi ed un cantar tanto soave.

Che pensieri basso o grave

Non potè mai durar dinanzi a lei.

Questi fur con costui gì” inganni miei.

^ Hanibal ‘■^ vertute • electe excelienti * Lucretia ^ 7dioma
^ penser ” li

Questo fu il fel, questi gli ^ sdegni e l’ ire,
Più dolci assai che di nuU’altra il tutto.
Di buon 2 seme mal frutto
Mieto: e tal merito ha^ chi ‘ngrato serve.
Sì l’avea sotto l’ali mie condutto,
Ch’ a donne e cavalier piacea ‘1* suo dire; 6
E sì alto salire

Il feci, che tra’ caldi ingegni ferve
Il suo nome; e de’ suoi detti conserve
Si fanno con diletto in alcun loco;
Ch’or saria forse un roco
Mormora dor di corti, un uom* del vulgo:
r l’esalto** e divulgo

Per quel ch’egli ‘mparò’ nella mia scola
E da colei che fu nel mondo sola.
1 li * bon * a * il ‘ huom * exalto ■ ellimparo

Rime. 267

E per dir airestremo’ il gran servigio,
Da miir atti inonesti l’ho’^ ritratto;
Che mai per alcun patto ^
A lui piacer non poteo cosa vile;
Giovene schivo e vergognoso in atto*
Ed in pensier,^ poi che fatt’ ® era uom ‘ ligio 6
Di lei, ch’alto vestigio
L’impresse al core, e fecel suo simile.
Quanto ha® del pellegrino e del gentile,
Da lei tene e da me, di cui si biasma.
Mai notturno^ fantasma
D’error non fu sì pien, com’ ei ver noi ;
Ch’ è in grazia,^^ da poi
Che ne conobbe, a Dio ed alla gente;
Di ciò il superbo si lamenta e pente.

* extremo * Da mille acti inhonesti lo ^ pacto * acto ‘ penser
^ fatto ‘ huom ^ a * nocturno *” gratia

Ancor ^ (e questo è quel che tutto avanza)
Da volar sopra ‘1 ciel gli ‘^ avea dat’ ali
Per le cose mortali,

Che son scala al Fattor, chi ben l’estima.
Che mirando ei ben fiso quante e quali
Eran virtù ti ‘^ in quella sua speranza, 6

D’una in altra sembianza
Potea levarsi all’alta cagion prima:
Ed ei r ha^ detto alcuna volta in rima.
Or m’ ha* posto in obblio^ con quella donna
Ch’ i’ li die’ per colonna
Della sua frale vita.« A questo, un strido
Lagrimoso alzo, e grido:
»Ben me la die, ma tosto la ritolse.*
Risponde:^ io no, ma chi per se la volse.

* Anchor » Ji » vertuti * a ^ oblio « Responde

Al fin ambo conversi al giusto seggio,

Io* con tremanti, ei con voci alte e crude.
Ciascun per se conchiude:

90 Petrarca

* Nobile donna, tua sentenza- attendo, e
Ella allor sorridendo:
»Piacemi aver vostre questioni udite,
Ma più tempo bisogna a tanta lite.«
i I 2 sen lentia

SONETTO CCCIX (In morte LXXXI). *357

di fuma.

Dicemi spesso il mio fidato speglio,
L’animo stanco e la cangiata scorza
E la scemata mia destrezza e forza:
Non ti nasconder più; tu se’ pur veglio.

Obbedir^ a Natura in tutto è il meglio;
Ch’ a contender con lei il tempo ne sforza.
Subito allor, com’acqua il foco ammorza,
D’un lungo e grave sonno mi risveglio:
E veggio ben che’l nostro viver vola,
E ch’esser non si può^ più d’una volta;
E ‘n mezzo ‘1 cor mi sona una parola
Di lei eh’ è or dal suo bel nodo sciolta.
Ma ne’ suoi giorni al mondo fu sì sola,
Ch’ a tutte, s’ i’ non erro, fama ha tolta.

1 Obedir ^ amorza ^ pò * a

SONETTO CCCX (In morte LXXXII). *358

lo conseguirà.
Volo con l’ali de pensieri al Cielo

Sì spesse volte, che quasi un di loro

Esser mi par c’hann’Mvi il suo tesoro.

Lasciando in terra lo squarciato velo.
Talor mi trema ‘1 cor d’un dolce gelo,

Udendo lei per eh’ io mi discoloro,

Rime. 289

Dirmi: »amico, or t’ am’ io ed or t’onoro,
Pero’ hai costumi variati e ‘1 pelo.«

Menami al suo Signor: allor m’ inchino,
Pregando umilemente^ che consenta
Ch’ i’ sti’ ^ a veder e l’uno e l’altro volto.

Risponde:.^ »egli è ben fermo il tuo destino;
E per tardar ancor ^ vent’ anni o trenta,
Parrà a te troppo, e non fia però molte. • la grazia abbonda.’

Rime. 295

Con le ginocchia della mente inchine

Prego che sia mia scorta,

E la mia torta via drizzi a buon fine.

‘ exempio ‘^ penseri ‘ verginità * pò •* ioconda ^ abondo ‘ grafia
abonda

Vergine chiara e stabile in eterno.
Di questo tempestoso mare stella,
D’ogni fedel nocchier fidata guida,
Pon mente in che terribile procella
r mi ritrovo, sol, senza governo.
Ed ho^ già da vicin l’ultime strida. 6

Ma pur in te l’anima mia si fida;
Peccatrice, i’ noi nego.
Vergine; ma ti prego
Che ‘1 tuo nemico del mio mal non rida:
Ricorditi che fece il peccar nostro
Prender Dio, per scamparne.
Umana ^ carne al tuo virginal chiostro.
‘ o ^ Humana

Vergine, quante lagrime ho^ già sparte,
Quante lusinghe e quanti preghi indarno
Pur per mia pena e per mio grave danno!
Da poi eh’ i’ nacqui in su la riva d’Arno,
Cercando or questa ed or quell’^ altra parte,
Non è stata mia vita altro ch’affanno, 6

Mortai bellezza, atti e parole m’ hanno ^
Tutta ingombrata l’alma.
Vergine sacra ed alma,

Non tardar, eh’ i’ son forse all’ ultim’* anno.
I dì miei, più correnti che saetta.
Fra miserie e peccati
Sonsen andati, e sol Morte n’aspetta.
1 “^ quel ^ manne * ultimo

Vergine, tale è terra e posto ha^ in doglia
Lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne;

296

Petrarca.

E di mille miei mali un non sapea;
E per saperlo, pur quel che n’avvenne*
Fora avvenuto;’ ch’ogni altra sua voglia
Era a me morte ed a lei fama rea. 6

Or tu, Donna del ciel, tu nostra Dea
(Se dir lice e conviensi),*
Vergine d’alti sensi,

Tu vedi il tutto; e quel che non potea
Far altri, è nulla alla tua gran virtute. ‘
Por fine al mio dolore;
Che a* te onore’ ed a me fia salute.
a “avenne » avenuto * convensi ^vertute « Cha ‘ honore

Vergine, in cui ho^ tutta mia speranza
Che possi e vogli al gran bisogno aitarme,
Non mi lasciare in su l’estremo ^ passo:
Non guardar me, ma chi degnò crearme;
No ‘1 mio valor, ma l’alta sua sembianza
Ch’ è in me, ti mova a curar d’uom sì basso. 6
Medusa e l’error mio m’han^ fatto un sasso
D’umor vano stillante;
Vergine, tu di sante
Lagrime e pie adempì ‘1 mio* cor lasso;
Ch’almen l’ultimo pianto sia devoto,
Senza terrestre limo.
Come fu ‘1 primo non d’insania vóto.

‘ o ^ extremo ‘^ man * meo
Vergine umana^ e nemica d’orgoglio.
Del comune principio amor t’induca;
Miserere d’un cor contrito, umile i^
Che se poca mortai terra caduca
Amar con sì mirabil fede soglio.
Che devrò far di te, cosa gentile? (■

Se dal mio stato assai misero e vile
Per le tue man resurgo,
Vergine, i’ sacro e purgo
Al tuo nome e pensieri” e ‘ngegno e stile,

Rime. 297

La lingua e ‘1 cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
E prendi in grado i cangiati desiri,
humana – humile ” penseri

II dì s’appressa, e non pota esser lunge,

Sì corre il tempo e vola,

Vergine unica e sola,

E ‘1 cor or coscienza^ or morte punge.

Raccomandami al tuo Figliuol, verace

Uomo^ e verace Dio,

Ch’ accolga il’”^ mio spirto ultimo in pace,
conscientia ■ Homo ” Chaccolgal

INDICE ALFABETICO

DEL CANZONIERE

SONETTI

No.

Ahi, bella libertà, come tu m’hai, 97

Al cader d’una pianta, che si svelse 318

Alma felice, che sovente torni 282

Almo Sol, quella fronde ch’io sol’amo; , . . 188

Amor, che meco al buon tempo ti stavi 302

Amor, che’ncende’l cor d’ardente zelo; 182

Amor, che nel pensier mio vive e regna 140

Amor, che vedi ogni pensiero aperto 163

Amor con la man destra il lato manco 228

Amor con sue promesse lusingando 76

Amor ed io sì pian di maravig’ia 160

Amor, fortuna, e la mia mente schiva 124

Amor fra l’erbe una leggiadra rete 181

Amor, io fallo, e veggio il mio fallire; 236

Amor m’ ha posto come segno a strale, 133

Amor mi manda quel dolce penserò 168

Amor mi sprona in un tempo ed af frena, 178

Amor, Natura e la bell’alma umile, 184

Amor piangeva, ed io con lui talvolta 25

Anima bella, da quel nodo sciolta 305

Anima, che diverse cose tante 204

A pie de’ colli ove la bella vesta 8

Apollo, s’ ancor vive il bel desio 34

Arbor vittoriosa trionfale, 263

Aspro core e selvaggio, e cruda voglia 265

Aura che quelle chiome bionde e crespe 227

Avventuroso più d’altro terreno, lOS

Beato in sogno, e di languir contento, 212

Benedetto sia ‘1 giorno e’I mese l’anno 61

Ben sapev’ io che naturai consiglio, 69

INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE 299

No.

Cantai; or piango, e non men di dolcezza 229

Cara la vita, e dopo lei mi pare 262

Cercato ho sempre solitaria vita 259

Cesare, poi che ‘1 traditor d’Egitto 102

Che fai, alma? che pensi? avrem mai pace? 150

Che fai? che pensi? che pur dietro guardi 273

Chi vuol veder quantunque può Natura 248

(x)me’l candido oè per l’erba fresca 165

Come talora al caldo tempo sole 141

Come va ‘1 mondo! or mi diletta e piace 290

Conobbi, quanto il Ciel gli occhi m’aperse, 341

Così potess’io ben chiuder in versi 95

Da’ più begli occhi e dal più chiaro viso 350

Datemi pace, o duri miei pensieri: 274

Deh porgi mano all’affannato ingegno, 364

Deh qual pietà, qual angel fu sì presto 343

Del cibo, onde ‘1 Signor mio sempre abbonda 344

Del mar tirreno alla sinistra riva, 67

Dell’empia Babii”>nia, ond’ è fuggita 114

Dicemi spesso il mio fidato speglio, 35′

Dicesett’ anni ha già rivolto il cielo 122

Di dì in dì vo cangiando il viso e ‘1 pelo; 195

Discolorato hai. Morte, il più bel volto 283

Dodici donne onestamente lasse, 225

Dolce mio caro e prezioso pegno, 342

Dolci durezze e placide repulse, 362

Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci, 205

Donna, che lieta col principio nostro 349

Due gran nemiche insieme erano aggiunte 297

Due rose fresche, e colte in paradiso 245

D’un bel, chiaro, polito e vivo ghiaccio 202

E’ mi par d’or in ora udire il messo 351

È questo ‘1 nido in che la mia fenice 321

Era ‘1 giorno eh’ al Sol si scoloraro 3

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, 90

Far potess’io vendetta di colei 256

Fera stella (se’l Cielo ha forza in noi 174

Fiamma dal ciel su le tue trecce piova, 136

Fontana di dolore, albergo d’ira, 138

Fresco, ombroso, fiorito e verde colle 243

Fu forse un tem.o dolce cosa amore 346

Fuggendo la prigione ov’Amor m’ebbe 89

Ceri, quando taior meco s’adira 179

Già desiai con sì giusta querela 217

Già fiammeggiava l’amorosa stella 33

300 INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE

No.

Giunto Alessandro alla famosa tomba 187

Giunto m’ha Amor fra belle e crude braccia 171

Gli angeli eletti e l’anime beate 348

Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente 292

Gloriosa Colonna, in cui s’appoggia 10

Grazie eh’ a pochi ‘1 Ciel largo destina; 213

begli occhi ond’ i’ fui percosso in guisa 75

dì miei più legger che nessun cervo, 319

dolci colli ov’ io lasciai me stesso 209

‘ ho pien di sospir quest’aer tutto, 288

‘ho pregato Amor, e nel riprego 240

1 cantar novo e ‘1 pianger degli augelli 219

I figliuol di Latona avea già nove 43

1 mal mi preme, e mi spaventa il peggio, 244

1 mio avversario, in cui veder solete 45

1 successor di Carlo, che la chioma 27

‘ mi soglio accusare; ed or mi scuso, 296

‘mi vivea di mia sorte contento 231′

n dubbio di mio stato, or piango or canto; 252

n mezzo di duo amanti onesta altera 115

n nobil sangue vita umile e queta, 215

n qual parte del Ciel, in quale idea 159

n quel bel viso eh’ i’ sospiro e bramo. . . • 257

n tale stella duo begli occhi vidi, 260

o amai sempre, ed amo forte ancora 85

o avrò sempre in odio la fenestra 86

o canterei d’amor sì novamente, 131

o mi rivolgo indietro a ciascun passo 15′

o non fu’ d’amar voi lassato unquanco 82

o pensava assai destro esser su l’ale, 307!

‘ sentia dentr’ al cor già venir meno 47

son dell’aspettar omai sì vinto 96

son già stanco di pensar sì come 74 j

o son sì stanco sotto ‘1 fascio antico 81

temo sì de’ begli occhi l’assalto, 39

‘piansi; or canto; che ‘1 celeste lume 230 1

‘pur ascolto, e non odo novella 254

te, caldi sospiri, al freddo core; !53

te, rime dolenti, al duro sasso 333

‘vidi in terra angelici costumi 156

‘ vo piangendo i miei passati tempi 360 [

La bella donna che cotanto amavi, 91

La Donna che ‘1 mio cor nel viso porta Ili

La gola e ‘1 sonno e l’oziose piume 1

La guancia, che fu già piangendo stanca, 58

I-‘alma mia fiamma oltro le belle beila, 289 1 ‘

INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE 301

No.

L’alto e novo miracol eh’ a’ dì nostri 309

L’alto signor dinanzi a cui non vale 241

L’arbor gentil che forte amai molt’ anni, 60

L’ardente nodo ov’ io fui d’ora in ora 271

Lasciato hai, Morte, senza sole il mondo 340

La sera desiar, odiar l’aurora 255

L’aspettata virtù, che’n voi fioriva 104

L’aspetto sacro della terra vostra 68

Lasso, Amor mi trasporta ov’io non voglio: 235

Lasso, ben so che dolorose prede 101

Lasso, che mal accorto fui da prima 65

Lasso, eh’ i’ ardo, ed altri non mei crede ; 203

Lasso, quante fiate Amor m’assale, 109

L’aura celeste che’n quel verde lauro 197

Laura, che ‘1 verde lauro e l’aureo crine 246

L’aura e l’odore e ‘1 refrigerio e l’ombra 327

L’aura gentil che rasserena i poggi 194

L’aura mia sacra al mio stanco riposo . 352

L’aura serena che, fra verdi fronde 196

L’aura soave ch’ai sol spiega e vibra 198

L’avara Babilonia ha colmo ‘1 sacco; 137

La vita fugge e non s’ arresta un’ ora; 272

Le stelle e ‘1 cielo e gli elementi a prova 164

Levommi il mio pensier in parte ov’ era 302

Liete e pensose, accompagnate e sole 222

Lieti fiori e felici, e ben nate erbe, 162

L’oro e le perle, e i fior vermigli e i bianchi, 46

L’ultimo, lasso, de’ miei giorni allegri, 328

Mai non fu* in parte ove sì chiar vedessi 280

Mai non vedranno le mie luci asciutte, 322

Ma poi che ‘1 dolce riso umile e piano 42

Mente mia, che presaga de’ tuoi danni 314

Mentre che ‘1 cor dagli amorosi vermi 304

Mia ventura ed Amor m’ avean sì adorno 201

Mie venture al venir son tarde e pigre, 57

Mille fiate, e dolce mia guerrera, .’ 21

Mille piagge in un giorno e mille rivi 177

Mirando ‘1 sol de’ begli occhi sereno, 173

Mira quel colle, o stanco mio cor vago: 242

Morte ha spento quel Sol eh’ abbagliar suolmi, 359

Movesi *1 vecchierel canuto e bianco 16

Né cosi bello il Sol giammai levarsi 144

Nell’età sua più bella e più fiorita, 278

Né mai pietosa madre al caro figlio, 285

Né per sereno cisl ir vaghe stelle, 312

Non dall’Ispano Ibero all’indo Idaspe 210

Non d’atra e tempestosa onda marina 151

302 INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE

No.

Non fur mai Giove e Cesare sì mossi 155

Non può far Morte il dolce viso amaro; 354

Non pur queir una bella ignuda mano, 200

Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro 148

Non veggio ove scampar mi possa ornai: 107

O bella man che mi distringi ‘1 core 199

O cameretta, che già fosti un porto 234

Occhi miei, oscurato è ‘1 nostro sole; 275

Occhi, piangete; accompagnate il core, 84

O d’ardente virtute ornata e calda 146

O dolci sguardi, o parolette accorte, 253

O giorno, o ora, o ultimo momento, . . 329

Ogni giorno mi par più di mill’ anni, 353

Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo, . 267

O invidia, nemica di vi’tute, 172

O misera ed orribil visione! 251

Onde tolse Amor l’oro e di qual vena; 220

O passi sparsi, o pensier vaghi e pronti, 161

Or che’l ciel e la terra e ‘1 vento tace, 164

Or hai fatto l’estremo di tua possa, 326

Orso, al vostro destrier si può ben porre 98

Orso, e* non furon mai fiumi, né stagni, 38

O tempo, o ciel volubil, che fuggendo 338

Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri 158

Ov’ è la fronte che con picciol cenno 299

Pace non trovo, e non ho da far guerra; 134

Padre del Ciel, dopo i perduti giorni, 62

Parrà forse ad alcun che ‘n lodar quella 247

Pasco la mente d’un sì nobil cibo, 193

Passa la nave mia colma d’obblio 189

Passato è ‘1 tempo omai, lasso, che tanto 313

Passer mai solitario in alcun tetto 226

Perch’ io t’ abbia guardato di menzogna 49

Per far una leggiadra sua vendetta 2

Per mezz’i boschi inospiti e selvaggi, 176

Per mirar Policleto a prova fiso 77

Perseguendomi Amor al luogo usato 110

Piangete, donne, e con voi pianga Amore; 92

Pien di quella ineffabile dolcezza 116

Pien d’un vago pensier, che mi desvia . 169

Piovonmi amare lacrime dal viso, 17

Più di me lieta non si vede a terra 26

Più volte Amor m’ avea già detto: Scrivi, 93

Più volte già dal bel sembiante umano 170

Po, ben può’ tu portartene la scorza 1 80

Poco era ad appressarsi agii occhi miei 51

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INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE 303

No.

Poi che la vista angelica serena, 27ó

Poi che ‘1 cammin m’ è chiuso di mercede, 130

Poi che mia s.:)eme è lunga a venir troppo 88

Poi che voi ed io più volte abbiam provato, 99

Ponmi ove’l Sol occide i fiori e l’erba, 145

Oual donna attende a gloriosa fama 261

Qual mio destin, qual forza o qual inganno 221

Oual paura ho quando mi torna a mente 249

Qual ventura mi fu quando dall’ uno 2ó3

Quand’ io mi volgo indietro a mirar gli anni 298

Ouand’ io movo i sospiri a chiamar voi, 5

Ouand’io son tutto volto in quella parte 18

Quand’ io veggio dal ciel scender l’Aurora 291

Ouand’io v’ odo parlar sì dolcemente 143

Ouando Amor i begli occhi a terra inchina 167

Quando dal proprio sito si rimove 41

Quando fra l’altre donne ad ora ad ora 13

Quando giugne per gli occhi al cor profondo 94

Quando giunse a Simon l’alto concetto 78

Quando ‘1 pianeta che distingue l’ore 9

Quando ‘1 Sol bagna in mar l’aurato carro 223

Quando ‘1 voler che con duo sproni ardenti . • 147

Quando mi vene innanzi il tempo e’I loco 175

Quanta invidia io ti porto, avara terra, 300

Quante fiate al mio dolce ricetto, 281

Quanto più desiose l’ali spando 139

Quanto più m’avvicino al giorno estremo, 32

Quel che d’odore e di color vincea 339

Quel eh’ infinita provvidenza ed arte 4

Quel eh’ in Tessag;ia ebbe le man sì pronte 44

Quella fenestra ove l’un Sol si vede 100

Quella per cui con Sorga ho cangiat’ Arno, 308

Quelle pietose rime, in ch’io m’accorsi 120

Quel rosigniuol che sì soave piagne 311

Quel sempre acerbo ed onorato giorno 157

Quel Sol che mi mostrava il cammin destro 306

Quel vago, dolce, caro, onesto sguardo . 330

Quel vago impallidir che ‘1 dolce riso 123

Questa Fenice, dell’aurata piuma 185

Quest’anima gentil, che si diparte, 31

Questa umil fera, un cor di tigre o d’orsa, 152

Questo nostro caduco e fragil bene, v 337

Qui, dove mezzo son, Sennuccio mio, 113

Rapido fiume, che d’alpestra vena, 208

Real natura, angelico intelletto, 23R

Rimansi addietro il sestodecim’ anno … – 118

304 INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE

No.

Ripensando a quel, eh’ oggi il cielo onora, 345

Rotta è l’alta colonna e’ 1 verde lauro) 269

S’ al principio risponde il fine e ‘1 mezzo 79

S’ Amore o morte non dà qualche stroppio 40

S’ amor non è, che dunque è quel eh’ i’ sento? 132

S’ Amor novo consiglio non n’appo-ta, 277

Se bianche non son prima ambe le tempie 83

Se col cieco desir, che ‘1 cor distrugge, 56

Se lamentar augelli, o verdi frondi 279

Se la mia vita dall’aspro tormento 12

Se’! dolce sguardo di costei m’ancide, 183

Se l’onorata fronde che prescrive 24

Se ‘1 sasso ond’ è più chiusa questa valle, 117

Se mai foco per foco non si spense, 48

Sennuccio, i’ vo’ che sappi in qual maniera 112

Sennuccio mio, benché doglioso e solo 287

Sento l’aura mia antica, e i dolci coili 320

Se quell’aura soave de’ sospiri 2S6

Se Virgilio ed Om°ro avessin visto 186

Se voi poteste per turbati segni, 64

Sì breve è ‘1 tempo e’I persier sì veloce 284

Siccome eterna vita è veder Dio, 191

Signor mio caro, ogni pensier mi tira 266

S’ io avessi pensato che sì care 293

S’ io credessi per morte essere scarco 36

S’ io fossi stato fermo alla spelunca 136

Sì tosto come avvien che l’arco scocchi 87

Sì traviato è ‘1 folle mio desio 6

Solea lontana in sonno consolarme 250

Solcano i miei pensier soavemente 296

Soleasi nel mio cor star bella e viva, 294

Solo e pensoso i più deserti campi • 35

Son animali al mondo di sì altera 19

S’ onesto amor può meritar mercede 334

Spinse amor e dolor ov’ ir non debba, 347

Spirto felice, che sì dolcemente 363

Stiamo, Am.or, a veder la gloria nostra i92

S’ una fede amorosa, un cor non finto,. 224

Tempo era omai da trovar pace o tregua 316

Tennemi Amor anni ventuno ardendo 360

Tornami a mente, anzi v’ è dentro, quella 336

Tranquillo porto avea mostrato Amore 317

Tra quantunque leggiadre donne e belle 218

Tutta la mia fiorita e verde etade 315

Tutto ‘1 dì piango; e poi la notte, quando 216

Una candida cerva sopra l’erba 190

INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE 305

No.

Vago augelletto, che cantando vai, 3ò5

Valle che de’ lamenti miei se’ piena, 301

Vergognando talor eh’ ancor si taccia 20

Vidi fra mille donne una già tale, 335

Vincitor Alessandro l’ira vinse, 232

Vinse Annibal, e non seppe usar poi 103

Vive faville uscian de’ duo bei lumi 258

Voglia mi sprona, Amor mi guida e scorge, 211 –

Voi eh’ ascoltate in rime sparse il suono 1

Volo con l’ali de’ pensieri al cielo 358

Zefiro torna, e’I bel tempo rimena, 310

CANZONI

Amor, se vuo’ eh’ i’ torni al giogo antico, 270

Ben mi credea passar mio tempo ornai 207

Che debb’ io far ? che mi consigli, Amore ? 268

Chiare, fresche e dolci aeque, 126

Di pensier in pensier, di monte in monte 129

Gentil mia Donna, i’ veggio 72

In quella parte dov’ Amor mi sprona, 127

Italia mia, benché ‘1 parlar sia indamo 128

l’vo pensando, e nel pensier m’assale 264

Lasso me, eh’ i’ non so in qual parte pieghi 70

Mai non vo’ più cantar eom’io soleva: 105

Nel dolce tempo della prima etade 23

Nella stagion che’I ciel rapido inchina’ 60

O appettata in Ciel, beata e bella . 28

Perchè la vita è breve, 71

Poi che per mio destino 73

Qual più diversa e nova 135

Quando il soave mio fido conforto, 3d*tf

Quell’antiquo mio dolce empio signore 356

Se’l pensier che mi strugge, 125

Si è debile il filo a cui s’attene 37

S’ i’ ‘I dissi mai, eh’ i’ venga in odio a quella 206

Solea dalla fontana di mia vita 331

Spirto gentil che quelle membra reggi 53

Standomi un giorno, solo, alla fenestra, 323

Tacer non posso, e temo non adopre 325

Una donna più bella assai che ‘1 sole, 119

Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi 29

Vergine bella, che di Sol vestita, 366

SESTINE

A qualunque animale alberga in terra, 22

Alla dolce ombra delle belle frondi 142

Bibl. rom. 12.15. 20

306 INDICE ALFABETICO DEL CANZONIERE

No.

Anzi tre dì creata era alma in parte 2U

Chi è fermato di menar sua vita 80

Giovane donna sott’ un verde lauro 30

L’aere gravato, e l’importuna nebbia 66

Là ver l’aurora, che sì dolce l’aura 239

Mia benigna fortuna e ‘1 viver lieto, . . • 332

Non ha tanti animali il mar fra l’onde, 23?

BALLATE

Amor, quando fioria 32

Di tempo in tempo mi si fa meri dura 149

Lassare il velo o per Sole o per ombra, IO

Occhi miei lassi, mentre eh’ io vi giro 14

Perchè quel che mi trasse ad amar prima 59

Quel foco eh’ io pensai che fosse spento 55

Volgendo gli occhi al mio novo colore, 63

MADRIGALI

Non al suo amante più Diana piacque 52

Nova angeletta sovra l’ale accorta 106

Òr vedi. Amor, che giovinetta donna 121

Perch’ai viso d’Amor portava insegna, S4

g ariani
1494.

PONTIFICAI INSTITUTE OF MEDIAEVAL STUDIES

59 QUEEN’S PARK Cf^ESCENT

TORONTO-S, CANADA

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